La Sindrome della Principessa Triste

Annarita Arso Psicologa Brindisi

Forse qualcuno avrà già sentito parlare della cosiddetta “Sindrome della Principessa triste“. Quest’espressione, lungi dal far riferimento ad una categoria diagnostica riconosciuta, serve a connotare in modo metaforico e anche un pò suggestivo, specifiche difficoltà (relazionali/sessuali) che affliggono alcune donne. Richiamando alla mente la condizione infantile di quelle Principesse imprigionate nella torre più alta del castello in attesa di essere salvate dal Principe Azzurro, tale espressione fa riferimento alla tendenza a congelare per molti anni il risveglio pulsionale tipico delle fasi adolescenziali, in attesa dell’incontro salvifico con colui che sarà in grado di offrire un amore devoto e totalizzante: proprio come accade alla “Bella Addormentata” che cade in un lungo sonno dopo aver perso il sangue con la puntura del fuso (metafora del menarca) e si risveglia solo grazie all’incontro risolutivo con il “Bel Principe Salvatore”.
Per queste donne l’Amore degno di nota è qualcosa che si consuma nel desiderio stesso e, soprattutto, che non chiede nulla in cambio; si sentono degne di un amore incondizionato e a costo zero. Si tratta di donne incapaci di abbracciare l’altro e di instaurare un dialogo profondo e autentico con se stesse. Queste Principesse prive di braccia e di calore spesso investono molto nel loro aspetto esteriore e hanno difficoltà ad attivare un dialogo interiore con la propria sfera più intima. Il loro atteggiamento cela una radicata sfiducia nei confronti delle persone (che talvolta rende complesso anche un lavoro di supporto psicologico), che si tramuta nella tendenza diffusa a mantenere una distanza di sicurezza nelle relazioni (non solo amorose) e all’incapacità di costruire rapporti fondati sullo scambio e sul confronto.

La torre – prigione

La torre-prigione impedisce alle “Principesse tristi” la conoscenza feconda dell’altro e la costruzione di un rapporto solido e duraturo. Così trascorrono il tempo ad osservare il mondo attraverso le grate, pensando all’Amore nei termini di un riscatto personale, meritato a prescindere da quanto siano disposte a fare per ricambiarlo; una torre gelatinosa, inconsistente, fatta di sogni infantili e di aspettative irrealistiche; una torre psicologica, dall’alto della quale sottopongono ogni uomo che ha l’ardire di scalare la vetta nel tentativo di salvarle, a meticolosa e scrupolosa radiografia psico – fisica, finendo con il rintracciare tutti gli elementi discrepanti rispetto all’ideale di maschile con cui per anni hanno nutrito la loro immaginazione, consumando le Vhs di “Love Story” e di “Via col vento”. Chi accoglie il guanto della sfida, il più delle volte finisce con l’essere mangiato dai coccodrilli, perché ritenuto dalla “Principessa triste” non all’altezza del proprio valore; quelli più maturi affettivamente, invece, al persistere delle sue rimostranze, cedono il posto al pretendente successivo e fuggono a gambe levate. Solo colui che condivide problematiche relazionali simili alle sue, resta aggrappato alle grate, elemosinando in eterno la sua mano e giustificando l’inadeguatezza di cui viene accusato; il Principe ideale per questo tipo di donna è quello disponibile a restare impigliato nella ragnatela dell’eterno gioco seduttivo tessuto con grande maestrìa da colei che chiede amore e dedizione a senso unico e alle proprie condizioni; un uomo disposto a non essere mai “quello giusto”, a risultare sempre “troppo scontato e prevedibile”, a essere bersaglio di continue rimostranze e irriconoscenza; un Principe disposto a rinunciare all’Happy End delle favole tradizionali e ad accontentarsi di condividere il castello con un’eterna bambina incapace di amare in modo maturo.

C’era una volta una bambina triste…

L’insieme di difficoltà relazionali appena descritte affondano le proprie radici in fasi molto precoci dello sviluppo evolutivo che con tutta probabilità non hanno consentito l’interiorizzazione di un adeguato modello femminile, né il superamento del cosiddetto conflitto edipico e che, per contenere l”angoscia che ne è derivata, hanno prodotto un uso eccessivo e smodato di alcuni particolari meccanismi di difesa (razionalizzazione, svalutazione dell’altro, intellettualizzazione, formazione reattiva, negazione). Non è infrequente rintracciare nella storia clinica di queste donne la presenza di figure genitoriali invischianti, iper-prottetive, esigenti. Nelle narrazioni della propria adolescenza, le loro storie sono statiche e rigide come la postura che le caratterizza e mancano di tutte quelle esperienze relazionali comuni alle loro coetanee. Di frequente si tratta di donne che hanno avuto una madre ambivalente, incapace di tollerare sia la sessualità della figlia che l’amore filiale nei confronti del padre, alimentando la sua colpa inconscia rispetto all’intimità sessuale che accompagna il coinvolgimento affettivo con il maschile.
Accanto alla tipologia di Principesse appena descritta, che Kernberg farebbe rientrare nella categoria nevrotica delle “isteriche con tratti masochistici”, se ne può rintracciare un’altra a versante borderline, con marcati tratti di narcisismo. Le “Principesse tristi narcisiste” non si innamorano e non provano desiderio sessuale (a differenza di quelle isteriche che sono bloccate dal senso di colpa edipico). La svalutazione dell’uomo da parte di queste donne è in realtà strettamente collegata all’immagine che sin da piccole hanno costruito di loro stesse: considerano ogni uomo che le corteggia come poco appetibile, perché inconsciamente sentono di valere poco (a differenza di quanto, per difesa, ostentino); sono carenti inoltre nel riconoscimento dell’altro come oggetto realistico, separato da se stesse.
La possibilità di vivere una sessualità libera e appagante implica la capacità di riconoscere il partner come qualcosa di separato da sé (funzione complessa per chi ha sperimentato modalità di attaccamento invischianti) e di superare la colpa edipica (molto spesso legata anche a figure paterne periferiche e latitanti sul piano emotivo). Ecco allora che le “Principesse tristi” vivono costantemente dentro un paradosso: quello di cui hanno più paura coincide esattamente con ciò che desidererebbero di più.

La paura d’amare e l’amore infelice

La sessualità per queste donne non di rado costituisce un problema più che una fonte di piacere fisico e di gratificazione emotiva. Si tratta di donne che nel tempo sviluppano quasi sempre difficoltà sessuali (anorgasmia, vaginismo, dispareunia) secondarie alla loro reale problematica. La loro difficoltà a “concedersi” affettivamente ed emotivamente e la loro incapacità di mostrarsi “accessibili” al contatto con l’altro, si traducono in rapporti sessuali dolorosi e insoddisfacenti (quando non rifiutati a -priori). Non è raro che abbiano una sessualità limitata, fatta esclusivamente di preliminari e incapace di procurare il piacere orgasmico. Il più delle volte sono del tutto incapaci di abbandonarsi al piacere, bloccate in una rigidità posturale che molto ricorda la torre psicologica in cui sono imprigionate; vivono l’eccitazione sessuale come qualcosa di “sporco”, che poco si intona con la corona di pietre preziose e l’abito in taffetà. La loro frigidità di frequente porta alla rottura del rapporto; non di rado, invece, un concomitante disagio sessuale del partner permette l’instaurarsi di relazioni in cui la componente sessuale è completamente abolita: l’incastro collusivo e il compromesso implicito su cui si fondano queste relazioni traggono linfa dalla reciproca distanza emotiva, affettiva e sessuale, con cui entrambi i partner relegano nei sotterranei del castello le complesse difficoltà individuali.

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4 pensieri su “La Sindrome della Principessa Triste

    • Gentilissimo Enrico, ricevere un complimento tanto “raffinato” da un “poeta biologo sognatore” non capita di certo tutti i giorni, pertanto non può lasciare indifferenti, neppure chi, come me, non è facile alle lusinghe! 😉 Colgo l’occasione per esprimere il mio apprezzamento per l’uso attento e mai banale delle parole che, come intessute in un “RICAMO BIANCO”, danno forma ogni volta ad una composizione diversa, arricchendo il tuo blog di contenuti sempre interessanti. Buona serata!

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  1. Pingback: Vuoi giocare con me? | Psiche Nessuno e Centomila

  2. Questo articolo è semplicemente illuminante! Ha trattato con delicatezza e rigore scientifico un tema a me molto caro sul quale si trova ben poco. Le rinnovo i complimenti che le ho appena fatto in calce all’altro articolo. Grazie!

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