Il Dolore tra Solitudine e Indifferenza

Psiche Nessuno e Centomila

Quando il dolore prende il sopravvento, ognuno reagisce in modo soggettivo: c’è chi preferisce isolarsi e chi invece si anestetizza con il rumore della quotidianità; chi si chiude in se stesso e chi diventa più aggressivo e insofferente. Non c’è un modo più corretto di un altro per fronteggiarlo perché ciascuno chiede aiuto a modo suo e ha solo bisogno di qualcuno che sia in grado di decodificare la sua richiesta. Perché qualunque sia il modo di raccontarlo, non c’è dolore che non meriti di essere ascoltato. Raccontare aiuta sempre se è vero che “Le malattie sono parole non dette“, come diceva saggiamente J. Lacan, noto psicoanalista francese.

Ogni Dolore porta con sé una Storia unica

E tra tutte oggi, di malattie c’è n’è una sempre più nociva: la solitudine. Pur essendo tutti immersi in un numero imprecisato di stimoli, di rumori, di parole, spesso si è privi di ciò di cui si avrebbe davvero bisogno: qualcuno in grado di ascoltare in silenzio, senza pregiudizio, senza la pretesa di avanzare soluzioni a problemi che non gli appartengono e che non potrà comprendere fino in fondo guardandoli dalla finestra. Certe solitudini sono circondate da rumori, suoni, voci, passi. Sono quelle più dolorose e difficili da accettare perchè fanno sentire tutto il loro peso. Sono le più pericolose perchè ti assalgono e non se ne vanno, nonostante tu sia circondato da tanta gente. In una società che abbonda di qualunque cosa, c’è penuria di qualcuno che soddisfi il desiderio sconfinato di essere ascoltati.
Peggiore di chi di fronte al dolore altrui mostra indifferenza o incuranza, c’è solo chi pensa di consolare paragonandolo a un dolore più grande. Chi soffre per un abbandono non ha bisogno di sentirsi dire che c’è chi è stato anche tradito, oltre che abbandonato. Chi si dispera per una diagnosi medica infausta non si sentirà supportato pensando che c’è chi ha una prognosi più infelice della propria. E chi ha subito una perdita non troverà consolazione nel sapere che qualcun altro ne ha subite due. Ogni dolore ha una sua storia, vive di vita propria e merita di trovare un contenitore degno per contenerlo. Nessuna sofferenza può essere paragonata a qualcun’altra semplicemente perché viaggiano su binari paralleli e non sostano su due piatti di una stessa bilancia. Perciò, a chi non sa farsi contenitore empatico di un dolore altrui, a chi non ha la capacità di porsi in posizione di ascolto e accogliere con regale discrezione le parole in cui quella sofferenza prova a farsi spazio, non resta che restare in posizione defilata. E’ preferibile lasciare chi soffre nel proprio senso di vuoto che esercitare l’arroganza di volerlo consolarlo con parole vuote di senso.

Andare Avanti a Piccoli Passi

In particolare, alle persone che riescono sempre a cadere in piedi e a costruire ali nuove con i cocci dei propri fallimenti, quasi mai viene permesso di manifestare le proprie fragilità. Da chi viene considerato “forte” non ci si aspettano lacrime e malumori perché spiazzano e cambiano le regole di un gioco consolidato. Di fronte al dolore inatteso di chi in genere ricopre il ruolo di consolatore dell’altro, ci si sente in imbarazzo, talvolta un pesce fuor d’acqua. Così si tende a tutti i costi a ribaltare nuovamente la situazione: “Proprio tu ti lasci andare in questo modo?! Da te non me lo sarei mai aspettato! Ma se sei sempre stato quello che mi ha tirato su e ha avuto la parola giusta per tutti, com’è possibile che ora stia così male!?”. Ebbene, anche le cosiddette “persone forti”, quelle con una scorta di resilienza di tutto rispetto in cantina tra le bottiglie di barolo e negroamaro, qualche volta possono inciampare e, come tutti, avrebbero bisogno di tempo e di comprensione per ricominciare il viaggio. Anzi, talvolta ne hanno bisogno più di quelli che di cadute ne collezionano a iosa e che per questo sono ben allenati ad arginarne i danni. Eppure, a una persona abituata a ripiegarsi in modo sano narcisisticamente su sé stessa nei momenti di difficoltà, che mostra di avere buone doti di resilienza, che attraversa i momenti bui senza particolari ripercussioni, difficilmente viene concesso il lusso di mostrare le proprie debolezze. Il più delle volte ha la sola possibilità di far proprio la bellezza di un passo de “La stanza delle chiavi antiche” di Elena Mikhalkova: “Una volta la nonna mi aveva dato consiglio: nei periodi difficili, vai a vanti a piccoli passi. Fai ciò che devi fare, ma poco alla volta. Non pensare al futuro, nemmeno a quello che potrebbe accadere domani. Lava i piatti. Togli la polvere. Scrivi una lettera. Fai una minestra. Vedi? Stai andando avanti passo dopo passo. Fai un passo e fermati. Riposati. Fatti i complimenti. Fai un altro passo. Poi un altro. Non te ne accorgerai, ma i tuoi passi diventeranno sempre più grandi. E verrà il tempo in cui potrai pensare al futuro senza piangere”.

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