La Madre Invischiante

La madre invischiante

Come insegnava il buon vecchio Freud tutto ciò che di importante accade nella nostra vita psichica, accade per sempre; e certe volte continua anche ad accadere.
Sulla scorta delle importanti acquisizioni teoriche e cliniche degli ultimi decenni, è ormai possibile esplorare le implicazioni che le relazioni precoci di attaccamento hanno nel condizionare la realtà psichica in via di formazione di un bambino. E’ unanimemente accettato che la qualità della relazione che si instaura tra quest’ultimo e le sue principali figure di riferimento, influenzerà in modo significativo la rappresentazione di sé (come ho già descritto in un mio vecchio articolo) quella dell’altro e quella della loro relazione interpersonale. E’ altresì acclarato che, a differenza degli stili insicuri (evitante e ambivalente) e di quello disorganizzato, il cosiddetto attaccamento sicuro è l’unico in grado di fornire le solide basi per l’autostima, per la capacità di autorealizzazione e per la fiducia in se stessi. Come sostiene E. Polster in “Psicoterapia del quotidiano”, infatti, “l’attaccamento originario svolge la funzione di prototipo della sicurezza interiore per l’intera vita della persona, di un bisogno che persiste nel tempo, di una base sicura dalla quale la persona parte per vivere con fiducia la vita in modo autonomo”.
Attraverso le relazioni primarie e gli scambi intersoggettivi precoci, il bambino apprende anche ad autoregolare le proprie reazioni in funzione della disponibilità del caregiver (ovvero della figura che lo accudisce) e, come diceva J. Bowlby, in “Attaccamento e Perdita”, a prevedere quanto “le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro”In base alla tipologia del legame di attaccamento, il piccolo interiorizzerà quindi un “Modello Operativo Interno”, ovvero un modello di relazione, un modo di “stare con” l’altro. I Modelli Operativi Interni, con le loro componenti affettive e cognitive, organizzano a loro volta  i pensieri e i ricordi e modellano in modo significativo anche relazioni affettive future (con il partner e con i figli in modo peculiare).

Attaccamento insicuro e Amore (in)condizionato 

Freud amava ripetere che quello del genitore è uno dei mestieri più difficili del mondo. E per quanto ci si impegni e ci si metta in discussione, nessuno dispone di un decalogo per svolgerlo nel modo più consono possibile. Se è pacifico che non esistano corsi professionalizzanti, né libretti d’istruzione per acquisire le competenze genitoriali necessarie a garantire ai figli una relazione d’attaccamento sicuro, è pur vero che la realtà clinica regala notevoli esempi di soggetti che non hanno alcuna intenzione di svolgerlo almeno nel modo che J. Bowlby definirebbe “sufficientemente buono”.
In questa infelice ma nutrita e variegata categoria, un posto sul podio, a mio avviso, lo meriterebbero le madri “invischianti”. Mi riferisco a quelle donne che percepiscono i figli come un’estensione del Sè, piuttosto che come soggetti indipendenti e separati. Donne per cui, la realizzazione della maternità non si configura come la traduzione di un Progetto a due e neppure come un atto d’amore, bensì puramente come la soddisfazione egoica di un desiderio individualistico.
I principali costrutti del caregiving sicuro, come scrivono George e Solomon sembrerebbero essere “la sensibilità con cui la madre è in grado di leggere accuratamente i segnali del bambino nella loro unicità, adattandosi flessibilmente a essi e la responsività, ovvero la capacità di rispondervi in un modo appropriato al momento, alla situazione e allo stadio evolutivo in cui il piccolo si trova”. Quello dell’attaccamento sicuro è uno stile di relazione realizzabile solo all’interno di un sistema familiare capace di rispondere, sin dalle primissime fasi dello sviluppo evolutivo, tanto al bisogno di protezione, sicurezza e nutrimento affettivo, quanto a quello di autonomia. Solo un contesto affettivo con queste caratteristiche permette al bambino di conseguire quel grado di maturità emotiva indispensabile a tollerare i sentimenti ambivalenti fisiologicamente connessi alle relazioni affettive. La madre invischiante, invece, sin dalle più precoci fasi dello sviluppo infantile, non solo non riconosce i bisogni del figlio, ne soffoca la loro espressione, ne impedisce il soddisfacimento, ma antepone i suoi a quelli del bambino e pretende che quest’ultimo li riconosca come propri. Punisce ma non premia, pretende ma non dona, frena ma non accelera. Concede attenzioni con il contagocce ma si attende grandi (e talvolta plateali) riconoscimenti.

Quando l’Amore materno diventa tossico 

La madre invischiante, anche nelle fasi successive dello sviluppo evolutivo del figlio, è restia a concedere spazi personali che non siano direttamente sotto la propria egemonìa; è accentratrice, invadente e pretende di esercitare il potere all’interno della relazione e il più delle volte lo fa attraverso il controllo e l’induzione del senso di colpa. Ostacola qualunque processo di svincolo e pretende di invadere gli spazi esistenziali del figlio, di interferire con le sue scelte scolastiche, professionali ed affettive, giustificando la propria ingerenza con una claudicante e distorta definizione di amore e di protezione. Giunge a minacciare di non pagare le tasse universitarie se la facoltà scelta non dovesse essere di proprio gradimento o di non presenziare al matrimonio dei figli laddove non dovesse essere entusiasta dei partner scelti. Spesso pretende che questi ultimi si lascino “fagocitare” nel proprio nucleo familiare, impedendo che i figli se ne creino uno nuovo e pretendendo di vedere legittimate le proprie intromissioni anche su tematiche che dovrebbero essere di totale esclusività della nuova coppia (come la scelta della casa coniugale, del banchetto di nozze o l’educazione dei figli). C’è persino chi arriva a pretendere di condividere con la nuova coppia il proprio tetto coniugale (anche in assenza di tangibili esigenze), oppure che la nuova famiglia vada a vivere nell’appartamento ricavato al piano di sopra (magari costruito molti anni prima per assicurarsi la prossimità), pretendendo di annullare ogni spazio fisico di intimità, in una totale promiscuità di spazi, ruoli e funzioni.
Non di rado si tratta di sistemi familiari in cui il padre è emotivamente assente, distante, latitante e la donna (che spesso ha sperimentato a sua volta stili di attaccamento insicuri) riversa tutte le sue attenzioni (e frustrazioni) sulla prole. Pretende pertanto che il suo “amore” venga onorato e che vengano soddisfatte le proprie aspettative. I mandati familiari nei confronti dei figli sono talmente rigidi e vincolanti che di frequente, l’impossibilità per questi ultimi di onorarli, sfocia in qualche forma più o meno grave di psicopatologia (di tipo ansioso, depressivo e/o somatico).
La madre che si rappresenta il figlio come qualcosa che le appartiene simbioticamente, più o meno inconsapevolmente lo dota di un costosissimo fardello che rallenterà il suo cammino e diminuirà le sue probabilità di autorealizzazione. I figli non appartengono a chi li partorisce. Non sono la nostra longa manus. E la maternità dovrebbe essere solo un atto d’amore, non un dazio da riscuotere a lungo termine. Con il primo vagito, un figlio non appartiene più al nostro corpo, anche se di questo avrà bisogno per essere nutrito e rassicurato, ma diviene parte del mondo. L’amore fondato sulla soddisfazione delle aspettative genitoriali, ingabbia. Quello sottomesso ai sensi di colpa, soffoca. Quello simbiotico, castra. L’amore materno dovrebbe essere incondizionato. Perché solo l’amore incondizionato rende liberi.

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8 pensieri su “La Madre Invischiante

  1. Faccio fatica a credere che un comportamento così deleterio possa essere esclusivo della sfera femminile. Anche gli articoli collegati, che non ho ancora letto ma che leggerò, allargano la responsabilità alla famiglia e mai al solo padre padrone di letteraria memoria.

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    • Ci sono dinamiche relazionali talmente complesse che inevitabilmente coinvolgono l’intero nucleo familiare. Nei sistemi invischianti (quanto in quelli, all’opposto, evitanti/disimpegnati) il padre riveste un ruolo complementare a quella della madre (esattamente come accade in tutte le relazioni di coppia!). Se negli articoli precedenti ho analizzato il nucleo familiare invischiante attraverso le lenti dei miti e dei mandati familiari e ho affrontato anche il tema della scelta del partner da parte di un figlio che proviene da un sistema familiare che non facilita lo svincolo, in questo ho voluto puntare il riflettore sul ruolo dell’attaccamento materno. Ho solo cambiato punto di osservazione. Mi farebbe piacere se leggesse anche gli articoli correlati (oltre a quelli indicati, ne ho scritto anche uno sui miti familiari in generale). Grazie mille per il suo commento. 😉 Le auguro un sereno week end!

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  2. Non chiuda il blog. In ogni caso.
    Non faccio diagnosi ai miei parenti, ma ho chiarito ulteriormente, e in maniera più corretta, l’idea che avevo sempre avuto.
    Di madri invischianti e altro, che non sto a tirare fuori perchè il commento diventerebbe un post.
    Sicuramente l’averla incontrata sulla mia “perigliosa strada” mi sta aiutando.
    E forse è vero, come alcuni sostengono, che nulla avviene per caso.
    Un saluto cordialissimo + buon fine settimana. 🙂

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  3. Bellissimo articolo! I figli li si mette al mondo come atto d’amore ,non per noi stessi, ma per se stessi! Ho sentito genitori asserire che i figli ‘vanno fatti’ per assicurarsi un sostegno per la propria vecchiaia. Niente di più egoistico! Io ti faccio ,ti cresco e ti educo perchè tu un domani quando saró vecchio e acciaccato mi possa fare da badante, cosa c’e di più aberrante? I figli li partoriamo e li educhiamo perchè siano delle persone capaci di vivere nel mondo,perchè appartengono ad esso e non a noi ,nel momento stesso come ha detto lei giustamente in cui sentiamo il loro primo vagito. Grazie mille

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