La Trappola del Fallimento

Alcuni individui vivono all’interno di un rifugio fatto di paure partorite dalla propria mente. Sequestrati da mostri che abitano il proprio immaginario e che vengono proiettati all’esterno, nel mondo che li circonda che diviene improvvisamente minaccioso. Altre persone trascorrono il tempo alla ricerca di modi sempre nuovi, spesso nocivi, per riempire il vuoto o quel senso di rumorosa solitudine che li attanaglia. C’è chi preferisce ritirarsi dalle relazioni pur di non accettare l’evidenza del fatto che la paura degli altri ha radici dentro se stesso. C’è poi chi erge mura intorno a se per proteggersi dal mondo esterno: da coloro da cui si è stati feriti, ingannati, traditi o delusi e non si accorge che ogni mattone gli sottrae un briciolo dilibertà in più e impedisce alla luce di penetrare dentro la prigione che si sta costruendo. In uno spazio borderline tra il reale e l’irreale di cui ci si può liberare solo con la consapevolezza di quanto quello stesso rifugio, apparentemente rassicurante, sia in realtà una gabbia opprimente di cui è preferibile privarsi. Perché chi mette in atto difese estreme per proteggersi da ciò che c’è la fuori, rischia di restare soffocato nella gabbia che avrebbe dovuto proteggerlo. Perché tante sarebbero le cose che si vorrebbero dire quando ci si sente feriti. Talmente tante che le parole si ingolfano nella testa come in un ingorgo ad un incrocio all’ora di punta. Perciò tanto vale lasciarle li, tanto prima o poi scatterà il verde oppure un vigile premuroso concederà il lasciapassare e allora scivoleranno giù nella gola, troveranno la forza di esprimersi e forse finalmente qualcuno disposto ad ascoltarle. Oppure resteranno restano lì, frenate dal timore di incorrere di nuovo negli stessi errori, a metà strada tra il desiderio di un cambiamento e la paura di concedersi una nuova occasione.

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Annarita Arso Psicologa Brindisi

Quando non raggiungi un obiettivo agognato ti ritrovi davanti a un bivio: puoi scegliere di sentirti fallito e di crogiolarti in quella sensazione di inadeguatezza profonda oppure attivare risorse e potenzialità che ti consentano di rimetterti in gioco. Scegliendo la prima alternativa, hai già collezionato un secondo fallimento. Provando a descrivere tutti gli ostacoli che si frappongono tra te e la tua meta, ne hai accumulato un terzo. Credendo agli alibi che tu stesso ti sei costruito per giustificarti con il mondo esterno, permetti al tuo vissuto di frustrazione di prendere il sopravvento e di castrare le tue capacità. E questo è, tra tutti, il vero e il più costoso fallimento con cui confrontarsi. Un errore non sempre è un male a cui porre rimedio; qualche volta fornisce il miglior feedback per imboccare la direzione giusta! L’indecisione e la paura di fallire invece, spesso ci fanno soffermare sui dettagli superflui, facendoci perdere di vista lo scopo principale delle nostre azioni e portandoci ad incappare proprio negli sbagli che avremmo voluto evitare. A furia di pensare e ripensare, analizzare e rimuginare, valutare e ponderare tutti gli elementi di una situazione, infatti, spesso si finisce con il perdere di vista l’obiettivo ed imboccare inevitabilmente la direzione sbagliata. Correre senza una meta o cercare di intravederne una da troppo lontano senza però procedere in nessuna direzione, hanno infatti la medesima probabilità di condurci dove non vorremmo essere. Il solo modo per non chiedersi in futuro “chissà come sarebbe stato se” invece, è quello di ignorare tutte quelle convinzioni autolimitanti che oggi ci impediscono di provarci. Il senso di amarezza per il fallimento di un progetto infatti è da preferire alla potenza del rimorso per non aver neppure provato a realizzarlo. Bisognerebbe imparare a concedere a se stessi la possibilità di perdonarsi per la propria imperfezione e a considerare gli errori commessi e i propri difetti con maggiore indulgenza, ricordando che l’insicurezza genera altrettanta insicurezza e che tale circolo vizioso, talvolta, ostacola il nostro potenziale più dei nostri reali limiti. Il più delle volte, infatti, il compito più arduo non è quello di trovare il modo per raggiungere la felicità, ma quello di abbattere tutti gli ostacoli interiori che ci allontanano da essa. Dovremmo poi imparare a guardare agli errori commessi in passato non necessariamente come un album di fallimenti personali ma come ad un “post it” sulla nostra scrivania che ci ricordi di fare, in futuro, qualcosa di diverso: adottare questa nuova prospettiva, consentirebbe di ridurre proprio quei vissuti di ansia (= paura) che ci imprigionano in quei circoli viziosi deleteri per il nostro senso di sicurezza. Potremmo definire la “paura di sbagliare” infatti come la più probabile anticamera del fallimento. Se ci ripetessimo più spesso invece che i difetti, esattamente come le qualità, le virtù e le abilità, appartengono a tutti, senza eccezione alcuna, riscopriremmo in noi potenzialità che non pensavamo neppure di possedere. E siccome a cercare di assomigliare a qualcun altro si finisce comunque con l’essere imperfetti, impareremmo a restare fedeli a noi stessi e a difendere con orgoglio la nostra conquistata imperfezione!

Quando la paura di fallire diviene nemica del cambiamento

Giungere ad un livello di comprensione profonda di se stessi, attribuire un significato diverso alle proprie emozioni o agli eventi che le hanno originate, inevitabilmente ci obbliga a rimettere tutto in discussione: ad abbandonare i vecchi schemi, ad ignorare alcune convinzioni limitanti, ad apportare cambiamenti significativi e spesso drastici nei rapporti interpersonali. Tutto questo comprensibilmente genera paura, smarrimento e qualche volta induce ad abbandonare il cammino intrapreso. Il cambiamento non farebbe così paura se invece ci si convincesse che esso non obbliga ad abbandonare le proprie certezze ma spiana la strada per acquisirne di nuove e di più soddisfacenti. Colui che, per varie ragioni, non è pronto al cambiamento infatti, spesso preferisce percorrere la strada che conosce bene, seppur dissestata e piena di dossi, piuttosto che imboccare un’uscita di sicurezza. Con il termine “autoconsapevolezza”, in psicologia ci si riferisce alla capacità di sintonizzarsi sul proprio vero Sé, frutto di un processo, faticoso e dispendioso sul piano psichico che può essere avviato solo da parte di colui che è disposto ad entrare in contatto con le proprie emozioni, i propri bisogni e, soprattutto, le proprie risorse interiori, il più delle volte sottovalutate. Intraprendere questo viaggio consente di riscoprire la propria storia personale e rileggerla attraverso una lente di ingrandimento in grado di restituircela depurata da quegli ostacoli che bloccano la crescita personale e ci impediscono di guardare fiduciosi al futuro. La nostra storia personale, compresi gli eventi che hanno minato la fiducia in noi stessi, infatti, è quanto di più lontano si possa immaginare dalla realtà dei fatti realmente accaduti: essa è frutto del modo in cui li abbiamo percepiti, dei ricordi che siamo riusciti a conservarne e del modo in cui li abbiamo rielaborati per renderli più accettabili. La nostra realtà non è altro che una trama intrecciata con le esperienze individuali di cui i fallimenti non possono e non devono rappresentarne i nodi di congiunzione! Quando questo accade è opportuno valutare la possibilità di richiedere un supporto professionale che aiuti a rivederne l’intreccio: raccontare la propria storia in un setting appositamente strutturato permette di operare un compromesso fra imperativi consci e inconsci, fra funzioni cognitive, meccanismi difensivi e rappresentazioni fantasmatiche. La narrazione diviene in questa cornice un modo elegante ed efficace di addomesticare la propria realtà emotiva, attribuendo nuovi significati a frammenti di vita di cui l’Io diviene regista e non rischia di essere relegato a mera comparsa di una prevedibile e stantia sceneggiatura. Nonostante sia opinione diffusa, “cambiare” non richiede quasi mai una rivoluzione nella propria esistenza; non implica la necessità di lasciarsi alle spalle le certezze acquisite, né il dovere di tradire le promesse fatte a se stessi, né tanto meno l’obbligo di annullare le conquiste emotive e relazionali faticosamente conseguite. Cambiare non significa perdere la strada ma solo decidere di imboccarne una nuova, quando quella vecchia non ci soddisfa più. Significa intravedere destinazioni che ci spingano ad intraprendere un nuovo viaggio, più soddisfacente e gratificante di quello attuale. Significa, soprattutto, lasciarsi alle spalle le proprie pretese nei confronti degli altri e le aspettative riposte nelle relazioni interpersonali. Implica attrezzarsi di strumenti diversi e funzionali al raggiungimento di nuovi obiettivi, liberandosi di quelle convinzioni limitanti che impediscono di afferrarli e farne buon uso. Il più delle volte, un autentico e sentito processo di cambiamento, comporta solo la volontà di cercare nuove soluzioni a vecchi problemi!

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6 pensieri su “La Trappola del Fallimento

  1. Il cambiamento fa paura è vero, perchè quando si scava a fondo in se stessi, non sempre ci piace quello che troviamo. In più cambiare obbliga a rivedere le nostre abitudini, che per quanto a volte sbagliate o fonte di malessere, almeno sono rassicuranti perchè rendono la nostra vita prevedibile! A volte però è necessario cambiare, quando la situazione diventa intollerabile e il nostro malessere rischia di avere conseguenze anche su chi amiamo.

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  2. Prova a pensare che un errore non sempre è un male a cui porre rimedio; qualche volta fornisce il miglior feedback per imboccare la direzione giusta:questa, dottoressa, me la scrivo sullo specchio!

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  3. La paura di sbagliare ce lo da quando ero nella culla. Mia madre era piena di paure, ansiosa e insicura e me le a trasmesse per tutta l'infanzia. Mio padre trattava male entrambi: bisognava fare solo quello che voleva lui se no si arrabiava. E difficile superare certe cose quando sei cresciuta così.:

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    • Nel mio caso è stata mia madre a trasmettermi tutte le insicurezze. Sono cresciuta sentendomi dire che non ero intelligente, che ero bruttina, che avrebbe preferito avere mia cugina come figlia. Alle elementari mi vietò di partecipare alla recita scolastica perché temeva che le facessi fare brutta figura davanti alle altre mamme. Io mi sentivo in colpa per non essere all’altezza dei suoi desideri e quel senso di colpa me lo porto nella borsetta tutti i giorni!

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