The Place

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Se in Perfetti Sconosciuti Paolo Genovese ha provato a immaginare cosa accadrebbe se incautamente si mescolassero la vita privata, quella pubblica e quella segreta, lasciando cadere le maschere e svelando i volti sottostanti di chi ci circonda, nella sua ultima pellicola ha invece puntato i riflettori sui Centomila estranei che albergano dentro di noi. The Place, uscito pochi giorni fa nelle sale italiane, non è un film che tiene incollati alla poltrona, perchè incerti se immedesimarsi nella vita dei personaggi che sfilano sullo schermo o se fingersi diversi e andare a letto abbracciati alla rassicurante convinzione di essere migliori. Indecisi se calarsi in quella sorta di girone dantesco e frugare nella parte più oscura di se stessi, in quell’Ombra di matrice Junghiana, contenitore di tutti gli aspetti rimossi e non integrati della propria personalità, oppure sottrarsi allo sguardo di quella sorta di deus ex machina travestito da Demone. “In ognuno di noi c’è qualcosa di terribile. Chi non è costretto a scoprirlo è molto fortunato” fa dire il regista ad uno dei nove personaggi vagamente pirandelliani che calcano le scene di un palcoscenico adibito a diner americano. Una sorta di claustrofobica tavola calda che rende l’impianto dell’azione tipicamente teatrale: un tavolino, due sedie, un uomo interpretato da un gelido e imperturbabile Valerio Mastandrea, che con sguardo impassibile prende appunti su un libro nero troppo poco voluminoso per contenere le contraddizioni di tutti coloro che gli si siedono davanti. Ciascuno con una richiesta da realizzare (rammendare un rapporto sentimentale andato a pezzi, appagare la propria vanità con un corpo più snello e seducente, una guarigione miracolosa, un sogno erotico) e un misfatto da compiere per vedere esaudito il proprio desiderio (dall’infrangere un voto di castità al commettere un reato). Ciascuno con un desiderio da realizzare e un conto da pagare. Nodi da sciogliere e conflitti interiori da imbavagliare. Un Super-Io talvolta troppo poco allenato per stare al passo con richieste eticamente di dubbio gusto.

Basato sulla serie televisiva The Booth at the End, il nuovo film di Paolo Genovese tenta di recuperare la struttura corale di Perfetti Sconosciuti, costruendo però un’unità di luogo dai contorni surreali e a tratti articifiosi in cui sfila un tutto sommato interessante campione di umanità alla ricerca della felicità e potenzialmente disposto a tutto per conquistarla. Appare evidente l’intenzione del regista di rappresentare un vortice autodistruttivo, che però non sempre riesce a contare su una buona interpretazione attoriale e su una narrazione vivace e interessante, inciampando proprio nei limiti di quella stessa formula che nella pellicola precedente era risultata vincente. Se in Perfetti Sconosciuti l’interrogativo era quanto conosciamo realmente gli Altri che abitano le nostre vite, in The Place il focus cambia posizione, l’indagine diventa introspettiva e la domanda di fondo diviene quanto conosciamo gli Altri che ci abitano dentro. I Centomila estranei che non abbiamo ancora conosciuto solo perchè le circostanze non ce ne hanno mai dato l’occasione. Quegli ospiti indesiderati che potremmo improvvisamente ritrovarci in casa pronti a spingerci verso azioni moralmente riprovevoli. Cosa saremmo disposti ad accettare? Quanto in alto sposteremmo l’asticella etica se in palio ci fosse qualcosa di essenziale alla nostra stessa sopravvivenza psichica o semplicemente il carburante per il nostro più becero narcisismo?

La confezione surreale e rarefatta dell’ambientazione in alcuni passaggi contrasta con i dialoghi dei suoi protagonisti mentre tenta di accompagnare lo spettatore nei sentieri della perversione morale. Le loro storie, qualche volta dall’intreccio piuttosto prevedibile, si assoggettano a mero pretesto per esplorare i meandri più oscuri dei propri seminterrati interiori e divengono un allegorico invito a interrogare il proprio l’Unsaid, il non detto, l’inconfessabile con cui saremmo disposti a giocare a scacchi. Comodamente seduti a sorseggiare una tazza di caffè bollente in compagnia di un demone tentatore o un sadico e famelico mostro o come lui stesso si definisce in una delle scene più rappresentative, uno che i mostri li nutre. Forse semplicemente accomodati davanti ad uno spietato specchio impaziente di riflettere la parte nera di ciascuno di noi, l’abisso che proviamo a nascondere dietro il cerone delle nostre esistenze immacolate, l’incarnazione dei compromessi più volgari a cui saremmo disposti a cedere. I Perfetti Sconosciuti che soggiornano dentro di noi pronti a svelarci quel “qualcosa di terribile che saremmo disposti a fare se solo la fortuna ci abbandonasse”.

 

 

 

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