La Violenza contro la Donna e la stigmatizzazione della Vittima

Psiche Nessuno e Centomila

Il 25 novembre del ’60, Patria, Maria Teresa e Minerva Mirabal furono prelevate per strada da alcuni agenti del Servizio di informazione militare e condotte in una piantagione di canna da zucchero per essere barbaramente torturate e poi gettate in un baratro, a bordo della loro auto, per simulare un incidente. La loro unica colpa, quella di essere delle rivoluzionarie e contrastare il regime dittatoriale che in quegli anni affliggeva la Repubblica Dominicana. Dal 1999, in ricordo del brutale assassino delle sorelle Mirabal, il 25 novembre ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. La data fu scelta nel corso dell’assemblea generale delle Nazioni Unite e a partire dal 2005 viene celebrata anche nel nostro Paese.
Negli ultimi anni, in Italia, gli eventi e le iniziative per onorare questa ricorrenza si sono moltiplicati, anche a seguito degli spaventosi e continui fatti di cronaca che quotidianamente guadagnano una triste vetrina mediatica. 
I dati emersi da un’indagine condotta dall’Istat in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, le Regioni e il Consiglio Nazionale della Ricerca, raccontano che nel 2017 ai Centri antiviolenza si sono rivolte precisamente 49.152 donne. Un numero spaventoso che rende il tema drammaticamente attuale e richiede interventi incisivi per ampliare la consapevolezza riguardo un fenomeno estremamente complesso e articolato. Secondo i dati forniti dall’Onu, ancora oggi, a distanza di cinquantotto anni dall’assassinio delle sorelle Mirabal, una donna su tre subisce violenza fisica e psicologica, anche se molti episodi, soprattutto quelli che si consumano entro le mura domestiche, restano fuori dalle statistiche e rappresentano la parte sommersa dell’iceberg.

La Violenza Psicologica

In troppi sono erroneamente convinti che la violenza contro le donne coincida con la sua veste più estrema del femminicidio. E invece il fenomeno ha talmente tante sfaccettature che alcuni tipi di violenza sono così subdoli che restano sommersi o vengono tragicamente confusi con una manifestazione del tutto insana di amore. Vedere negato ogni tentativo di indipendenza e auto-realizzazione, subire ricatti di natura affettiva e/o economica, essere costretta ad un rapporto sessuale contro la propria volontà, sono solo alcune delle più comuni e diffuse manifestazioni di violenza contro la donna. A tutto questo si sommano i casi di stalking, il revenge porn e la ancora troppo sottovalutata violenza psicologica caratterizzata da mortificazioni continuative e pervasivi atteggiamenti svalutanti, finalizzati a produrre un’asimmetria nella relazione. Il carattere di continuità e ripetitività delle umiliazioni, delle critiche offensive, dei ricatti affettivi, delle manipolazioni relazionali, delle accuse di incapacità e inadeguatezza, caratterizza l’aspetto violento e patologico di questi meccanismi, poiché causa di una profonda sofferenza psichica che mina fortemente l’autostima (spesso già precaria) della vittima, ne incrina il sentimento di sicurezza e compromette in modo pericoloso la qualità delle sue relazioni interpersonali.

La Stigmatizzazione della Vittima

La violenza, di qualunque natura essa sia genera sempre un triste circolo vizioso di cui, per moltissimo tempo, la vittima non si rende conto. Nel setting clinico, numerose sono le testimonianze di donne che, una volta uscite dall’inferno dei soprusi e dei maltrattamenti fisici e/o psicologici, si tormentano alla ricerca di risposte: si chiedono come abbiano fatto a cadere nella trappola del carnefice, come abbiano potuto permettergli di sminuirle, isolarle, dubitare delle proprie capacità. Qualche volta le vittime della violenza maschile sono donne autonome, capaci, che magari hanno cominciato la relazione in un momento di fragilità (dopo un lutto o un fallimento personale) rimanendo incastrate in una relazione patologica e nel momento in cui hanno provato a svincolarsi, sono state percepite come traditrici, minacciose, ostili. Donne che una volta uscite dal tunnel, inevitabilmente si colpevolizzano. Sono persone ferite, deupaperate della fiducia nell’altro, disilluse. Donne che cercano con fatica di concedersi una seconda possibilità e che, non di rado, si ritrovano a fare i conti con quell’atteggiamento tanto diffuso di stigmatizzazione della vittima. Urge un cambiamento culturale deciso se i giornali, alcuni giuristi, la Rete, qualche conduttore televisivo tendono ancora a dipingere la donna maltrattata come un complice consapevole e ad accusarla (più o meno tacitamente) di “essersela cercata” o comunque di non aver fatto abbastanza per sottrarsi alle angherie dell’altro. Incapaci di comprendere che, finché vi resta dentro, è davvero difficile per la donna capire in quale baratro è scivolata. Si tratta di un substrato culturale pericoloso secondo il quale la violenza sulla donna è sempre una reazione ad un comportamento inappropriato. Il più delle volte soltanto dopo un delicato lavoro di supporto psicologico, la vittima riesce a consapevolizzare l’accaduto e a comprendere le dinamiche del gioco di potere in cui era rimasta invischiata. E l’ultima cosa di cui ha bisogno in quel delicato momento della rinascita è del dito indice puntato addosso. Il dito indice che, non di rado, è proprio di chi è convinto che per essere dalla parte giusta sia sufficiente legare un fiocco rosso alla porta di casa. Perché le scarpette in piazza e i fiocchi rossi legati agli usci in occasione di questa Giornata assumono un senso solo se vengono accompagnati dall’impegno costante e quotidiano nella lotta contro la violenza di genere e contro la stigmatizzazione della vittima. E ognuno di noi può fare molto. Tutti i giorni, una piccola rivoluzione quotidiana. Finché ci sarà bisogno di una Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne vorrà dire che i nostri NO non saranno stati ancora abbastanza. No alla stigmatizzazione della vittima, No alla giustificazione del carnefice, No agli sconti di pena. Perché la violenza ai danni di una donna, per un uomo è sempre la più spregevole ammissione della propria debolezza.

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Il Femminicidio di Prato e la Logica del Possesso

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E’una calda mattina primaverile, un uomo sta facendo jogging nella tranquilla periferia di San Miniato nella provincia di Pisa e nei pressi di un parcheggio si trova improvvisamente davanti una scena raccapricciante. Sono i corpi senza vita di Federico Zini, calciatore di Serie D, ed Elisa Amato, commessa in un negozio di abbigliamento a Firenze. Due ex fidanzati, ex amanti. ex amici. Le loro ultime foto pubbliche insieme sui social risalgono allo scorso giugno e li mostrano sorridenti, giovani, ebbri di vita. La loro da qualche mese è una relazione finita, una di quelle che ci si lascia alle spalle prima di guardare avanti e proiettarsi con fiducia nel futuro sentimentale. E invece sembrerebbe che per Federico la fine di quella storia si fosse trasformata in un’ossessione infinita, qualcosa di inaccettabile, un pensiero fisso di cui liberarsi definitivamente. Così, dopo numerosi tentativi di riallacciare la relazione interrotta con la donna, decide che non resta che finirla con tre colpi di pistola prima di riservare l’ultimo proiettile a se stesso. L’arma è una pistola acquistata regolarmente dall’uomo solo una settimana fa, dopo aver ottenuto il porto d’armi per uso sportivo.

Era un Ragazzo Tranquillo 

Federico era un ragazzo solare, generoso e senza alcun senso di squilibrio“. A descriverlo così la presidente del Tuttocuoio, la squadra di calcio in cui giocava l’uomo. “L’ultima volta che ho visto Federico è stato giovedì” aggiunge. “Abbiamo parlato del rinnovo del contratto e di un’iniziativa con i bambini per la quale lui aveva dato massima disponibilità. Inoltre, sempre in settimana, era stato a cena con alcuni compagni di squadra. Federico era l’anima del gruppo e, nonostante il fatto che venisse da un infortunio, non ha mai mollato”. “Tranquillo come sempre”. Così i genitori di Federico Zini unendosi al coro incredulo, descrivono il figlio ricordando la cena insieme della sera precedente. “Rideva e scherzava” dice la madre “era tranquillo, ha giocato con il cane. Non mi sono accorta di niente, non mi ha neppure dato l’impressione di avere dei pensieri“.
Sembra una storia già letta, un drammatico resoconto già sentito decine di volte, eppure è l’ultimo caso di cronaca risalente solo a poche ore fa. L’orrore dietro un’apparente normalità. Finali tragici, vite spezzate per mano di chi, incapace di elaborare un seppur doloroso abbandono, preferisce ergersi a Giudice Supremo e scrivere le battute finali di un capitolo che non riesce a chiudere. L’Altro come un oggetto perduto da tornare a possedere ad ogni costo oppure da annullare definitivamente affinché non corra il rischio di diventare di qualcun altro. “Federico pedinava mia sorella. Non è vero che Federico fosse un ragazzo tranquillo. C’erano le avvisaglie, c’erano tutte, mia sorella ne era consapevole anche se forse non abbastanza”. Queste le parole rilasciate dalla sorella di Elisa Amato a SkyTg24 . “Quello che è successo non è stato un raptus di follia: Federico aveva già programmato tutto, ce l’aveva in testa da tempo. Abbiamo più volte cercato di convincere Elisa a fare denuncia per stalking, ma lei non lo ha mai fatto per ingenuità, perché gli voleva bene e non voleva farlo soffrire. E’ stato un errore suo e nostro“, ha dichiarato a conclusione.

Amore e Possesso

Sembra l’ennesimo tragico epilogo di una storia in cui il vissuto del possesso s’incarna in quella che potremmo definire l’esperienza emotiva della proprietà privata, della logica del “mi riapproprio di qualcosa che era mio e che non sono disposto a perdere”. Quello che accade nella mente di questi uomini è il frutto di un’incontenibile e primordiale frustrazione che li porta a vivere la separazione come un attacco al proprio ruolo di padrone. Vi è da un lato l’incapacità di accettare la reciprocità e l’alterità come elementi chiave di una relazione adulta, dall’altro una sorta di inconscia sovrapposizione tra la relazione affettiva e un territorio di caccia dove le logiche del possesso e della violenza spesso si confondono. “Anche qui, come in altri campi” ha commentato il capo della polizia Franco Gabrielli dopo questo nuovo femminicidio “c’è una questione culturale: fino a che ci sarà una concezione proprietaria delle persone e degli affetti queste tragedie continueranno ad esserci”.
Sulla scorta delle intuizioni baumaniane circa la “liquidità dei legami” attuali, l’ipotesi di fondo è che la cultura delle relazioni e il riconoscimento del bisogno di appartenenza risultino oggi drammaticamente devastati e impoveriti e che la coppia sempre più spesso si presti a diventare un luogo pericolosamente idealizzato dove riversare un’affettività sempre più ambivalente e ingorgata. Se è vero, come la Letteratura clinica insegna, che la fine di una relazione sentimentale abbia molti punti di contatto con un lutto da elaborare, sembrerebbe che nell’evolversi di questi amori malati la rabbia fatichi ad essere incanalata in modo funzionale e venga quasi esclusivamente trasformata in desiderio di sopraffazione finalizzato a negare il proprio sentimento di inferiorità e ad allontanare quei vissuti depressivi fondamentali per elaborare l’abbandono. In molti delitti di questa natura sembrerebbe essere proprio il fantasma della fragilità il nemico numero uno da combattere. Sono storie in cui troppo spesso ĺ’amore viene confuso con il possesso. Eppure sono opposti nell’essenza. L’amore è l’essenza del Noi. Il possesso quella dei più beceri istinti dell’Ego.

Il caso di Cisterna di Latina e l’Oggettivizzazione della Donna

Psiche Nessuno e Centomila

Antonietta Gargiulo aveva chiesto aiuto a chiunque: alle Forze dell’Ordine, al parroco del paese, ad un gruppo di preghiera, ad un Centro antiviolenza, ad un avvocato per avviare le pratiche della separazione. Aveva anche fatto un esposto contro suo marito presso la Questura di Latina e infine si era rivolta a quel Dio a cui era così devota e al quale chiedeva una mano tesa nei momenti di maggiore sconforto.
Quando ha capito che la moglie non sarebbe tornata indietro sui suoi passi, Luigi Capasso ha iniziato a minacciarla, a perseguitarla, a umiliarla senza che chi avrebbe potuto e dovuto, muovesse un dito per fermarlo. Una Commissione aveva sottoposto il Continua a leggere

Oltre il 25 Novembre

Psiche Nessuno e Centomila

Ci risiamo. In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, la Rete pullula di post inneggianti il rispetto della figura femminile e il ruolo strategico ricoperto dalla donna nella Storia. Si moltiplicano le pubblicazioni di biografie di menti femminili che hanno inciso in modo considerevole nel mondo della Medicina, della Letteratura, della Scienza e di volti che sono stati insigniti di ambìti Premi nel campo dell’Arte, del Cinema, della Moda. Si intensificano dentro e fuori il Web iniziative di sensibilizzazione sul tema, si organizzano eventi mirati nelle scuole e nelle piazze, si decorano finestre e portoni con enormi fiocchi rossi e si inaugurano da Nord a Sud Continua a leggere

Stupri e Sciacallaggio Mediatico

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Era solita camminare a passi lenti, con lo sguardo rivolto verso il basso. Quando era costretta a rispondere alle domande di qualcuno, faticava a mantenere il contatto oculare e tendeva ad abbassare le spalle, come se volesse ripiegarsi su se stessa e sottrarsi al mondo che la osservava. Quando la conobbi io ero molto giovane, laureata da pochi anni, con pochissima esperienza clinica alle spalle e ancora in formazione. Dopo un paio di settimane di osservazione, il mio tutor mi comunicò che era giunto il tempo di conoscere la sua storia e mi mise tra le mani un voluminosissimo faldone faticosamente richiuso con un logoro elastico. Mi ci vollero un paio di giorni per Continua a leggere

Non Sono Tua

Non Sono Tua

Questa notte il Gianicolo regala uno spettacolo impareggiabile. La luna sembra scalpitare per il desiderio di illuminare amori sconosciuti e di raccontare storie che mescolano sapientemente realtà e immaginazione, leggende e desideri a lungo termine. E ce ne sono alcune di storie che meriterebbero proprio di essere raccontate. Sono lì in un angolo a sgomitare, in attesa che qualcuno le trasformi in parole. Sono quelle che non cercano più il lieto fine, ma gridano giustizia. Sono le storie che raccontano di vite frastagliate che fanno a pugni con la ragione. Sono quelle che obbligano ad alzare muri di silenzio dietro i quali una donna prova disperatamente a Continua a leggere

Non chiamiamoli delitti passionali

Non chiamiamoli delitti passionali

Si chiamava Sara Di Pientrantonio. Aveva tanti cassetti straripanti di sogni come ogni ragazza della sua età. Aveva da poco chiamato la mamma per tranquillizzarla e per farle sapere che presto sarebbe rientrata a casa. Dopo una serata qualunque trascorsa in compagnia di un’amica, con un cocktail in mano e la prossima vacanza da organizzare. In quelle sere in cui ci si racconta senza freni, si ride di gusto, si condividono i progetti e si mescolano i desideri. Forse Sara le avrà raccontato che con l’ex era davvero finita e che un altro uomo era riuscito a frugarle l’anima, stanandole i tormenti e le mareggiate emotive. Una sera come tante, con i fari dell’auto che squarciano il buio della notte e Continua a leggere

Io dico Basta!

Annarita Arso Psicologa Brindisis

Il 25 novembre ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. I dati pubblicati dall’Eures (Istituto di Statistica Europeo) sul tema della violenza perpetrata a danno del sesso femminile, fotografano una realtà agghiacciante: solo nel nostro Paese, lo scorso anno si è registrato un aumento del 13% di femminicidi, oltre la metà dei quali avvenuti all’interno di una relazione “affettiva”; tali dati raccontano un’emergenza sociale che non è più possibile ignorare perché mina alla base i valori imprescindibili su cui una società “civile” degna di tale appellativo, dovrebbe fondarsi. Continua a leggere