Chiudersi a riccio per paura

Psiche Nessuno e Centomila

Una delle cose più difficili da riconoscere a se stessi è il proprio stato di infelicità. Si cede facilmente alla tentazione di imbavagliarlo, di nasconderlo dietro un sorriso di circostanza, di barattarlo con la prima distrazione a portata di mano. Lasciarlo libero di manifestarsi farebbe cadere ogni difesa e invece si preferisce preservare le corazze perchè non passano mai di moda e si abbinano a tutti i colori dell’umore.
E’ faticoso dirsi infelici perchè obbliga a cercare una soluzione e non sempre si ha tempo a disposizione o voglia di rassettare le stanze interiori. E poi quella faccenda tanto in voga del guardarsi dentro è un atto che implica molto coraggio, una buona dose di incoscienza e la voglia di sfiorare fastidiose consapevolezze.
Come diceva Carl Gustav Jung, il noto psicoterapeuta svizzero “Si nega quel che ci è molesto, si sublima l’indesiderato, si liquida ciò che è angoscioso con una spiegazione razionale, si giustificano gli errori e, alla fine, si pensa di aver sistemato tutto per benino”.
Eppure ammettere di essere infelici è il primo passo per guardare in faccia la “mancanza” e allontanare il rischio di riempirla con il frastuono di presenze ingombranti e superficiali. E’ anche la condizione indispensabile per trasformare il “vuoto” in “spazio libero” per ciò che davvero merita di occuparlo.

Sofferenza Emotiva. La Strategia difensiva del riccio

Capita che il desiderio di nascondersi a se stessi e agli altri chiudendosi a riccio, nasca dalle fumanti ceneri della delusione di non sentirsi compresi. Come quando si vorrebbe poter contare su un contenitore empatico in cui lasciar scivolare le proprie parole senza il timore che vengano derise; in cui i pensieri possano muoversi con leggerezza e trovare una collocazione che gli restituisca un senso. E invece si collezionano soluzioni e consigli non richiesti che risultano indigesti quanto un pasto abbondante quando non si ha fame. Perché il più delle volte si avrebbe solo bisogno di essere ascoltati. In silenzio, con attenzione e senza pregiudizio.
Quando ci si sente fragili chiudersi a riccio diviene una soluzione economica e a portata di mano. Anche se si finisce con il perdere di vista i propri obiettivi, con il vanificare le proprie risorse interiori, con il barattare la soddisfazione dei propri bisogni con il consenso esterno. In un certo senso, si smette di appartenersi. E può accadere che il sintomo ansioso o depressivo diventi l’ultima possibilità per la mente di non lasciarsi sopraffare da tutto il dolore non è più disposta a tollerare.
Capita così che a chiudersi a riccio si collezionino parole soffocate. Se si potesse rappresentare geometricamente il silenzio probabilmente non servirebbe una linea retta. Troppo sicura e altèra. Lo si potrebbe disegnare come una curva che abbraccia tutte le parole imbavagliate. Quelle taciute per imbarazzo o per buona educazione, per pudore o per legittima difesa. Quelle ammutolite per non raccontare il proprio disprezzo o per celare una delusione. Quelle troppo impulsive e quelle troppo caute, entrambe colpevoli di eccesso di ingenuità. Le si potrebbe immaginare tutte lì le parole non dette, a sfiorarsi tra loro, adagiate su una curva da cui sperano di essere cullate. In fondo non c’è silenzio che, a suo modo, non si aspetti di ricevere attenzione.
Oppure accade che ci si rifugi nel passato, rimuginando su ciò che è stato e che potava essere diversamente. E su ciò che non potrà più tornare. La memoria consente di preservare ciò che vale la pena tenersi dentro. Come un abito dalla trama fitta quanto basta per conservare ciò che conta e larga quanto serve per lasciare andare ciò che non merita attenzione. Come uno scrigno in cui custodire il balsamo per le proprie ferite, una teca in cui guardare istantanee preziose di vita, un compasso con cui tracciare una linea intorno a sé mettendoci dentro ciò che nutre e lasciando fuori dal perimetro tutto ciò che è incolore. Nel ricordo è possibile riscoprirsi, ricomporsi quando ci si sente frammentati, riscaldarsi quando la paura prende il sopravvento, ritrovare il filo d’Arianna quando tutto intorno sembra un labirinto senza via d’uscita.

Elogio della Vulnerabilità

Ci sono cose che sopravvivono alla loro stessa conclusione. Ognuno ne possiede una nutrita collezione. Come gli amori sbagliati che continuano a vivere nel disegno della cicatrice che hanno lasciato. O come quei momenti di inaspettata felicità che continuano a respirare nel loro ricordo. O come quella carezza in un giorno di incertezza che sopravvive nel senso di sollievo che ha regalato. E’ che di fatto tutto ciò che viviamo, in un modo o nell’altro, ci resta dentro e s’incastra nella trama della nostra esistenza. Ciò che è stato continua ad essere. Anche quegli eventi che si candidano a diventare uno spartiacque nella nostra vita: arrivano senza preavviso, spazzano via ogni programma e mescolano tutte le carte accuratamente selezionate. Qualche volta, diventano dei saggi promemoria che ci ricordano che non è mai salutare prendersi troppo sul serio, altre volte richiamano l’attenzione su ciò che merita di averla. Ma è sempre possibile scegliere a cosa concedere un ruolo da protagonista e cosa relegare sullo sfondo.
Se davvero la sofferenza impartisse lezioni, il mondo sarebbe popolato da soli saggi. E invece il dolore non ha nulla da insegnare a chi non trova il coraggio e la forza di starlo ad ascoltare. Qualunque ferita segreta, per quanto mascherata da sorrisi o occultata sotto strati di cerone, continuerà a bruciare se ci si ostinerà ad alzare il volume dei propri pensieri più indisciplinati pur di ignorarne la presenza. La sofferenza insegna solo se accompagnata dalla forza di elaborarla, dal coraggio di non lasciarsene sopraffare e dal desiderio di restare vulnerabili. In fin dei conti, ci si scopre più forti proprio nei punti in cui ci si è spezzati, quelli ricuciti con la consapevolezza che restare vulnerabili è uno dei tanti modi di volersi bene.

Annunci

3 pensieri su “Chiudersi a riccio per paura

  1. Leggere i tuoi elaborati, mi porta ad una analisi introspettiva, avvolte per non scoperchiare una pentola piena si preferisce ignorarla per paura degli effetti o forse semplicemente per autodifesa.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...