Imparare a volersi bene

Psiche Nessuno e Centomila

Aveva commesso errori di grammatica, di punteggiatura, di presunzione. Per fragilità, per ostinazione e per ingenuità. Alcuni per ignoranza, per cattive abitudini o per cattive compagnie. Qualche volta solo per distrazione. Come quando aveva temuto di essersi persa e invece si era solo nascosta dietro una paura di una taglia più grande della sua. Aggrappata ai suoi ragionamenti senza una piega ma con il cuore pieno di grinze, cercava il significato delle cose dimenticandosi di viverle. E poi le sviscerava nei ricordi per trarne una lezione, illudendosi di trovare un senso a tutto quello che le accadeva anziché imparare a lasciarsi accadere.

Perché ogni delusione, ogni fallimento, ogni illusione dissolta racchiudono un messaggio. E’ solo che il più delle volte, presa dallo sconforto, dimenticava di prendere appunti, finendo con il sentirsi impreparata ad ogni nuovo esame della vita. Come quella volta in cui il caso le aveva concesso una seconda occasione ma lei l’aveva smarrita tra i kleenex, intenta com’era a rimpiangere la prima. Che poi le battaglie più dure sono quelle che ciascuno combatte in silenzio, avvolto nella solitudine dei propri pensieri taciuti, alla ricerca di un cerotto abbastanza grande per coprire le smagliature del cuore.

Così aveva imparato che si può cadere. E che alcuni tonfi sono talmente rumorosi da risvegliare tutte le proprie paure più profonde. Quelle nascoste negli abissi dell’anima, in cui non è mai consigliabile scrutarci oltre il dovuto per evitare di scivolarci dentro. Dentro le proprie moltitudini, talvolta tanto vaste da farla sentire perduta.
Aveva imparato che non sempre ci sono soluzioni. E che quelle a portata di mano spesso sono poco economiche. E anche che non tutto deve necessariamente avere un senso e che, per cambiare le cose, il più delle volte è sufficiente cambiare il punto di vista da cui le si guarda.

Si era rotta in mille pezzi tante volte. Spesso aveva fatto anche molto rumore sperando di non passare inosservata. Ma era anche una che aveva imparato a ricomporsi, a volte cedendo al lusso di cercare un abbraccio che riuscisse a contenere tutti i frammenti. Spesso andando alla ricerca di un amore che, come la colla, l’aiutasse a farla sentire di nuovo tutta intera ma senza appiccicarle fastidiosamente le dita. In qualche caso era riuscita a ricomporsi da sola e ne era stata talmente orgogliosa da volerci riprovare ancora.

Ci era riuscita quando aveva iniziato a parlare con la sua Ombra, dopo aver tentato invano di sfuggirle. Ad accettare i propri “nonostante” scoprendo che ad essere diversi non si corre il rischio di conformarsi passivamente alla moltitudine indistinta. A suddividere i propri sogni in monoporzioni per assumerli con regolarità. A fare l’amore con i propri pensieri più irriverenti. Ci era riuscita soprattutto quando aveva finalmente trovato il coraggio di fare a pugni con le aspettative cucitele addosso da sarti maldestri. Stracciando i sogni ingialliti nel cassetto per poi ricucirli con il filo della tenacia e colorarli con le tonalità della follia.

Aveva imparato che con gli stracci usati per asciugarsi le lacrime avrebbe potuto costruirsi un paio di ali nuove e planare, dall’alto, su un mare straripante di seconde possibilità. Perchè quando il buio dell’anima prende il sopravvento, esercitarsi a sognare ad occhi aperti è il modo migliore per non disabituarsi all’idea di felicità. Si era sbarazzata della paura del giudizio altrui, regalando ai propri bisogni il lusso di avere la precedenza. Smettendo di cercare qualcosa che colmasse lo spazio tra ciò che era e ciò che poteva diventare. Perché i sogni sono desideri solo fino a quando nutri il bambino che ti abita. Tanto, per diventare grandi c’è sempre tempo. 

Aveva imparato che, sebbene il mondo fosse pieno di mostri, avrebbe potuto sconfiggerli. Che nonostante la terra di tanto in tanto tremasse, avrebbe saputo restare in equilibrio. Che sebbene il tempo fosse nemico delle giuste occasioni, sarebbe riuscita a cogliere al volo le più preziose. Che i treni passano, ma l’uomo ha imparato a costruire le macchine volanti. Che si può sbagliare stazione, ma esistono le coincidenze. Che alcune coincidenze devono essere programmate e alcuni programmi mandati all’aria. Che si possono perdere chiavi, occhiali e valigie ma mai il rispetto per se stessi.

Aveva imparato che a volte i colpi di fulmine diventano colpi di teatro e qualche volta il sipario cala prima del previsto. Che nessuno viene esonerato dal dolore, ma che con – dividerlo, consente di dimezzarlo. Che il senso dell’utopia non è ancora riconosciuto tra quelli ufficiali, ma è il più utilizzato dai bambini, dai matti e dai poeti. E che nessuno, visto da vicino, è normale, perché “normale” è solo un costrutto matematico. Che le emozioni negative affannano solo la vita di coloro che le temono. Che a volte l’Amore finisce, ma è preferibile l’amaro per una vacanza conclusa che il rimorso per un viaggio mai iniziato.

O forse aveva semplicemente scelto di rincorrere la felicità. Senza fretta ma senza sosta. Senza più accontentarsi di qualcosa che semplicemente le assomigliava.

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