Le Implicazioni Psicologiche della Quarantena

Psiche Nessuno e Centomila

L’Italia, a seguito dei vari Decreti che si sono succeduti in queste settimane allo scopo di ridurre al minimo le probabilità di contagio, è di fatto un Paese in quarantena. I Provvedimenti varati impongono a tutti una condizione di isolamento forzato a carattere certamente temporaneo, ma di cui, al momento, nessuno è in grado di prevedere con certezza la fine. Ciò che invece appare probabile è che più l’emergenza in atto richiederà il prolungamento della quarantena di massa, più la sofferenza psicologica dilagherà in modo significativo. Ciò che desta preoccupazione è che, in questi giorni, quando si parla di emergenza sanitaria, si fa esclusivo riferimento a quella legata alla pandemia. Si stanno invece drammaticamente sottovalutando i complementari risvolti a carattere psicologico che la situazione surreale in cui tutti siamo immersi potrebbe comportare a breve e lungo termine.

Dimensione Collettiva e Individuale dell’Isolamento Forzato

In queste prime settimane di isolamento sociale e di restrizione alle libertà individuali, numerose sono state le risposte collettive volte a preservare con strumenti alternativi il bisogno di comunicare, di stare insieme, di mantenere integro il senso di appartenenza. Si pensi a cosa ha rappresentato nella prima fase il flash mob, una manifestazione rassicurante di gioia e goliardia, ma anche una nuova forma di stare insieme, di rinsaldare il tessuto relazionale sfrangiato dalle necessarie e inevitabili disposizioni ministeriali. Il bisogno di relazione è infatti un impulso profondamente umano radicato nell’evoluzione e, per soddisfarlo, l’uomo è in grado di trovare strategie alternative anche in presenza di condizioni estremamente sfavorevoli. Il flash mob a suo modo, ha costituito anche una sorta di rituale propiziatorio finalizzato ad esorcizzare i sentimenti di paura e panico che si accompagnavano all’aumento della percezione del rischio. Oltre alle risposte collettive però, non sempre funzionali se si pensa agli assalti ai supermercati, agli esodi di massa, alla caccia agli untori, bisogna fare i conti anche con quelle individuali che variano in base alle risorse interiori e contestuali di ciascuno e che, a loro volta e nel loro insieme, modulano i livelli di timore e preoccupazione collettivamente sperimentati.
Non si può negare che su chi già versava in pregresse condizioni di fragilità socio-economica o chi doveva lottare con la fatica della disabilità o chi, ancora, soffriva le conseguenze di condizioni psicopatologiche, l’isolamento forzato sta gravando con un peso particolarmente drammatico. Isolamento che, in molti casi, si coniuga con la contestuale sospensione di servizi di riabilitazione, supporto psicologico, psicoterapia, supporto didattico: le norme atte a prevenire occasioni di contagio implicano infatti la sospensione di tantissime attività dei Centri di Salute Mentale, dei Servizi di Neuropsichiatria dell’Età Evolutiva, dei Centri di Riabilitazione motoria, logopedica, cognitiva, dei Centri Diurni. Il risultato è un numero importante di famiglie ripiegate su se stesse, intente a fronteggiare in completa solitudine problematiche legate alla disabilità o a condizioni di grave psicopatologia.
Nel quadro si inserisce anche il delicato tema della violenza domestica che in questi giorni si sta manifestando con un vertiginoso calo delle denunce e delle richieste di aiuto presso i Centri Antiviolenza. Dato che certamente non indica la riduzione del problema ma che, al contrario, desta molta preoccupazione in tutti gli operatori del settore. Anche “Save the Children” lancia l’allarme. “L’isolamento, la convivenza forzata e l’instabilità socio-economica in questo periodo di emergenza coronavirus possono comportare per le donne e i loro figli e figlie il rischio di una maggior esposizione alla violenza domestica e assistita“, data la condivisione prolungata degli spazi tra le vittime e chi le maltratta.
Ci sono poi le altrettanto spinose questioni delle carceri italiane con tutto il bagaglio di proteste, violenze ed evasioni a cui abbiamo assistito a seguito dell’interruzione dei colloqui tra detenuti e famiglie. Quella della comunità educative, case alloggio, strutture residenziali di riabilitazione i cui ospiti, tutti soggetti su cui già gravavano difficoltà multi-fattoriali di ordine sociale o psicologico, sono ovviamente depauperati di tutta la dimensione relazionale, sociale, riabilitativa, terapeutica che gli veniva garantita. C’è il tema dei centri di accoglienza per migranti, in bilico tra il problema del sovraffollamento e la sospensione dell’erogazione di servizi importanti. E poi ci sono quelli che, al contrario, sono rimasti “chiusi fuori” perché un tetto non ce l’hanno e gli interventi di organizzazioni, associazioni di volontariato e operatori del terzo settore si sono drasticamente ridotti: prima qualche trattoria o pizzeria a fine turno regalava qualcosa a chi vive per strada, così come turisti di passaggio e per tanti quel gesto di gratuita generosità era un sostegno vitale.
Ci sono città in cui la sirena dell’ambulanza fa da sottofondo alla quotidianità e il suo rumore angosciante insieme al continuo rimando allo spettro della malattia, penetra in modo intrusivo nei pensieri di giorno e insidia i sogni di notte. C’è un diffuso sentimento di allarme, di vulnerabilità, dovuto alla mancanza di controllo di fronte a qualcosa di invisibile, indeterminato, impalpabile.
C’è soprattutto una collettività privata di tutti i riti di passaggio legati all’esperienza del lutto. Rituali fondamentali e irrinunciabili per il proprio mondo interno, nonché indispensabili per avviare l’elaborazione della perdita. Il rito funebre in particolare è il luogo di elezione per l’espressione pubblica delle emozioni associate al lutto e sancisce in modo tangibile l’irreversibilità dell’uscita di una persona da una comunità. La possibilità di partecipare attivamente a quei noti, sebbene dolorosissimi, riti connessi alla morte, rappresenta inoltre un simbolismo prezioso che facilita l’uscita dall’inevitabile fase di negazione che ci fagocita di fronte a un vissuto difficile da tollerare. L’uomo ha bisogno di ritualità per sopravvivere ed evolvere e di simbolismi per rendere mentalmente accettabile qualcosa che rischia di frammentarlo.

La Salute Mentale e la Politica Sanitaria

Se è vero che alcuni tra i cambiamenti più profondi e significativi sono frutto di contingenze drammatiche che obbligano a riesaminare radicalmente i modelli di vita soggettivi e collettivi, la pandemia in corso potrebbe rappresentare un’occasione per partorire soluzioni rivoluzionarie a beneficio di tutti. Nessuno però al momento è in grado di prevedere quali, poiché la condizione globalizzata del mondo contemporaneo rende questo evento totalmente differente da quelli passati.
Pertanto, all’interno di uno scenario in cui all’emergenza sanitaria se ne sta affiancando una economica, come lo stesso Presidente del Consiglio ha affermato durante la lettura dell’ultimo Decreto, il Governo dovrebbe tempestivamente ripensare il proprio approccio alla salute mentale e destinare risorse in favore del supporto al benessere psicologico individuale e collettivo, anziché relegare tale spesa sempre in calce all’elenco di priorità. La pandemia in atto, con tutte le implicazioni che avrà nei mesi futuri, rappresenterà certamente uno spartiacque intorno al quale ciascuno riorganizzerà la propria vita. Un “prima” e un “dopo” in cui nessuno sarà più lo stesso. Non solo i medici, gli infermieri, i rappresentanti delle Forze dell’Ordine, che sono in prima linea a combattere una battaglia spaventosa contro un nemico invisibile, ma anche tutti quelli che stanno dietro le quinte e che, loro malgrado, rischiano di diventare le vittime secondarie di questo virus. Per questo sarebbe auspicabile attivarsi subito per rivedere le scelte pubbliche in tema di politica sanitaria. La sfera psicologica è a tutti gli effetti parte integrante del benessere dell’individuo e in quanto tale va tutelata e preservata al pari di quella fisica. Come afferma L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) “Non c’è salute senza salute mentale”. Non bisognerebbe mai dimenticarlo. Soprattutto non ora!

7 pensieri su “Le Implicazioni Psicologiche della Quarantena

  1. Avevo scritto un commento articolato, ma qui l’adsl è una brutta utopia.
    Nel giro di pochi mesi ho perso mio padre, la demenza senile di mia madre è peggiorata e, mentre, con fatica, mi ero organizzata con una badante e mia sorella per l’assistenza, è arrivata anche la pandemia. Prima in sordina, almeno qui al sud. Adesso sono qui a pormi mille domande inutili, a pensare a un futuro che, sinceramente, non riesco a vedere. Troppe cose tutte insieme, tutte da metabolizzare. Ne uscirò? Probabilmente.

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  2. Sono settimane, se non mesi, che ascolto trasmissioni televisive, di tutti gli orientamenti, sul tema di questo virus e sui provvedimenti, decreti, allarmi, anche tardivi, contraddizioni ecc., dimenticando ogni altro grave tema sociale sulle difficoltà di tante persone bisognevoli di aiuti costanti, ora compromessi dalla saturazione degli ospedali, con medici e infermieri sovraccaricati di lavoro e rischi.
    Temi ripresi ampiamente e dettagliatamente dalla dottoressa Annarita Arso, nel suo articolo.
    Le statistiche relative a questo virus, in Italia, aggiornate al 26 Marzo 2020, sono le seguenti:
    74.386 casi totali e 7.503 morti.
    Ora siamo in calo di incrementi, da tre giorni, ciò precede il calo di nuovi malati e morti, mentre aumenteranno le guarigioni, come è stato in Cina, che ora è fuori dal contagio. Ai primi del prossimo mese annunciano la fine delle restrizioni.
    Si fanno le prime valutazioni sulle conseguenze economiche di questi blocchi a livello mondiale: sono tragiche, mentre, il debito accumulato per porre rimedio a tutte le disfunzioni, ce lo porteremo per molti anni.
    E’ interessante confrontare la mortalità da virus rispetto alle altre malattie. L’ISTAT ci fornisce le statistiche che ho tratto dal sito: https://www.money.it/Quanti-morti-in-Italia-ogni-anno-principali-cause-decesso
    ecco riassunti qui i risultati:
    “PRINCIPALI CAUSE DI MORTE IN ITALIA
    Sulla base dei dati ISTAT estratti il 20 marzo 2020 possiamo quindi stilare una classifica di quelle che sono le più diffuse cause di decessi nel nostro Paese. I numeri tengono conto delle morti in tutto il territorio nazionale e di tutte le età.
    Per maggiori dettagli si può consultare qui la tabella ufficiale.
    Malattie del sistema circolatorio: 232.992
    Tumori: 180.085
    Malattie del sistema respiratorio: 53.372
    Malattie del sistema nervoso/degli organi di senso (Parkinson, Alzheimer…): 30.672
    Malattie endocrine, nutrizionali e metaboliche (diabete): 29.519
    Disturbi psichici e comportamentali: 24.406
    Malattie dell’apparato digerente: 23.261
    Cause esterne di traumatismo e avvelenamento (suicidi, omicidi, incidenti stradali…): 20565
    Cause mal definite e risultati anomali: 14.257
    Malattie infettive e parassitarie: 14.070
    Malattie dell’apparato genitourinario: 12.017
    Malattie del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo (es: artrite): 3.651
    Malattie del sangue e degli organi ematopoietici ed alcuni disturbi del sistema immunitari: 3.272
    Malattie della cute e del tessuto sottocutaneo: 1.413
    Malformazioni congenite ed anomalie cromosomiche: 1.399
    Condizioni morbose che hanno origine nel periodo perinatale: 801
    Complicazioni della gravidanza e del parto: 16 ”
    Voglio dire che, silenziosamente, siamo sempre morti di tutte le malattie, centinaia di volte in più di questo virus, senza per questo bloccare intere nazioni e mezzo mondo.
    Alla fine di tutto, cosa è successo se non un attacco di follia universale?
    Quando ce ne renderemo conto?

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    • Quelli sono dati che comprendono un anno intero e non abbiamo ancora qs storico del corona virus, estremamente contagioso (contrariamente ai tumori ed alle malattie cardiovascolari) Va detto che se con il contenimento non ci fosse, il numero di morti schizzerebbe….diciamo piu velocemente gli anziani ma anche gente piu giovane….(in assenza di vaccino) Di fronte ad uma polmonite bilaterale non c’é molto da scherzare…..

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