Gli Abbracci ai tempi del Coronavirus

Psiche Nessuno e Centomila

Ieri mattina, il parroco di un piccolo paesino di provincia ha deciso di esporre la grande Statua del CrocIfisso sul sagrato dell’unica Chiesa del posto. Ha fotografato l’immagine e l’ha postata sulla pagina social con cui in questi giorni mantiene la vicinanza con i fedeli. Una metafora forte di questi tempi, dall’impatto potente, quella di un Cristo piegato sulla Croce, in pieno tempo di Quaresima, sulla soglia del portone di una Chiesa immersa nel silenzio. Centinaia sono state le reazioni sotto forma di like e condivisioni in un territorio di poche migliaia di anime. Centinaia i commenti di preghiera, riconoscenza e sincera gratitudine, anche laica.

Qualche ora dopo, nel beneventano, il silenzio surreale di metà mattina tra le vie circondate da alti palazzoni veniva improvvisamente interrotto da canti e musica. C’è chi suonava le nacchere, chi usava strumenti improvvisati, chi si affidava alla bellezza della propria voce. Tutti insieme in allegria seppure relegati sui propri balconi. Residenti nello stesso quartiere, anche se molti di loro neppure si conoscevano, involontari attori dello stesso film, che hanno scelto di rompere la monotonia di una giornata uguale a se stessa e alle prossime, intonando una melodia spontanea che ha fatto bene a loro e alle migliaia di spettatori virtuali di un video subito divenuto virale.

In serata a Lecce, nel bel mezzo del silenzio di una piazzetta di solito molto frequentata, improvvisamente è esploso a tutto volume l’Inno di Mameli. Un’iniziativa nata per volontà di alcuni residenti probabilmente desiderosi di “fare rumore”. Di quel rumore che non è frastuono, ma desiderio di lasciare traccia di sé all’altro.

La Statua del Crocifisso sul sagrato di una Chiesa, la percussione delle nacchere da un balcone, l’Inno nazionale dalla finestra ci insegnano che ognuno abbraccia come può e come sa fare.

In queste ore, si sta assistendo al moltiplicarsi di iniziative spontanee improntate all’altruismo e alla solidarietà. In tantissimi Comuni, alcuni volontari hanno messo il proprio tempo e la propria generosità al servizio di anziani o persone fragili e prive di una rete familiare e sociale di supporto. Una sarta di Gallipoli e un tappezziere di Grosseto hanno cucito migliaia di mascherine per regalarle a chiunque ne avesse avuto bisogno. Perché gli abbracci si nascondono anche nei gesti di solidarietà, nel tempo donato agli altri, nelle pieghe delle piccole azioni quotidiane.

Abbraccio significa ritrovarsi, rifugiarsi nel proprio posto sicuro, sentirsi amati. Lo sanno bene i bambini quanto le braccia possano contenere, sostenere, consolare. La parola abbraccio, ai tempi del Coronavirus, ha perso la sua dimensione rassicurante, per vestirsi dell’ansia da contagio. Eppure mai come in queste ore l’abbraccio deve rimandare a una dimensione collettiva, a una circolarità estesa, al bisogno di appartenenza. E’ un tempo in cui tutto cambia rapidamente se fino a ieri di contagioso si contavano solo i sorrisi. Ed era bello, rasserenante. Mentre oggi si cerca di immaginare il sapore degli abbracci quando smetteranno di rappresentare una minaccia.

Nel frattempo, la distanza è certamente il più rassicurante abbraccio che possiamo scambiarci.

Andrà tutto bene!

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