L’ Attacco di Panico

L'Attacco di Panico

Provare preoccupazione, agitazione o timore in particolari circostanze della vita, prima di sostenere un esame o prima di conoscere l’esito di una visita medica, non solo è del tutto comune, ma ha addirittura una funzione adattiva sotto il profilo psicologico. In questi casi infatti, l’attivazione fisiologica che affonda le radici nei meccanismi primordiali di attacco – fuga che salvavano la pelle ai nostri antenati, aiuta a ridurre l’impatto negativo di una brutta notizia e di un’aspettativa disattesa. Eppure, tra tutte le parole prese in prestito dal mondo della psicologia non solo “ansia” è una di quelle più abusate ma probabilmente anche una di quelle che è entrata nel gergo comune assumendo una molteplicità di significati errati. Quando un paziente varca lo studio di uno psicologo e riferisce di avere problemi d’ansia è necessaria quindi una valutazione accurata da parte del professionista non solo per individuare i sintomi e i segni di una reale condizione psicopatologica ma anche, laddove ci fosse, per accertarsi che questa rientri a pieno titolo nell’area dei disturbi d’ansia. Non di rado infatti, dalla valutazione clinica emerge un quadro del tutto diverso da quello erroneamente “auto-diagnosticato” dal paziente.

I Sintomi

Come si legge nella più recente edizione del DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell’American Psychiatric Association, l’ansia assume una connotazione patologica quando le sue manifestazioni sono persistenti, durature nel tempo e creano disagio clinicamente significativo. Nonostante la sintomatologia ansiosa possa assumere le diverse forme contemplate dal Manuale sopracitato, quella che si manifesta con maggiore gravità e che più di altre spinge a richiedere una consulenza psicologica è certamente l’Attacco di Panico. Tra i sintomi più comuni con cui si materializza vi sono l’accelerazione del battito cardiaco, il respiro irregolare, l’eccessivo aumento della sudorazione, una spiacevole sensazione di asfissia e/o di compressione sul petto; talvolta i pazienti riferiscono anche sensazioni di depersonalizzazione o di derealizzazione, ovvero nel corso dell’attacco si percepiscono estranei a se stessi oppure riferiscono di essersi sentiti spettatori di quanto accadeva loro intorno; a questi sintomi spesso si associano anche la paura di svenire, quella di perdere il controllo e, nei casi più gravi, quella di non riuscire a sopravvivere all’episodio di panico.

I Campanelli di Allarme

Nella mia esperienza clinica, quasi tutti i pazienti che ne hanno subito gli effetti riferiscono di sentirsi spiazzati da quanto loro accaduto, di non avere alcuna spiegazione delle ragioni che hanno generato l’attacco di panico e, soprattutto, di non aver avuto alcun segnale in precedenza che potesse fungere da una sorta di spia per sospettare che qualcosa non stesse funzionando propriamente per il verso giusto. Inoltre giungono in studio con un fardello, di cui faticano a liberarsi: il timore (fondato) che l’episodio di panico possa ripresentarsi. Una volta avviato l’iter di valutazione, tra le prime emozioni che fanno ingresso nel setting vi sono sicuramente la sorpresa e lo stupore: adeguatamente guidati e sostenuti ad esplorare eventi e vissuti precedenti all’attacco di panico, si accorgono di tutti i campanelli di allarme che hanno preferito ignorare. L’irritabilità, l’insofferenza verso alcune situazioni, la difficoltà ad addormentarsi oppure la tendenza a risvegliarsi di frequente durante la notte; e poi il sonno disturbato, i sogni bizzarri che si ricordavano a fatica a causa dell’efficiente intervento della censura onirica; e ancora l’eloquio accelerato, i pensieri disturbanti di cui non ci si riusciva a liberare o ancora le fastidiose rimuginazioni. Ecco, la prima scoperta del paziente è che l’attacco di panico si sarà pure presentato senza che fosse il benvenuto ma di certo non ha mancato di farsi preannunciare. Il sintomo ansioso racchiude sempre un messaggio che necessita di essere decodificato: più lo si ignora, più acquisisce forza e potere. Più acquisisce spessore, più assume forme ingombranti per attirare l’attenzione. Così il senso di oppressione al petto diventa sempre più pressante, l’insonnia sempre più invadente, le fobie sempre più invalidanti. Fino a sentirsi fagocitati dalle sabbie mobili con la convinzione che non valga la pena provare a salvarsi perché si rischierebbe di affogare prima del previsto. E diventa a pieno titolo il nemico sconosciuto che non si sa come combattere perché non è chiaro se cercarlo fuori o dentro di se. Attendere che vada via spontaneamente senza neppure chiedersi perché sia arrivato, è come giocare una finale pensando di vincerla restando inermi fino ai rigori. La sconfitta è servita su un piatto d’argento.

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