Il Vittimista e l’arte del farsi compatire

Annarita Arso Psicologa Brindisi

E’ fin troppo semplice la distinzione tra una “vittima” e un “vittimista”: la vittima ha subìto un torto, una violenza, un’offesa; il vittimista no, ma se ne lamenta ugualmente senza ragione. Si pensi al genitore che dopo essersi opposto ostinatamente alla scelta affettiva della figlia, adducendo motivazioni inconsistenti ed offensive (“lui non è alla tua altezza, meriti un partito migliore, proviene da una famiglia modesta, non è abbastanza istruito”) trascorra il resto della sua esistenza a lamentarsi con chiunque gli capiti a tiro che il genero lo va a trovare raramente, che gli ha “rubato” la figlia sottraendola alla sua ala protettiva e che non si era sbagliato affatto sul suo conto. Probabilmente, il genero in questione non se ne cruccerebbe più del dovuto, limitandosi nel peggiore dei casi a diminuire ulteriormente le visite al suocero, pur mantenendo con questi un rapporto civile nel rispetto della propria moglie; se chiedessimo a quest’ultima di descrivere il suo vissuto, molto probabilmente invece, la risposta sarebbe improntata a minore indifferenza: il senso di colpa per aver tradito le aspettative del padre e per non essere stata all’altezza del suo ideale di figlia, probabilmente la collocherebbero in una posizione molto difficile, sempre in bilico tra il desiderio di compiacere il padre e quello di non ferire il coniuge (nei confronti del quale non è escluso che accumuli “un debito” capace di inficiare prima o poi altri aspetti della loro relazione coniugale).
Il tipo di vittimismo descritto attraverso questo padre esigente, ingombrante e un pò macchiettistico, implica fondamentalmente due cose: da una parte il rifiuto di ogni attribuzione di responsabilità nella dinamica che si è venuta a creare (“io ho fatto solo il mio dovere di padre mettendo in guardia mia figlia ed esortandola a cercare un partito migliore; mio genero dovrebbe essere più disponibile nei miei confronti per dimostrarmi che mi sbagliavo sul suo conto”); dall’altra l’incapacità (e la mancanza di volontà) di mettersi in discussione, di riconoscere i propri errori, di chiedere scusa, di rimediarvi attraverso un comportamento improntato al rispetto delle scelte affettive della figlia. In questo esempio, per quanto semplicistico, la lamentela consente al padre, attraverso il senso di colpa indotto, di esercitare il proprio controllo nella relazione con la figlia (che magari si vede costretta come una ladra ad andarlo a trovare di nascosto!) e, indirettamente, anche in quella tra la figlia e il genero (pensate al potenziale conflitto coniugale derivante dalle aspettative del marito, nei confronti della moglie, di non essere offeso e denigrato sul piano personale e professionale da suo padre).

L’Analisi Transazionale e il triangolo “Vittima – Persecutore – Salvatore”

Nell’Analisi Transazionale i ruoli di vittima, salvatore e persecutore sono intercambiabili: si può strutturare un rapporto secondo una modalità per poi passare all’altra. Ad es. X lancia un messaggio vittimistico del tipo “Non vengo mai compreso” e Y risponde (da salvatore) “Non ti preoccupare, io ti capisco”. Successivamente, X accusa Y (da persecutore) “Hai fatto solo il tuo dovere di amico/padre/coniuge”. Y può reagire affermando (da persecutore) “Il tuo egoismo non merita alcuna attenuante”, oppure replicando (da vittima) “Fare del bene non ripaga mai: X è un ingrato!”. Richiamando il “gioco” relazionale appena descritto, potremmo concludere che il vittimista è colui che, indossando la maschera della Vittima, gioca il ruolo di Carnefice, assegnando all’altro quello di Salvatore ma di fatto strumentalizzandolo per raggiungere i propri scopi (facendolo diventare la vera vittima all’interno della relazione). Quando l’altro si ribella e tenta di abbandonare il gioco, il vittimista lo accusa di essere il Carnefice e lo fa sentire il colpa per aver rinunciato al ruolo di Salvatore, alimentando ancora di più il proprio copione vittimistico!

Il Vittimista per vocazione

I “vittimisti per vocazione”, negando o rifiutando a priori ogni minima responsabilità, giocano il ruolo della parte lesa in credito con il mondo intero: in taluni casi arrivano a sentirsi legittimati ad infierire su coloro che ritengono causa del proprio male (trasformandosi di fatto nel ruolo del “carnefice”). Si sentono in diritto di infierire su chi appare come loro vorrebbero essere, su chi gli ha “rubato” qualcuno che amano o su coloro che semplicemente hanno il coraggio di svelare le carte del gioco e mostrargli ciò che essi negano. Niente è più irritante di quest’ultima strategia per coloro che si rivestono del ruolo di vittima per legittimare la proiezione sul mondo esterno di tutto ciò che dentro non riesce a trovare un’adeguata collocazione: quell’’Ombra mai integrata nell’Io, direbbero gli psicoanalisti seguaci di C.G.Jung, che impedisce l’evoluzione della propria personalità.

L’identikit

Per questi motivi, il vittimismo non di rado si sposa con la svalutazione dell’altro; lo fa quando abbandona le connotazioni nevrotiche (di chi pur sapendo che 2+2 fa 4 non lo accetta per partito preso e se ne lamenta) e assume le caratteristiche a versante borderline dell’”isterico/istrionico”. Questo tipo di vittimista, non di rado, aggiunge al copione di vittima dell’altrui ingratitudine, alcuni elementi ancora più insidiosi: colpevolizza chi si rifiuta di rispondere ai suoi atteggiamenti di pretesa (si pensi a colui che pur non avendo mai investito emotivamente in rapporti familiari e amicali, in età avanzata si lamenta con aggressività di sentirsi solo e di non ricevere abbastanza visite da parte di figli e nipoti); ritiene illegittimo il comportamento di chi risponde alle sue continue provocazioni (si pensi alla conoscente che non perde occasione di sottolineare che se ancora non convolate a nozze con il vostro attuale fidanzato è perché non siete in grado di apprezzare la grazia che il Cupido vi ha immeritatamente concesso e che lei avrebbe saputo tanto onorare); esaspera gli altri con commenti pungenti, sentenziando, una volta azzittito, che è l’altro ad essere intrattabile e che tale reazione alle proprie innocue e amichevoli considerazioni, dimostra la sua volontà (dell’altro) di interrompere il rapporto; dispensa a piene mani a parenti e amici i suoi “avresti dovuto” senza mai offrire nulla in cambio, senza mai essere il primo a telefonare, a citofonare sotto casa o a preoccuparsi del perché l’altro non si stia facendo sentire; è portatore di una lettura deformante della realtà che oltre a negare la responsabilità personale e a credere che tutto gli sia dovuto, attribuisce all’altro anche la colpa di averlo indotto, non accettando le proprie “regole” a svalutarlo ed offenderlo (si pensi al collega a cui spesso date un passaggio a casa e che puntualmente al momento di scendere lascia che lo sportello sbatta contro il muro: dinanzi alle vostre prime rimostranze dopo l’ennesima indifferenza per la carrozzeria della vostra auto, si lamenta per giorni in ufficio del vostro caratteraccio, in attesa che voi vi scusiate con lui); vive una realtà immaginaria, “che sembra vera”, negando e squalificando tutto ciò che lo obbligherebbe a fare i conti con la vera natura della “mancanza”; individua in un nemico la causa del proprio disagio (si pensi al ragazzo insicuro che puntualmente accusa il suo amico di sentirsi “psicanalizzato” solo perché studia psicologia) per sperimentare un’illusoria forma di riscatto personale.

La difesa vittimistica e i suoi alibi

Il vittimismo, dunque, è la fotografia risultante del circolo vizioso instauratosi tra il proprio vissuto di inadeguatezza, il derivante senso di colpa e la proiezione su un nemico esterno di ciò che non si riesce a tollerare. Incolpare sistematicamente gli altri della propria insoddisfazione (“il fidanzato mi ha lasciato perché non mi meritava, non sento più la mia ex compagna di scuola perché lei non mi chiama mai, non ti faccio gli auguri per il tuo compleanno perché tu non me li hai fatti in occasione del mio, non ho mai lavorato perché nessuno mi ha offerto il posto che io desidero/merito, ho scelto la facoltà che non mi piace perché mia madre me lo ha imposto”, ecc ecc) è un escamotage per celare a se stessi il senso di colpa che si prova per non sentirsi in grado di aderire ad un ideale di perfezione troppo elevato (proprio o legato alle aspettative genitoriali). Individuando un nemico esterno, il vittimista trasforma gli altri in carnefici, si appropria di tutto quel valore che non riesce a trovare costruendo sane relazioni interpersonali e con il copione di vittima in mano pretende di imporre le regole del gioco. Un vittimismo quello fin qui descritto, che non paga mai e necessita di essere riconosciuto e superato (chiarendo ed esplicitando i conflitti irrisolti sottesi alla difesa vittimistica) per consentire l’uscita dal recinto delle sterili lamentele e per evitare di stanziare nella vita adulta con i meccanismi di quella infantile. E, soprattutto, per evitare che le vere vittime di questi pericolosi giochi relazionali finiscano con il credersi davvero carnefici e con l’essere fagocitati da ingiusti sensi di colpa!

Potrebbero anche interessarti i due articoli correlati: “La dinamica della Lamentela” e “Sul Vittimismo”

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25 pensieri su “Il Vittimista e l’arte del farsi compatire

  1. Pingback: La dinamica della Lamentela | Psiche Nessuno e Centomila

    • Ciao Leonardo! Per dirla tutta, il vittimismo per qualcuno diventa anche una fonte di reddito! E’ un commento ironico … ma non troppo … 😉 Grazie per essere passato e complimenti per il tuo blog. Apprezzo la determinazione cui cui arrivi subito al dunque. A me spesso piace perdermi nei meandri delle spiegazioni condite e delle improbabili metafore: fa parte dell’elenco delle cose da smussare … prima o poi spunterò anche questa! Ti saluto.

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  2. Ciao dottoressa! Ho affrontato un trasloco complicato perciò da tempo non trovo il tempo di lasciare traccia del mio passaggio sul tuo blog.Ti seguo fedele come sempre però e trovo questo articolo illuminante in merito ad alcune amicizie che mi hanno portato più guai che piacevoli sorprese! Buon lavoro e grazie!

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    • Bentornata “Cinquantenne disillusa”. La tua assenza iniziava a destare preoccupazione! I traslochi, nonostante mettano a dura prova chiunque, sanno di aria nuova e trasudano di possibilità. Perchè come scrive la Gamberale in “Arrivano i pagliacci” (che racconta proprio di un trasloco), “L’importante è non tradirsi. Ma ogni tanto ricominciarsi”. In bocca al lupo per questo nuovo inizio allora…

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  3. Pingback: A letto con il nemico. Il Manipolatore Affettivo | Psiche Nessuno e Centomila

  4. Questa pagina parla della mia suocera. Non mi a mai accetata perchè sono straniera. Dal primo giorno in cui sono andata a convivere con il mio ragazzo lei a parlato male di me a tutti li vicini e li parenti. Poi se il figlio li diceva di non farlo perchè me doveva portare rispetto lei inizia a piangere e a fare la vittima. Dice che lei li vuole bene e lo vuole proteggire da una ragazza che non si sa nel suo paese cosa faceva. Non penso che se ero sua figlia diceva queste cose brutte. Il mio ragazzo si dispiace e li crede e dice che sua madre non lo fa apposta. Io non so come devo fare. Sono persone brutte, finte innocenti che ti fanno diviorziare.

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  5. Dalle mie parti c’è un detto molto diffuso che descrive questo tipo di Persone: sono quelle che si fingono fessi per non andare pagare le tasse (e io sono circondato di evasori)! Buon fine settimana dottoressa!

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  6. Pingback: La Sindrome dell’EGOcentrico Attempato | Psiche Nessuno e Centomila

  7. Buonasera, sono capitata su questo blog per puro caso (o forse nemmeno tanto a dire il vero), dopo aver avviato una ricerca su un motore di ricerca. Complimenti per la chiarezza con cui tratta di un argomento delicato e per niente semplice. Per quanto mi riguarda credo di poter affermare di soffrire di dipendenza affettiva (e i motivi li ho ritrovati nella mia lontana infanzia) con tendenza, questa emersa negli ultimi anni con la fine della relazione sentimentale, al vittimismo patologico. La paura di restare invischiata in dinamiche contorte mi spaventa tanto, così come la paura di lasciarmi andare, la paura di soffrire, di vivere. Temo che le cose siano un po’ più grandi di me e spero di riuscire a trovare il bandolo di una matassa contorta senza capo ne coda.
    Complimenti e un saluto.

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    • ANCHE IO HO INIZIATO A PORMI L’INTERROGATIVO: SOFFRO DI DIPENDENZA AFFETTIVA? L’HO FATTO DOPO ESSERE STATA ABBANDONATA DA UN UOMO FREDDO E INSENSIBILE A CUI AVEVO DATO TUTTO. HO ATTRAVERSATO MOMENTI DI TRISTEZZA, DI SOLITUDINE DI ANGOSCIA. SENTIVO UN SENTIMENTO DI INGIUSTIZIA CHE MI SOFFOCAVA E NON MI CONSENTIVA DI ESSERE ME STESSA. PIANGEVO E MI LAMENTAVO. POI HO COMPRESO CHE IL VITTIMISMO MI AVREBBE FATTO SCIVOLARE NELL’INFERNO DELLA DEPRESSIONE E ALLORA HO RICOMINCIATO DA ME. LA PITTURA ERA SEMPRE STATA LA MIA PASSIONE.HO PERMESSO CHE MI SALVASSE: HO STESO SULLA TELA I MIEI MALUMORI E LI HO MESCOLATI CON LA SPERANZA DI RISCATTO E IL DESIDERIO DI RIVINCITA. ORA ALCUNE MIE “OPERE” RIESCONO ANCHE A FAR INNAMORARE QUALCHE ACQUIRENTE E CONSENTONO A ME DI TOGLIERMI QUALCHE SFIZIO CHE CON IL MIO LAVORO PRECARIO NON POTREI SODDISFARE. AUGURO ANCHE A TE DI TROVARE IL TUO CENTRO. SANDRA

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      • Per Aldo Carotenuto la CREATIVITA’ rappresentava “l’atteggiamento che consente all’individuo di inserire i cosiddetti dati reali in un sistema di nessi e relazioni che conferiscono a quei dati un significato del tutto diverso dall’evidenza immediata”. Lei evidentemente ha saputo trasformare la sua passione in una possibilità. La saluto caramente Sandra! Dott.ssa Annarita Arso

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      • Grazie della tua testimonianza, che accolgo con stima e gratitudine. Io forse sono stata un pò più “lenta” nel capirlo, diciamo che sono famosa per i miei lunghi tempi, in tutto…lunghi tempi di diffidenza che precedono una eventuale apertura prima, e fiducia poi; lunghi tempi nell’elaborazione specialmente del distacco, che ho capito essere il mio tallone d’Achille, lunghi tempi per la ricostruzione interiore, per risollevarsi da terra, per rinascere, se così si può dire. E purtroppo questa mia connotazione non mi ha salvaguardata dallo scivolare a terra, entrando in quel tunnel oscuro dove l’anima ferita non fa altro che guardare il passato doloroso senza riuscire invece a vedere il lato positivo delle cose. Ho affrontato gli ostacoli che ho trovato sul mio cammino con gli strumenti che avevo a disposizione, senza negarmi una nuova possibilità, anche fosse quella di far tabula rasa di tutto, e ricominciare. Credo che sia andata un pò così. Ho sperimentato sulla mia pelle che le persone non riescono a stare accanto a chi soffre, o forse lo fanno anche, ma per un periodo di tempo “limitato”. Ho provato a trovare dentro me le risorse per provare a risollevare lo sguardo, e vincendo imbarazzi e paure ho provato a rischiare, con i miei tempi, cercando di spostarmi sempre un pò oltre dalla mia zona di comfort. La sorpresa maggiore è stata quella di vedere che, nonostante la mia timidezza e introversione, ho avuto la forza per portare a termine un corso di impro teatrale, con risultati soddisfacenti. Quello che per me è più di difficile di ogni altra cosa, è mantenere il pensiero fisso sui risultati raggiunti contro ogni aspettativa (lato positivo delle cose), piuttosto che su quelli non realizzati o peggio ancora, quelli che “dovrò/vorrò” raggiungere nel futuro. Restare nel presente con la gioia di esserci è lo sforzo maggiore che richiede tanta energia, tanta costanza per provare a consolidare comportamenti nuovi che vadano a sostituire vecchi schemi.
        Grazie ancora del confronto.

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  8. Gentile Fenice Sognatrice, poche altre cose come la PAURA possono tradursi in una grande motivazione al cambiamento. Soprattutto quando non manca il CORAGGIO di guardarsi dentro alla ricerca di fili rossi che possano dare un senso ai propri vissuti di sofferenza. La invito a leggere anche questi due articoli meno recenti, augurandomi che vi possa trovare qualche elemento in più di fiducia: ogni matassa può essere messa in ordine, anche quella apparentemente più indomabile. Solo lei può scegliere di farlo; le risorse mi pare non le manchino!
    https://psichenessunoecentomila.wordpress.com/2014/08/13/paura-di-fallire-e-cambiamento-interiore/ e https://psichenessunoecentomila.wordpress.com/2014/09/02/sofferenza-emotiva-la-strategia-difensiva-del-riccio/
    La ringrazio per aver condiviso tracce della sua esperienza emotiva e per i numerosi complimenti che mi ha riservato e la invito a ritornare tra queste pagine, se le fa piacere. Buona vita. Dott.ssa Annarita Arso

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    • Gentile Dott.ssa, rinnovo i miei complimenti, perché ho seguito il suo consiglio leggendo gli articoli linkati sopra, e devo ammettere che con estrema chiarezza riesce davvero a cogliere il centro nevralgico di varie dinamiche, sulla sofferenza, sul dolore, sulla paura, che nel mio vissuto esperienziale si sono riproposte ciclicamente.
      E’ assolutamente vero, dopo un dolore “profondo”, non siamo più gli stessi di prima; succede qualcosa, uno strappo che non si ricuce, un tatuaggio indelebile sulla nostra pelle. Ho provato quel dolore, ma anche la paura, di parlare, e la prima reazione, spontanea e mi permetta di dire, naturale, e’ stata la “chiusura”, la difesa, una sorta di autoconservazione dell’essere. Quando sperimenti il dolore da chi non avresti mai pensato, perché oggetto della nostra massima e incondizionata fiducia, beh, diventa innaturale restare aperti alla condividione con gli altri, per quanto certamente non responsabili dell’accaduto, e anche il più grande amico diventa un nemico da fui guardarsi e proteggersi. Il processo di apertura e’ lungo, e credo soggettivo proprio in funzione del vissuto di ogni individuo. C’è chi riesce a “rischiare” subito dopo, chi invece smette addirittura di credere nel genere umano, chi permane in una sorta di limbo per un tempo indefinito fino a quando la lampadina si riaccende e con se’, anche una flebile speranza di cambiamento.
      Guardarsi dentro non è mai facile, trovare “guide” solide ancor meno. Ritengo che sia indispensabile, da un momento in poi, “appoggiarsi” a chi quel dolore possa sostenerlo con gli strumenti idonei, altrimenti si corre il rischio di farsi risucchiare dentro la melma di circoli viziosi autoreplicanti. La paura è indispensabile per decidere cosa fare, il coraggio e’ però l’unico elemento irrinunciabile per avviarsi verso il cambiamento. In fondo, “tutto muta, tranne il cambiamento stesso..”.
      A presto, grazie dello scambio.

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      • Grazie a lei per aver regalato a questo spazio di confronto, riflessioni tanto profonde quanto acute! Mi permetta di consigliarle la lettura di ILLUSIONI di Richard Bach: la sua sensibilità e intelligenza le consentiranno di cogliere anche le sfumature più sottili di questo libello che con uno stile comunicativo semplice e nello stesso tempo dirompente, introduce al viaggio verso il senso stesso della vita e della realtà. “Perché ognuno, su questa terra, è artefice del proprio destino”. Le rinnovo i miei più cari auguri e la invito a tornare nel mio blog se le fa piacere! Dott.ssa Annarita Arso

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  9. Grazie Dott.ssa del consiglio sulla lettura, che seguirò certamente, non appena avrò finito i testi che attualmente ho in coda. Il suo blog è salvato come link in Preferiti, e credo che la possibilità di confrontarsi su argomenti così di eterogenei dia la possibilità, a noi tanto quanto a lei, di arricchire il nostro bagaglio di consapevolezze. Un saluto e grazie.
    Fenice Sognatrice

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  10. Pingback: NON VITTIME MA VITTIMISTI (il dipendente affettivo all’ultimo stadio) | NEMESI DI UNA HYBRIS

  11. Purtroppo, personalmente sono arrivata a “giocare” cosi sporco anch’io, quando ero all’ultimo stadio della sofferenza atroce, lo ammetto. Questo articolo, come tutto il tuo blog, è di una accuratezza piacevolissima. Non essendoci il “reblog”, l’ho inserito nel mio blog NEMESI DI UNA HYBRIS per poterlo “ospitare” insieme al tema della dipendenza affettiva che tratto. Grazie davvero per le ottime riflessioni che implica, complimenti ancora!

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  12. Ho scoperto il suo blog da pochi giorni cercando recensioni su Inside Out. Sto leggendo tutti i suoi articoli un pò alla volta! Le faccio i miei più vivi complimenti per il modo in cui riesce a coinvolgere il lettore e a stimolare la riflessione. un caro saluto!

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  13. Pingback: Sul Vittimismo | Psiche Nessuno e Centomila

  14. Ho vissuto, per qualche tempo, e per tutta la vita (mia madre) con persone assai lamentose, depresse, ipocondriache, soprattutto donne.
    Io stesso lo sono stato dal 1979 al 1983, ma tenevo tutto per me, scettico che qualcuno potesse aiutarmi.
    Dall’83 all’85 ho seguito due psicoterapie di gruppo, verbali e bioenergetiche (Lowen), dove gli uomini erano in media il 20%. Anche qui ho ascoltato, soprattutto, fino al punto di non avere più alcun problema, avendo preso la decisione di rimanere single.
    Spesso non è possibile sottrarsi al vittimista, attualmente la mia datrice di lavoro lo è.
    La mia tecnica consiste nell’ascoltare e annuire, qualunque tentativo di risolvere i suoi problemi la irrita.
    Finito di raccontarmi le sue disgrazie e fatiche inenarrabili, comincia daccapo, anche tre o quattro volte in un’ora.
    Tacere, ascoltare, approvare è l’unico comportamento da tenere. Afferma che quando esce con me si rilassa.

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