Una ragazza bugiarda – Recensione

Una-ragazza-bugiarda (2)

Una nuova famiglia, una nuova casa, una nuova scuola, una nuova vita. Anche un nuovo nome, neppure lui sufficiente a tenere Annie lontana dal proprio passato e dall’inferno in cui è cresciuta. Perché se l’inferno l’hai visto da vicino, anche se corri lontano, ti resta sulla pelle, proprio come le cicatrici dei tagli sul corpo che Annie si infligge per sottrarsi al dolore dell’anima. “Una ragazza bugiarda” della scrittrice inglese Ali Land è un thriller psicologico che con passo felpato si insinua nella mente del lettore e lo trasporta in quella gelida e intricata della sua protagonista.
Ha solo 15 anni Annie e ha appena denunciato la madre, “la serial killer di Peter Pan” come viene denominata dalla stampa, divoratrice famelica di vite di piccoli innocenti. Vive presso una famiglia affidataria con Mike Newmont, uno psicoterapeuta specializzato in disturbi post traumatici, sua moglie Saskia e Phoebe, la loro unica figlia. Il processo alla serial killer è alle porte ed Annie si vedrá costretta a descrivere minuziosamente i crimini di sua madre e a fare i conti con i fantasmi del proprio passato, invadenti compagni delle sue lunghe notti insonni.
A dispetto di una trama piuttosto lineare e di un epilogo piuttosto prevedibile per chi é cresciuto a pane e romanzi gialli, ciò che accade nella mente della protagonista viene invece descritto dall’Autrice in modo credibile e particolarmente efficace. Il vero filo conduttore dell’intera struttura narrativa è il dualismo interno di Annie/Molly (il nuovo nome che le viene assegnato). Tutto ruota intorno alla scissione del mondo interno della protagonista, resa in modo efficace dal titolo originale “Good me, bad me” (Buona me/cattiva me). Annie è dominata da rappresentazioni contraddittorie e non integrate di se stessa e degli altri. La rappresentazione della realtà è fondata sulle antinomie di buono/cattivo, giusto/sbagliato, bene/male, riflesso del conflitto interiore che le divampa dentro ogni volta che il dolore le fa visita.
Le sedute di psicoterapia con il padre affidatario le vogliono offrire una seconda occasione per esprimere, riparare, padroneggiare, integrare, gestire i traumi di cui è stata vittima in forma più attiva e metabolizzabile. Ripercorrere l’esperienza degli abusi subiti attraverso la psicoterapia potrebbe offrirle la possibilità di entrare in contatto con le parti scisse di se stessa, ma si capisce subito che queste non intendano dialogare tra loro. Annie potrebbe imparare ad elaborare, padroneggiare e sbarazzarsi delle masse di stimoli che stanno facendo irruzione nel suo apparato psichico attraverso la breccia dello scudo protettivo dell’Io, ma la ragazza più che alle tecniche di rilassamento proposte dal dottor Newmont, sembra essere interessata allo studio dei Manuali sulle personalità psicopatiche che campeggiano sugli scaffali della sua libreria. Ha bisogno di conferme Annie. Vuole sapere di essere amata, ha bisogno di avere un posto sicuro in cui rifugiarsi che non sia solo quello fantasmatico che il dottor Newmont le chiede di visualizzare durante le loro sedute del mercoledì. Ha soprattutto bisogno di sapere di essere diversa. Diversa dal mostro che l’ha partorita, la cui voce le risuona dentro nonostante lei alzi continuamente il volume delle sue distrazioni.
Sedere di fronte alla Giuria incaricata di esprimere il verdetto nei confronti dell’imputata, dover descrivere il mostro che si annida nel corpo della propria madre rappresenta per la protagonista un tir lanciato a tutta velocità che invade drammaticamente la sua fragile psiche, mettendo in discussione il precario apparato difensivo e attivando le angosce con cui cerca disperatamente di convivere. “La mela non cade mai lontano dall’albero” si ripete in continuazione, mentre si ingegna per estirparne le radici. Ci sono il lupo buono e quello cattivo che le abitano dentro ed Annie é consapevole che a dominare è quello che riceve maggiore nutrimento. Così ne nutre solo uno. Fino a quando anche l’altro non si dice affamato.
La Land, psicologa con dieci anni di esperienza clinica alle spalle prima di diventare una scrittrice a tempo pieno, riesce a descrivere molto bene l’immagine scissa del Sé della protagonista, svalutata e depressa, dominata da rituali e ossessioni e incapace di modulare gli affetti. E anche il suo mondo emozionale, dominato da rabbia, invidia, disprezzo e piacere di dominare. L’ambiente traumaticamente deficitario in cui ha vissuto Annie, ha impedito alla bambina che è stata di organizzare adeguatamente le sue difese, contribuendo al senso di minaccia dell’unità del Sé. La parte buona combatte contro quella cattiva, il lupo cattivo cerca di sbranare quello buono. La penna della Land non solo traccia i contorni di un thriller complessivamente ben riuscito, ma delinea in modo magistrale il labirinto della mente della protagonista. E serve davvero molta bravura narrativa per illuminarne gli oscuri meandri e riuscire a far funzionare una storia oscura come questa.

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