A Me Non Potrebbe Mai Accadere

Psiche Nessuno e Centomila

Se c’è un dolore più straziante di quello di sopravvivere al proprio figlio, è perderlo dovendo convivere fine pena mai con il senso di colpa di non averne impedito la morte. Purtroppo la cronaca periodicamente ci racconta di storie drammatiche in cui un genitore amorevole, attento, premuroso, “dimentica” in auto il proprio bambino che, nei casi più drammatici, dopo poche ore, perde la vita. Solo nel nostro Paese sono almeno sei i casi registrati dal 2008 ad oggi, l’ultimo dei quali risale a pochi giorni fa e ha come tragico teatro la provincia di Arezzo. In molti dei casi finiti tristemente alla ribalta della cronaca è bastato poco perchè cadesse il capo d’imputazione di omicidio colposo per il genitore. Come accaduto ad Andrea Albanese (che nel 2013 a Piacenza dimenticò in auto il figlio Luca di due anni) ritenuto al momento dei fatti, a seguito di numerose perizie dell’accusa e della difesa, “completamente incapace d’intendere e di volere per il verificarsi di una transitoria amnesia dissociativa”. A breve potrebbe essere disposta una perizia psichiatrica anche per la mamma di Castelfranco di Sopra, attualmente indagata per il medesimo reato, per valutare se, nel momento in cui ha lasciato la piccola in auto certa, a suo dire, di averla invece portata all’asilo, soffrisse di amnesia dissociativa.

Linciaggi 2.0

Nessun legittimo Tribunale ha ancora avuto il tempo di giudicarla, eppure la Rete sembrerebbe aver già emesso un’incontrovertibile sentenza di condanna tanto da obbligare la Procura della Repubblica ad avviare un’indagine, con la collaborazione della Polizia Postale, al fine di valutare alcuni post di natura offensiva pubblicati nei giorni scorsi sul suo profilo Facebook e su quello del marito. A tale indagine preliminare potrebbe far seguito l’apertura di un fascicolo formale laddove si dovessero configurare ipotesi di reato che potrebbero verosimilmente andare dalle minacce e dalla diffamazione aggravata all’istigazione al suicidio. Chi avesse avuto modo di leggerne qualcuno infatti, ha potuto constatare quanto un livello drasticamente basso di empatia non si associ necessariamente a personalità psicopatiche e a criminali incalliti. Le offese più umilianti e le invettive più crudeli provenivano da persone che sorridevano in modo rassicurante nella foto profilo, da bacheche con le foto del ciambellone appena sfornato e delle rose amorevolmente curate in giardino, da diari ricolmi di aforismi di Pablo Neruda e della Poetessa dei Navigli.
L’unico dato certo è che nessun esperto ha avuto ancora modo di incontrare la donna. Nessuna valutazione ha ancora avuto tempo di svolgersi. Nessuna perizia è stata ancora messa nera su bianco. Nessuno sa cosa sia accaduto a questa madre. Eppure c’è chi non ha bisogno di elementi oggettivi, di riferimenti teorici, di valutazioni cliniche. Perchè sa con incrollabile certezza che a lui non potrebbe mai accadere quel potenziale black out della mente. Nonostante la Psicologia contempli tale eventualità, nonostante evidenze cliniche raccontino della possibilità di una sorta di sconvolgimento della normale integrazione tra coscienza e memoria, nonostante sia unanimemente riconosciuto dagli esperti del settore che i disturbi dissociativi possono potenzialmente compromettere l’integrazione di diverse funzioni superiori della mente. E che l’amnesia dissociativa nello specifico sia caratterizzata proprio da una temporanea perdita di continuità nell’esperienza soggettiva e dall’impossibilità di accedere ad alcune informazioni. Per quanto innegabile che vi siano fattori individuali, sociali, intrapsichici o semplicemente contingenti che possano o meno favorirne l’insorgenza e la manifestazione, non vi è alcun fattore talmente specifico e individuabile che possa far sentire qualche mente esonerata o immune. Perchè la mente è fondamentalmente democratica e non ama le discriminazioni di natura moralistica.

Il buio della Mente

Non c’è intervista in cui, dal giorno della tragedia, Andrea Albanese non descriva le ore precedenti il dramma come quelle di una giornata qualunque. Un uomo che è riuscito parzialmente a trasformare il dolore e il desidero di autodistruzione in una battaglia sociale finalizzata all’approvazione di una legge che renda obbligatorio un dispositivo acustico per segnalare la presenza di bambini sul seggiolino dell’auto dopo la discesa del guidatore,  ha visto come la banalità della normalità possa essere squarciata per sempre dal buio che cala nella mente. La mente che tradisce in una giornata di sole, una giornata da vivere tra le incombenze del lavoro, la spesa, la biancheria da passare a ritirare in lavanderia.
E allora se è legittimo immedesimarsi e con il pensiero prendere le distanze da tali accadimenti, raccontarsi che a noi non sarebbe potuto accadere (è probabile che prima delle tragedie lo abbiano pensato tutti i genitori protagonisti), lo è meno (anche per la Magistratura stando ai fatti) tradurre quel pensiero in offese intrise di odio e riversarle senza pudore nella casa virtuale di una famiglia dove, comunque siano andate le cose, c’è una culla drammaticamente vuota. E allora ci sarebbe da chiedersi se chi inveisce senza alcun freno inibitorio contro qualcuno che non conosce e che ha compiuto qualcosa di cui nessuno ha ancora potuto appurare le ragioni, come nel caso della mamma di Castelfranco, non voglia semplicemente tenere a bada l’inconsapevole paura di quel buio. Quel terrore informe di essere traditi dalla propria mente proprio quando si è certi di avere tutto sotto controllo, in una giornata qualsiasi con la lista della spesa in borsa e il programma per il prossimo del week end. La verità è che non c’è setting clinico che non abbia le pareti intrise di “Dottore, la verità è che non avrei mai pensato potesse accadere a me!”.  Ed è sempre in una giornata qualunque, immersi nella banalità della routine quotidiana che chi pronuncia queste parole si è scoperto diverso da quello che conosceva o ha fatto i conti con l’inconoscibilità di chi lo affiancava o ha pensato e detto cose di cui si è pentito un attimo dopo o di cui si vergognerà per sempre. Ed allora ci sarebbe da domandarsi se quel “a me non potrebbe mai accadere” non sia un’agguerrita barriera difensiva per proteggersi dal timore di poter improvvisamente perdere le redini e ritrovarsi tragicamente spiazzati. Se così fosse, se non si trattasse solo di un abituale tendenza alla critica e al giudizio superficiale, se quelle ingiurie e offese irripetibili fossero frutto dell’incapacità di governare quella paura profonda impedendole di tramutarsi in rabbia incontrollata e in aperta aggressività verbale nei confronti di una perfetta sconosciuta, non sarebbe forse da considerarsi già essa stessa una manifestazione di perdita di controllo? Non sarà questa lapidazione virtuale solo un tentativo malriuscito di esorcizzare la paura per il perfetto sconosciuto che alberga anche dentro se stessi? Per quel buio che può fagocitarci improvvisamente in una giornata qualunque, dopo aver ignorato tutte le spie e i segnali che avrebbero dovuto impedirlo, dopo aver richiesto a noi stessi più di quanto fossimo capaci di dare? E’ che tutti avremmo bisogno di qualcosa che colmi lo spazio tra “A meno potrebbe mai accadere” e “Non pensavo potesse accadere proprio a me”. Allora in quello spazio sarebbe forse preferibile tirare in barca i remi della critica distruttiva, lasciare spazio al buon gusto e al buon senso e concedere ai propri implacabili giudizi un pò di salutare discrezione.

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