La Depressione come una Donna in Nero

Psiche Nessuno e Centomila

Sulla depressione, sui suoi sintomi e sulle cause multifattoriali, sono state scritte pagine voluminose. Oramai possediamo strumenti adeguati per diagnosticarla e disponiamo di Manuali straripanti di criteri diagnostici per differenziarla. Sullo sfondo, la necessità di avviare una battaglia culturale che sposti il fulcro della questione dalla depressione come problema alla depressione come possibilità. Un invito alla riflessione affinché, piuttosto che distribuire farmaci per contenerla provando a risanare il meccanismo biochimico inceppato, la nostra società impari a prestare attenzione alle parole strozzate dal silenzio. Quel silenzio che quando diviene fin troppo logorroico, delega alla depressione il compito di farsi ascoltare.

La depressione richiama l’attenzione su ciò che manca

La depressione nasce dalla perdita di qualcosa che può essere riconquistata“. Lo sostiene Eugenio Borgna, rinomato psichiatra italiano. La sua è una voce fuori dal coro, in una società dove diviene sempre più preponderante la medicalizzazione della sofferenza psichica e in cui anche il dolore da lutto rischia di essere patologizzato. Una società che antepone la somministrazione di una pillola magica all’ascolto attento e incondizionato del dolore altrui. Dimenticando che ciò di cui tutti abbiamo un bisogno sconfinato è qualcuno che sia capace di ascoltarci. E che sappia farlo anche quando non sappiamo come mettere in fila le parole affinché abbiano un senso o quando semplicemente abbiamo una mancanza intollerabile che cerchiamo disperatamente di mettere tra parentesi. Perchè ci sono ferite che si rimarginano e lasciano solo una cicatrice come souvenir di un dolore sconfitto. E ce ne sono altre resistenti ad ogni tentativo di medicazione. Non conoscono cura e obbligano a riorganizzarci intorno la vita.
Nella depressione si vive come sprofondati nel passato. Non si vede più il futuro né la speranza. Si blocca la percezione del cambiamento; si sprofonda nelle cose avvenute che non mutano mai. E poi affiora l’esperienza fiammeggiante della colpa: una delle ragioni del nostro strazio” spiega ancora Borgna. La depressione, il più delle volte, è l’estremo tentativo del proprio dolore di essere ascoltato. Il vissuto depressivo ha la funzione di richiamare l’attenzione su ciò che manca e offre un’occasione per accettare ciò che non è possibile cambiare.

Una possibilità umana dotata di senso

È la vita di ciascuno di noi, quando sia ferita dal dolore, a risuonare di armonia e di follia“. Lo dice ancora Eugenio Borgna. “La vita può essere tutt’altro che felice, se non è accompagnata dalla ricchezza umana di certe ferite ardenti spesso considerate patologiche, come il segno di qualcosa da normalizzare frettolosamente“. La sofferenza psichica depurata dalle sue connotazioni prettamente patologiche e intesa come l’ultimo rifugio di una mente sopraffatta dal dolore. Un rifugio in cui è però possibile ritrovare se stessi e trasformare il fuoco di una ferita in una rigenerante possibilità di rinascita. Una visione della sofferenza umana lontana dai paradigmi trionfanti di questa nostra epoca che, come dice ancora il Professore, “ci vede gli uni estranei agli altri, intimoriti e infastiditi dalla fragilità, che pure è una possibilità umana dotata di senso”. La fragilità come una possibilità umana dotata di senso, non come un fastidioso inestetismo da nascondere dietro una maschera di ipocrisia e cerone.
Ci sono ferite che non guariscono mai del tutto. Restano sulla pelle come un tatuaggio indesiderato. Restano accanto come un’ombra che oscura la visuale. Sono quelle che ti ricordano che il dolore provato passa. L’averlo provato non passa mai. E rinnegarlo non cambierà la storia. Non disordinerà i granelli nella clessidra. Puoi solo fargli spazio, accettarlo, negoziare pacifiche regole di convivenza. E ricordare quanto scriveva il noto psicoanalista svizzero C.G.Jung quando descriveva la depressione come una donna in nero. E ammoniva “Se salta fuori, non mandarla via. Offrile un posto a sedere, trattala come un ospite e ascolta quello che ti vuole dire“.

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9 pensieri su “La Depressione come una Donna in Nero

  1. Io ho incontrato la donna in nero, mia madre trasformata e a tratti deformata da questa patologia, un dolore che non trovava parole, ma balbettii che nemmeno noi familiari eravamo capaci e pronti a decifrare, sofferenti anche noi della sua stessa sofferenza e sempre più spesso annientati dal senso di impotenza nel non saper trovare una strada di comunicazione profonda.
    Quanti interventi come questo servirebbero per capire quanto sono diverse e non comparabili tristezza, malinconia e cattivo umore dalla depressione vera e propria. Grazie cara!
    Cristina

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  2. Concordo pienamente sul fatto che si dovrebbe dare più ascolto piuttosto che il troppo uso di farmarci .. Vedo comunque il nero come il “tanto” che uno a dentro .. Un po come senso di pienezza , non necessariamente “cupo”. Dobbiamo davvero andare oltre all apparenza, un saluto.

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