Il valore comunicativo del Silenzio

C’è un silenzio pieno di solitudine ed uno così affollato da ostruire le vie d’uscita ed impedire alla bocca di pronunziare tutte le parole che si vorrebbero sbrigliare. E poi c’è quello di chi ritiene di aver parlato troppo e si è convinto che aggiungere altre parole servirebbe solo ad alimentare il proprio vissuto di frustrazione.
C’è un silenzio di riflessione, quello che fa da sfondo ai bivi della vita, quando non si sa quale strada imboccare e si teme di sbagliare direzione per l’ennesima volta. 
E poi c’è quello di chi, spinto dall’impulsività, aggira le sale d’attesa e si butta a capofitto in appuntamenti al buio con la sorte. C’è un silenzio saggio che suggerisce di farsi scivolare addosso quello che abbiamo ascoltato, perché parole condite di arroganza e disprezzo non meritano risposta. E poi c’è quello di chi, con fare quasi masochistico, attende impaziente quella confessione di pentimento e quella richiesta di perdono che non arriveranno mai.
C’è un silenzio pieno di rabbia, in cui le proprie ragioni restano soffocate in gola, incapaci di farsi valere dinanzi a chi le sta ferendo ancora una volta. E poi c’è quello irriverente di chi, dall’alto di un piedistallo di sabbia, solleva la coppa della superbia osservando con fare altezzoso coloro che non ritiene degni delle proprie parole.
E poi c’è quel silenzio, timido e insicuro, che si nasconde dietro il paravento dell’incertezza, in bilico tra il desiderio di mettersi a nudo e il timore di essere deriso. Un silenzio autentico, che affonda le radici nel profondo del proprio Essere, in quella parte di Se accessibile solo a chi dimostra di meritarne l’accesso. Un silenzio che racchiude la propria storia, commedia o dramma che sia stata, con tutte le sue sfaccettature: l’inquietudine di quelle notti in cui il sole sembrava attardarsi a sorgere, la gioia per quel regalo inatteso sul finire di un giorno banale, l’ebbrezza per quel bagno in mare sotto la pioggia, lo stupore per la mano tesa dopo una caduta, il tepore di una coperta rimboccata, il sentimento di ingiustizia per il sale sopra una ferita ancora sanguinante. Un silenzio, questo, un po’ altero e un po’ infantile, intriso di colpevole innocenza, che sgomita per farsi spazio tra la folla in cerca di qualcuno che lo riconosca senza chiedergli nulla e che pretende di essere accettato e apprezzato senza il sacrificio e la fatica di presentarsi. Un silenzio che appartiene ai più svariati soggetti sul palcoscenico della vita: ad attori che aspirano a diventare primedonne senza recitare alcuna parte, a protagonisti di drammi che non hanno mai accettato di mettere in scena, a burattinai che preferirebbero cambiare mestiere, a comparse che aspirano a ruoli di prestigio, ai molti “personaggi in cerca d’autore”.
Perché in fondo quando si sceglie di tacere è come se si rassegnassero le dimissioni per un ruolo che calza come un vestito di taglia sbagliata. Perché, qualche volta, tacere non è una scelta deliberata ma l’ultimo tentativo di salvarsi di chi ha la sensazione di affogare sulla riva. Perché, il più delle volte, si delega al silenzio il compito di urlare per richiamare l’attenzione di chi è troppo distratto per ascoltarci. 

Annarita Arso Psicologa Brindisi

Erano gli anni ’60 quando in California, nella località di Palo Alto, un gruppo di studiosi focalizzò la propria ricerca sugli aspetti “pragmatici” della comunicazione umana. A differenza dei modelli e delle teorie in voga nella prima metà del secolo scorso, la loro attenzione abbandonò l’ottica lineare (tesa a considerare gli effetti che il messaggio suscitava nel ricevente) a favore di una di tipo circolare (in cui veniva privilegiata l’intera sequenza comunicativa, comprendente le reazioni a catena che le risposte dell’uno avevano sull’altro interlocutore). Il loro lavoro permise di analizzare la prepotente influenza dei processi comunicativi nell’insorgenza di alcune patologie psichiatriche (la schizofrenia in primis).
La “Pragmatica della Comunicazione Umana”, ancora oggi uno dei capisaldi nello studio dei processi comunicativi, è il lavoro conclusivo di tale attività di ricerca, in cui vennero descritti quelli che secondo Watzlawick, Beavin e Jackson, potevano essere considerati i cinque assiomi della comunicazione umana, ovvero quelle “proprietà semplici della comunicazione che hanno fondamentali implicazioni interpersonali”. Il primo di essi, sul quale si focalizzerà l’attenzione, afferma che “E’ impossibile NON comunicare”. Secondo gli Autori, “se si accetta che l’intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire che è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare”, per cui l’attività e il suo opposto, le parole o il silenzio sono comunque messaggi in grado di influenzare gli altri “e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro” (ibidem).
Premettendo che per gli Autori il termine “comunicazione” è da considerarsi sinonimo di “comportamento”, si potrebbe sintetizzare il loro principio pressoché nel seguente sillogismo: il comportamento non ha un suo opposto poiché non è possibile avere un NON comportamento, siccome anche la comunicazione è comportamento, ne segue che non è possibile NON comunicare. Per semplificare il I assioma, gli Autori riferiscono l’esempio del passeggero di un treno che siede con gli occhi chiusi o tenendo ben fisso un giornale davanti a sé: quest’uomo, pur senza proferire parola alcuna, sta chiaramente comunicando di non voler parlare con nessuno e di non voler essere disturbato. I vicini di solito afferrano il messaggio e rispondono in modo adeguato, lasciandolo in pace.
La vita di tutti i giorni è piena di sequenze “comunicative” di questa natura: la fidanzata arrabbiata che trascorre il viaggio in auto guardando fuori dal finestrino, il bimbo con il broncio e le braccia conserte nel carrello del supermercato, l’uomo nell’ascensore che guarda dritto davanti a se in attesa dell’apertura delle porte per uscire, il conoscente per strada che si volta verso la prima vetrina a disposizione fingendo di non riconoscerci; da ogni sequenza comunicativa descritta, ognuno di noi è in grado di inferire un numero notevole di informazioni, nonostante nessuno dei protagonisti abbia proferito parola.

Il silenzio nel processo comunicativo

La comunicazione, esattamente come il comportamento non ha un suo opposto si diceva, poiché ogni mancata risposta, ogni silenzio, ogni sguardo, ogni gesto, ogni nostro atteggiamento non verbale o ancora, per dirla con G. Bateson “la lettera che non scriviamo, le scuse che non porgiamo, le mosse che in un gioco non facciamo”, non solo sono altamente informativi, ma il più delle volte comunicano più di quanto noi stessi vorremmo e molto più di quanto non farebbero le nostre parole. Una persona in fase di corteggiamento che, per orgoglio o insicurezza evita di esporsi e non si fa sentire da un po’ di tempo, solo apparentemente non sta veicolando alcun messaggio, in realtà comunica qualcosa che probabilmente va anche al di là delle sue intenzioni poiché il significato del suo silenzio finisce per essere oggetto di interpretazione (corretta o meno) di chi invece si aspetta una sua telefonata (e magari finisce per comportarsi allo stesso modo, evitando di fare il primo passo).
Per semplificare la comprensione di quest’ultimo passaggio, potremmo soffermarci a riflettere sull’effetto che fa su di noi un comportamento di “inattività” altrui, per esempio quando non riceviamo risposta ad una mail, un sms o un messaggio su wattsapp pur essendo il nostro interlocutore online. Potremmo pensare che egli sia così occupato da non avere la possibilità di risponderci, oppure leggere il suo comportamento come una mancanza di rispetto, un segnale di rifiuto e/o di ostilità, una sfida o una provocazione ecc … L’interpretazione della sua risposta inevitabilmente influenzerà a sua volta la nostra reazione al suo comportamento: potremmo decidere di ridurre la disponibilità nei suoi confronti, di chiedere un esplicito chiarimento, di insistere nell’ottenere una spiegazione, di vendicarci non appena si presenterà l’occasione ecc…. Inevitabilmente tutto ciò inciderà sulla qualità della relazione interpersonale. Sequenze di questa natura, quando si cronicizzano su basi disfunzionali, possono sensibilmente inficiare il rapporto con l’altro, sia esso il nostro partner, il collega di lavoro o un familiare, degenerando anche in altissimi livelli di conflitto.
Il silenzio è un ottimo strumento di comunicazione, quando si è in grado di dosarne l’uso, di contestualizzarne la funzione, di definirne i contorni e di interromperlo quando è preferibile lasciare spazio alle parole. Perché se è da considerarsi un saggio consiglio quello di L. Wittgenstein (Tractatus logicus-philosophicus, 1920) quando ammoniva “Di ciò di cui non si deve parlare, si deve tacere” … è altrettanto doveroso ricordare che quando il silenzio da strumento diviene un’arma (per richiamare l’attenzione, manipolare l’altro, destare preoccupazione, generare confusione) rischia di creare un’ampia zona grigia di malintesi, ambiguità e frustrazione, che diventa davvero difficile dissipare. Bisognerebbe imparare a coniugare le parole con il silenzio e il silenzio con il momento opportuno.

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13 pensieri su “Il valore comunicativo del Silenzio

  1. Ciao Psiche, finalmente un nuovo articolo! Ne sentivamo la mancanza. Durante il mio matrimonio ho urlato le mie ragioni ai quattro venti e quando ho perso la voce ho lasciato che a comunicare fosse il mio silenzio. Come sai è finita con la separazione. Perchè anche i silenzi hanno bisogno di un orecchio disposto ad ascoltarli! 😉 Buona giornata

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  2. “C’è un silenzio saggio che suggerisce di farsi scivolare addosso quello che abbiamo ascoltato, perché parole condite di arroganza e disprezzo, non meritano risposta. E poi c’è quello di chi, con fare quasi masochistico, attende in religioso silenzio quella confessione di pentimento e quella richiesta di perdono che non arriveranno mai”… ho un pò di indirizzi a cui inviare queste parole… quanto ti devo per i diritti di autore? 😉 Grande!.

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  3. Qualche volta si tace per non esplodere. Poi si esplode comunque, quando la sopportazione prende il sopravvento. E li si risulta pazzi perché la gente no n capisce che l'ultima è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E che dietro quello sfogo c'erano mesi, anni di sopportazione, di pazienza, di tolleranza. Poi non se ne può più. Prima o poi bisogna tirrla fuori la rabbia se no ci si ammala per cose di cui non vale il prezzo.

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  4. Bellissimo articolo. Complimenti! Tante cose che ha scritto le ritrovo nel mio rapporto di coppia. Mi comporto con il mio amoroso in base a quello che penso ci sia nella sua testa. Salvo poi scoprire che lui pensava tutt’altro. Solo che ne frattempo “mi è scesa la catena” e mi ritrovo a dover chiedere scusa per essere sbottata per colpa delle mie paranoie!

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  5. Non pensavo che esistevano tanti modi di interpretare il silenzio… Grazie per l’articolo! Io ho subito il silenzio di un narcisista, che come obbiettivo era quello di annientarmi, io invece ho scelto di sottrarmi da questo gioco perverso. 😀

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  6. Pingback: Silenzio: i significati dell'assenza di suono - laCOOLtura

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