Stupri e Sciacallaggio Mediatico

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Era solita camminare a passi lenti, con lo sguardo rivolto verso il basso. Quando era costretta a rispondere alle domande di qualcuno, faticava a mantenere il contatto oculare e tendeva ad abbassare le spalle, come se volesse ripiegarsi su se stessa e sottrarsi al mondo che la osservava. Quando la conobbi io ero molto giovane, laureata da pochi anni, con pochissima esperienza clinica alle spalle e ancora in formazione. Dopo un paio di settimane di osservazione, il mio tutor mi comunicò che era giunto il tempo di conoscere la sua storia e mi mise tra le mani un voluminosissimo faldone faticosamente richiuso con un logoro elastico. Mi ci vollero un paio di giorni per leggerlo tutto, tra carte da riordinare e pause per riprendere fiato. Tra quei fogli polverosi e parzialmente ingialliti in cui si dipanava una terribile storia di violenza sessuale, a fare da segnalibro c’erano alcuni ritagli di giornali dell’epoca in cui la vicenda saltò alla ribalta delle cronache locali. Articoli in cui venivano accuratamente oscurati volti e nomi degli stupratori ma in compenso descritte con dovizia di particolari le sevizie a cui avevano a lungo sottoposto la giovane donna, i luoghi teatro delle violenze, le complicità individuate, stralci di verbali con le dichiarazioni della vittima. Fogli di carta su cui l’inchiostro aveva impresso particolari minuziosi e raccapriccianti delle ripetute violenze sessuali. Ricordo che trovai paradossale come accanto ad atti secretati ci fossero tanti dettagli divenuti di dominio pubblico senza che nessuno fosse intervenuto per evitarlo. Non capivo come fosse stato consentito ad un certo tipo di giornalismo di abdicare ad un linguaggio rispettoso della dignità della vittima per surfare sull’onda del sensazionalismo e dello sciacallaggio mediatico. Mi chiedevo con l’ingenuità della mia giovane età perché venisse fornita un’interpretazione tanto distorta dei fatti che non riservava nessun sentimento di vicinanza alla povera vittima, nulla che facesse solo intuire le ragioni della sua incapacità a sottrarsi a quelle reiterate violenze, neppure una riga di circostanza in cui si fingeva di interessarsi al suo dramma.

Le molte sfumature della violenza

Sono passati molti anni da allora e mi è capitato spesso, proprio come in questi ultimi giorni, di riprovare quella spiacevole sensazione di disgusto che ti fa sentire nel posto sbagliato, come quando si spia dal buco della serratura nell’anima altrui senza averne il permesso. Perché trovo che rivelare i particolari di uno stupro allo scopo di solleticare il voyeurismo galoppante della nostra società abbia più a che fare con la pornografia che con il diritto all’informazione. Perché conoscere il tipo di penetrazione a cui una povera vittima è stata costretta non aggiunge nulla all’atrocità dei fatti, appaga solo la sete degli amanti di dettagli pruriginosi.
Ricostruire l’accaduto per una vittima di violenza sessuale, fidarsi di un perfetto sconosciuto che le siede davanti e le rivolge domande sempre più incalzanti, descrivere il terrore provato, la devastazione emotiva, l’umiliazione di essere stata violata, gli sfregi del corpo e dell’anima è mortificante e spaventosamente doloroso. E l’ultima cosa che ci si aspetterebbe è di essere violata una seconda volta anche nell’intimità di quelle drammatiche dichiarazioni. Si, perché anche questa è una delle molteplici sfumature della violenza! Strumentalizzare un abuso per propaganda elettorale o per dare fiato a tutti i propri pregiudizi razziali, come se la nazionalità o il colore della pelle di un mostro possa aggiungere o togliere qualcosa all’orrore, è un atto insensato. Una società civile dovrebbe condannare questo modo ammiccante e compiaciuto di guardare all’orrore, di sminuzzare i drammi umani per aumentare il fatturato, di trasformare il diritto di cronaca nel festival dell’inopportuno. Sarebbe più utile sensibilizzare, informare correttamente, fare prevenzione. Raccontare le conseguenze emotive e psicologiche devastanti per chi subisce questo tipo di trauma.
Dai quei giorni alle prese con quel faldone polveroso, mi è capitato più volte di incontrare donne costrette ad elaborare quel dolore, la paura di non essere comprese, il timore dei giudizi taglienti, la diffidenza verso l’altro; e poi il terrore del buio, gli incubi notturni e i risvegli improvvisi con le lacrime che rigano il volto; il rifiuto di lasciarsi andare, la repulsione per la sessualità, la difficoltà a provare piacere fisico. Perché i lividi sulla pelle si schiariscono dopo pochi giorni ma quelli invisibili dell’anima faticano sempre molto a trovare una medicina adeguata.
Dovremmo convincerci che il cambiamento culturale può partire anche dal basso e che possiamo fare la differenza anche quando selezioniamo i link da condividere o quando in edicola scegliamo il quotidiano da acquistare o in tv il tg da guardare; quando scegliamo una parola piuttosto che un’altra per commentare una notizia o quando con un emoticon sorridente approviamo un post intriso di sessismo.
Sarebbe utile riflettere su questi temi prima di trasformare le nostre bacheche social in una scarpiera di calzature rosse in occasione della prossima giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Perché la violenza ha moltissime forme. E legittimarne qualcuna anche semplicemente voltandosi dall’altra parte non ci rende meno mostruosi di coloro contro i quali puntiamo il dito. Né molto diversi dai benpensanti per cui in fondo una donna stuprata quasi sicuramente “se l’è andata a cercare”, a meno che lo stupratore non sia uno straniero s’intende, perché in quel caso potrebbe esserci una più equa distribuzione delle colpe. Né meno disumani di quelli che costringono la vittima dietro il banco degli imputati. Né più intelligenti di quelli che si ritrovano a parlare dell’accento dello stupratore o della sua professione o del partito a cui era tesserato e relegano la vittima sullo sfondo come un fastidioso suppellettile. La disumanizzazione della vittima passa anche attraverso le parole che si scelgono per raccontarne il dramma. La violenza ha moltissime sfaccettature. E in fondo non ce n’è una che faccia meno schifo delle altre. Il più delle volte, è solo una questione di sfumature.

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