Ancora Panchine e Fiocchi rossi

Ricorre ancora una volta la Giornata contro la violenza sulle donne e, come ogni anno, si moltiplicano le panchine dedicate nei parchi delle città, i fiocchi rossi sui portoni delle scuole, i piccoli ma preziosi gesti di condanna contro chi si macchia di quest’onta granitica. Eppure si ha la triste sensazione che, nonostante gli innumerevoli sforzi per produrre un cambiamento culturale, la strada da percorrere per raggiungere gli obiettivi minimi del vivere civile e del rispetto di base, sia lastricata da lame affilate e taglienti frammenti di vetro. E’ di oggi un articolo da far accapponare la pelle pubblicato da uno dei più noti quotidiani, o pseudo tale,  di questo strano Paese, diretto da un giornalista di lunga esperienza dalla quale però sembrerebbe non aver imparato alcuna lezione. Secondo tale articolo, la vittima dello stupro della drammatica vicenda Genovese, sarebbe solo una “finta ingenua” che non poteva non sapere che partecipando alla festa di un rinomato e ricco imprenditore, accettando di entrare nella sua camera da letto e togliendosi le mutandine, avrebbe dovuto mettere in conto che non avrebbe potuto sapere quando le avrebbe nuovamente potute indossare. Parole che lasciano senza fiato non solo perché intrise di un retaggio culturale che probabilmente sembrava vetusto già all’epoca dei Flinstones, ma soprattutto perché permeate di una concezione aberrante del corpo femminile. Una visione macroscopicamente sessista che non riconosce alla donna la libertà di vivere la sua sessualità come meglio ritiene opportuno poiché, se solo osa farlo, non può non mettere in conto di non poter scegliere quando fermarsi. Perché se osa farlo, legittima il maschio a disporre di lei come meglio crede. Perché se osa farlo, accetta implicitamente di potersi ritrovare ammanettata a un letto, ripetutamente drogata, seviziata barbaramente e violentata ripetutamente per appagare le latenti perverse fantasie necrofile di un uomo gravemente disturbato! Lo stesso uomo, che il giorno dopo il fermo, veniva definito dal Sole 24 ore, mica dalla redazione di Topazia, “Un vulcano di idee che, per il momento, è stato spento”. Ebbene si, il Genovese, autore di uno stupro ripreso da una webcam le cui immagini hanno paralizzato i magistrati che le hanno visionate, veniva descritto mirabilmente nelle sue doti imprenditoriali che però non avrebbero potuto momentaneamente esprimere perché costretto a fermarsi. Come se a bloccarlo fosse un problema di salute, un evento infelice cadutogli tra capo e collo a sua insaputa, un’immeritata disgrazia. 

Le parole giocano un ruolo decisivo nella creazione dell’immagine della realtà e i pregiudizi, gli stereotipi di genere, gli atteggiamenti di discriminazione si radicano nella percezione del reale anche attraverso la scelta del linguaggio. Le espressioni utilizzate dai media e i termini evidenziati in grassetto in prima pagina permettono ai significati soggettivi di trasformarsi in dati di fatto oggettivi e condivisi. E questo è un pericolo che bisogna a tutti i costi rifuggire. Lo si può fare boicottando le penne che partoriscono tale mistificazione dei fatti: quelle che descrivono i poveri padri separati mossi dal germe della disperazione che li ha spinti ha massacrare la famiglia, quelle che dedicano titoli ignobili alle donne che hanno chiesto la separazione senza mettere in conto che il proprio compagno avrebbe potuto agire atti inconsulti, quelle che descrivono delitti passionali i crimini cruenti che trovano moto nel possesso e non nella passione.

La battaglia culturale la si può combattere condannando questa rappresentazione distorta del femminile, urlando a voce alta il proprio sdegno, pretendendo una lettura più riguardosa dei fatti e pretendendo il rispetto per le vittime a cui è stata soffocata la voce.

Ricorre ancora una volta la Giornata contro la violenza sulle donne, ma la strada è lunga, tortuosa e tutta in salita. In cima, la speranza che prima o poi, non sia più necessario dedicare una giornata a questa tematica. 

Bambini, Attaccamento e Sicurezza

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Sono ormai numerose e accreditate le teorie che dimostrano l’importanza primaria dell’attaccamento del bambino nell’organizzazione del suo comportamento una volta divenuto adulto. Solo una relazione di attaccamento sicuro con un adulto responsivo, rassicurante, emotivamente presente, promuove nel piccolo la spinta all’esplorazione e all’indipendenza. Il senso di sicurezza è frutto di una sorta di “danza” tra bisogno di dipendenza e desiderio di indipendenza che il bambino, sin dalla primissima infanzia, sente di “avere il permesso” di ballare. I passi imparati li ripeterà ogni volta che instaurerà un nuovo rapporto e l’esito di quest’armonica danza interna diverrà inevitabilmente un’assicurazione sul suo futuro benessere psicologico e sulla salute delle relazioni amicali e amorose che instaurerà nel corso della sua vita. In caso contrario, porterà solo caos, rumore e note stonate, dispiegando le relazioni in modo troppo lento o troppo veloce, inscenando una coreografia inevitabilmente sgraziata.

Quando invece le aspettative genitoriali diventano un fardello talmente pesante da far rallentare il passo, c’è chi, pur di appagarle, è disposto a relegare sullo sfondo i propri bisogni, terrorizzato dall’idea di deluderle e doversi svestire di quell’imago di figlio ideale che, nella mente del genitore, sopravvive a dispetto di qualunque dato di realtà. Ci sono figli che sacrificano i propri desideri e le proprie aspirazioni sull’altare delle richieste genitoriali, non di rado consegnandosi a una vita costellata da attacchi di panico e di notti insonni. Fanno propri i mandati familiari ricevuti e, se di tanto in tanto cedono alla tentazione di metterli in discussione, vengono sopraffatti dal senso di colpa e da un soverchiante vissuto di inadeguatezza. Così scelgono di fare un passo indietro, a volte due, talvolta qualcuno di troppo. Finendo per accontentare tutti. Tranne se stessi.

Il sentimento di sicurezza si nutre anche della possibilità di vivere in una rete di relazioni autentiche, intessute da adulti che non mistificano la realtà e non disconfermano le percezioni corrette dei più piccoli. Perchè i bambini meritano la verità. Sempre. Spesso si crede di proteggerli e tutelarli, raccontando loro quelle bugie cosiddette a fin di bene, omettendo pezzi di narrazione familiare, sminuendo la gravità della malattia di una persona cara, fingendo che l’unione tra i genitori sia tenuta insieme dalla colla della passione. Ignari che i piccoli la verità la conoscono già, spesso meglio degli adulti, perché la colgono negli sguardi fugaci tra i genitori o nella mancanza di abbracci tra loro. La leggono nel velo di preoccupazione dei grandi dopo essere tornati dalla visita ad una persona cara ammalata. La intuiscono nelle frasi strozzate improvvisamente quando loro compaiono sulla soglia della stanza. La percepiscono nel non detto, nell’atmosfera che si respira in casa, nell’assenza di sorrisi. I bambini, se qualcosa non va per il verso giusto, lo capiscono da soli. Per questo è importante non lasciarli in quella voragine di solitudine che li attanaglia quando si convincono di non poterne parlare con i grandi. Quando iniziano a credere che “svelare il segreto” farebbe soffrire la mamma o metterebbe in difficoltà il papà o procurerebbe un litigio tra i genitori e i nonni. Quando, soprattutto, si accollano l’onere di mantenere in vita una realtà fittizia che poco o nulla ha a che vedere con quella vera sottostante.

I bambini che non vengono messi nelle condizioni di attrezzarsi emotivamente e di costruire la loro personalità sulle fondamenta di una base sicura, non solo non faranno palestra di emozioni ma saranno più vulnerabili di altri allo sviluppo di psicopatologia in età evolutiva: il sintomo potrà presentarsi sotto le vesti dell’ansia oppure sotto quelle della depressione, con l’etichetta dell’enuresi notturna o con quella della fobia, attraverso l’iperattività comportamentale, l’agitazione psicomotoria o la mancanza di concentrazione. Oppure arriveranno gli incubi a disturbare il sonno e a bussare da dietro le porte dell’inconscio sperando di poter recapitare alla consapevolezza i propri messaggi. In altre circostanze il bambino potrebbe anestetizzarsi a tutto ciò che proviene da dentro e perciò diventare poco empatico anche rispetto a ciò che arriva da fuori: in tal caso imparerà a destreggiarsi su un palco dove si finge che le cose vadano in un modo diverso dalla realtà e ad ogni discesa del sipario, scalpiterà nel voler continuare la recita magari sviluppando reattività eccessiva, disprezzo delle regole, incapacità a tollerare le frustrazioni. 

Gli adulti dovrebbero smettere di parlare con i bambini e imparare a comunicare con loro, che è cosa assai diversa. Dovrebbero farlo usando un linguaggio consono alla loro età cronologica e parole soffici adatte alla loro specifica sensibilità. Dovrebbero farlo cercando di non nascondere ciò che provano ma, anzi, verbalizzando la loro tristezza o la preoccupazione che di notte li tiene svegli o la delusione per un lieto fine mancato: in questo modo anche i piccoli si sentiranno autorizzati a raccontare i propri vissuti! Sapranno che la paura, la rabbia, la frustrazione si possono condividere con un Altro capace di accettare anche le sfumature più ombrose del proprio mondo interno. Impareranno che il dolore si può esprimere senza timore che venga sminuito o arginato e si alleneranno a gestirlo anziché a tenerlo a bada come un cane randagio. Perché il dolore esiste, esattamente come le delusioni, le attese disattese, lo sconforto, il rimorso, ed è preferibile che imparino a fronteggiarlo piuttosto che a fingere che non ci sia e a restarne travolti come un fiume in piena senza che abbiano gli strumenti per limitarne la portata.

E poi bisognerebbe sempre fare abbuffate bulimiche di abbracci! Tra le braccia delle figure affettive primarie, il bambino modella il proprio sentimento di sicurezza. Tanto più la carenza di calore genitoriale è cronica, tanto più le strategie difensive dei più piccoli si strutturano in modo rigido e inflessibile, fino a casi estremi in cui, in epoca adolescenziale prima e adulta poi, rischiano di assumere una connotazione palesemente disfunzionale. Ascoltare, rispettare e dare valore ai bisogni e alle emozioni del bambino, offrire conferma e sostegno alle sue aspirazioni, sorprenderlo con un abbraccio inatteso favorisce la sua individualità, promuove i processi di autoregolazione e getta le basi per la costruzione di una solida autostima e un senso di sicurezza forte e misurato. E’ come se il non aver potuto beneficiare di vicinanza fisica, contatto oculare, sintonizzazione emotiva profonda con i propri genitori, si connoti come qualcosa di indigesto nel proprio mondo affettivo lasciando un vuoto che, in alcuni casi, neppure l’accudimento materiale, il supporto pratico, la presenza fisica riescono a ridimensionare. È all’interno delle relazioni affettive primarie infatti che i bambini fanno esperienza dell’Altro e iniziano a costruire se stessi. E’ nella relazione con i genitori che, soprattutto, per la prima volta vivono quell’esperienza significativa di amore che modellerà tutte le relazioni affettive successive.

Il Falò delle Vanità

 

Psiche Nessuno e Centomila

“Dai facciamo una storia. Tu mettiti qui, un pò più a destra. E’ ben inquadrato lo sfondo? Tienilo tu il bastone selfie che io sventolo la mappa a favore di webcam visto che ho appena messo la crema per le mani al melograno. Hai aperto Wikipedia? Allora, parto io con i saluti e poi tu dici “Eccoci qui sulla rive droite nel I arrondisement tra la Senna e Rue de Rivoli”, ok? Poi intervengo di nuovo io e dico che stiamo per vedere da vicino la “Gioconda” di Leonardo Da Vinci e…aspetta che si è disconnessa la pagina…ecco… e “Amore e Psiche” di Antonio Canova e “La libertà che guida il popolo” di Eugene Delacroiz. Lo dirò voltandomi, perciò tu dovrai riprendermi la scollatura della schiena Continua a leggere

Sono un distillato di errori di distrazione

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Stare in coppia richiede pazienza, capacità di compromesso e abilità nel prendere le misure, ne sono consapevole. Bisogna essere degli scrupolosi esecutori sartoriali per cucire un abito che garbi a entrambi, senza che nessuno dei due si senta poco sostenuto o troppo costretto. Purtroppo io non sono ancora in grado di scegliere se stare dentro o fuori, rimanendo il più delle volte sulla soglia a prendere freddo e a cementificare le mie insicurezze. E’ che per condividere la vita con qualcun altro ci vuole coraggio, tutto lì. Più semplice condividerci solo il letto! Quel coraggio incosciente di chi si butta con un paracadute senza prima essersi accertato che sia a norma, ma che nello stesso tempo non riesce a rinunciare all’adrenalina del rischio. Continua a leggere

I Bambini ai tempi del Coronavirus

Psiche Nessuno e Centomila

Ci sarebbe da chiedersi cosa abbiamo fatto per i nostri bambini da quando, una sera qualunque, a cena, gli abbiamo comunicato che dal giorno dopo non sarebbero più andati a scuola. Che quella mattina appena conclusa sarebbe stato l’ultimo giorno di scuola invece lo hanno dovuto capire da soli, mentre con le mani impiastricciate di colla per fermare l’ennesima scheda di approfondimento sul quaderno, hanno provato a incollare tra loro anche pezzi di conversazione. I loro grembiuli sono stati riposti da un pezzo negli armadi e nell’album dei ricordi resterà per sempre vuoto lo spazio dedicato alla foto di fine anno. Gli abbiamo chiesto di capire i motivi per i quali era importante restare in Continua a leggere

La Pandemia Non Ci Ha Affatto Resi Migliori

Psiche Nessuno e Centomila

Tra la fine di una guerra e l’inizio del processo di ricostruzione, si fa la conta dei morti, dei feriti e dei danni. Ci si guarda intorno e la distruzione di ponti, case e strade presenta il dato di realtà su quanto accaduto. L’emergenza Covid-19 è stata trattata da subito con un linguaggio bellico: medici “in trincea”, economia “di guerra”, “armi” per combattere il virus. Eppure il coronavirus è un nemico invisibile, di cui non si conoscono le intenzioni né gli obiettivi, di cui non è possibile ricostruire le strategie di azione, né prevedere le mosse future. Un conflitto bellico devasta un territorio, una pandemia lascia apparentemente tutto inalterato. Ma sanare le ferite invisibili, Continua a leggere

La Maternità Mancata

Psiche Nessuno e Centomila

L’impossibilità di realizzare il desiderio di maternità procura una ferita dolorosissima a cui la nostra società non è ancora in grado di guardare con il rispetto che merita. Tale desiderio affonda le radici nell’infanzia della donna e trae vita all’interno di complesse dinamiche che includono, tra le molte cose, aspetti culturali, condizionamenti ambientali, istinti primordiali, processi di identificazione con la propria figura materna, motivazioni connesse al proprio progetto di coppia. Più il desiderio prende forma, più si dilata uno spazio mentale in cui prenderà posto il cosiddetto bambino immaginato, una rappresentazione mentale plasmata con un articolato labirinto di fantasie e aspettative. Continua a leggere

Il Caso Botteri e il Body Shaming

Psiche Nessuno e Centomila

In inglese si definisce “body shaming”, ma le implicazioni negative di tale fenomeno appaiono palesi anche usando la lingua italiana, ovvero (becera) derisione di una persona per il suo aspetto esteriore. Pratica ormai tristemente diffusa nei social network, soprattutto tra gli adolescenti. Una forma di attacco subdolo e pericoloso perché attraverso la risata che cerca di suscitare, in realtà ridicolizza, offende, ferisce l’altro per un elemento esteriore che non corrisponderebbe a dei presunti canoni estetici predefiniti. Che si tratti di chili di troppo o di scarsa tonicità o ancora di peluria in eccesso, il canone estetico viene assunto come unità di misura per considerare una Continua a leggere

Non ha ancora smesso di Fare Male

Psiche Nessuno e Centomila

C’è sempre qualcuno convinto di sapere quando un dolore ha smesso di farti male. Si, proprio così. C’ è chi si arroga il diritto di stabilirlo al posto tuo! Ovviamente, com’è prevedibile, sbagliando drammaticamente su tutta la linea. Succede spesso, sa?! Dopo un lutto, dopo un abbandono, dopo una gravidanza interrotta. Arriva lì davanti a te e ti sventola uno specchietto davanti la tua cicatrice. Si, ha capito bene, non lo tiene fermo lo specchietto, lo sventola. Così il segno puoi intravederlo a singhiozzi, finché la testa non ti gira tanto forte che hai bisogno di fissare un punto fermo per ritrovare l’equilibrio. Per poi aggrapparti a una stampella a portata di mano e riprovare a Continua a leggere

Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull’Autismo 2020

Psiche Nessuno e Centomila

Mi piace togliermi le scarpe ogni volta che entro in casa. Non solo nella mia, ma anche in quella di chiunque altro. Amo camminare a piedi nudi e poi distendermi sul pavimento e rotolarmi, prima su un fianco e poi sull’altro. Come su una giostra. E’ bello salire sulla giostra. Ci sono i cavalli, le carrozze, gli aeroplani, le automobili e le astronavi. Papà dice che con l’astronave si può andare nello spazio ma io gli astronauti li ho visti solo dentro la televisione, insieme a Dragon Ball e a Mr Bean. Mr Bean è un signore che indica le cose senza nominarle, fatica a infilarsi i calzini e non riesce a legarsi le stringhe delle scarpe. Io le mie le so legare molto bene. Mi piace così tanto Continua a leggere