A piedi scalzi

Psiche Nessuno e Centomila

Lo conobbi nel reparto di psichiatria. Era ricoverato da qualche giorno dopo l’ennesimo TSO ma l’ambiente gli era talmente familiare da sapere anche quanti secondi impiegasse il distributore del caffè a dare il resto. Mi chiese chi fossi visto che non sembravo una “collega” e aggiunse che tra matti usavano definirsi in quel modo. Li faceva sentire più solidali e meno soli. Mi vedeva girovagare in quei corridoi da giorni ormai ma non riusciva a capire a che titolo lo facessi visto che non indossavo né un pigiama, né un camice. “Qui non ci sono vie di mezzo: o sei medico o sei pazzo! Di ibridi ci sono solo i piselli scotti che ci servono a pranzo e i capelli dell’infermiera Maria che dovrebbe decidersi a cambiare parrucchiere!”. La spiegazione che fossi lì per lavoro, che mi occupassi di una paziente ricoverata pur non essendo un medico del reparto, non lo convinse affatto e decise che fossi un’inviata speciale di qualche testata giornalistica. “Vorrà dire che le racconterò la mia storia, così avrà materiale interessante per il suo pezzo. Gliene farò un bignami comprensibile, si fidi! Vede, prima di finire qui dentro io vivevo nel manicomio lì fuori, quello da cui lei può andare e venire liberamente senza porte sbarrate che glielo impediscano, chiuse a tripla mandata da personale meticoloso e attento ad evitare ogni forma di contaminazione. Ebbene, lì fuori ho vissuto per moltissimo tempo in perfetta distonia con il caos di quelli che si considerano normali. Sono cresciuto in una famiglia dove erano in conflitto anche i colori delle tendine con quelli dei cuscini del divano. Per intenderci, le sorridenti famigliole delle pubblicità della Mulino Bianco o dei Quattro Salti in padella da noi non le passavano neppure in tv. Un giorno la maestra disse a mio padre che sarei diventato un grande poeta. Quella affettuosa profezia pochi minuti dopo mi costò due schiaffi e l’ammonizione di mettermi a studiare sul serio se non fossi voluto diventare uno scansafatiche morto di fame e di fama, oppure un relitto da manicomio. Non sentì alcun dolore. Il mio corpo era da tempo anestetizzato alla violenza ingiustificata di quell’uomo che pretendeva che lo chiamassi papà solo per via di un certificato anagrafico e di uno stronzo spermatozoo. Ecco lì fuori ho imparato molto presto che non sempre i legami di sangue nutrono. Qualche volta avvelenano e non c’è alcun antidoto. E poi ho imparato che anche i re hanno problemi di cuore, soprattutto se sono poveri e incompresi! E che l’amore non è mai scontato, ma si paga a caro prezzo. Quelli come me prima li bruciavano glielo hanno mai raccontato? Adesso li crocifiggono in psichiatria”. Si fermò per pochi secondi. Guardò il vuoto davanti a sé come per scrutare meglio quello che aveva dentro.
“E poi venne il giorno in cui la morte accolse un innocente mentre tornava a casa con la sua moto nuova. Lo aspettava la sua ragazza. Lo aspettava la vita. Si schiantò contro un albero. Camminava in mezzo alla strada, l’albero. Urla agghiaccianti di dolore si levarono dalla mia anima afflitta, angosciando i soccorritori e gli angeli alle loro spalle. Rimasi lì a fissare quel lenzuolo, che pian piano si colorava di rosso e che presto sarebbe stato bagnato dalle lacrime di nostra madre. La Strage degli Innocenti non è un’invenzione letteraria, mi creda! Continua per le vie del mondo e la spada del boia può colpire chiunque. Uno dei poliziotti che accorse sul luogo dell’incidente mi chiese perché fossi scalzo! La mia voce dilaniata dalla disperazione fu incapace di incanalarsi in una risposta soddisfacente. Poche ore dopo, tra queste mura, la mia fedina mentale si macchiò per la prima volta“. Si accese un’altra sigaretta, la terza consecutiva da quando mi si era seduto accanto per elemosinare un po’ di ascolto spogliato da pregiudizi. “Mia madre decise che non si poteva sopravvivere alla morte di un figlio. Pare non ci sia neppure un termine per definirlo. E le etichette sono importanti qui come nel manicomio là fuori. Il suo cuore cessò di battere un anno dopo. Avrà preso un colpo di freddo mentre volava giù dal terzo piano“. Rise sguaiatamente. Un infermiere entrò nella saletta ricreativa e con un cenno del capo mi domandò se fosse tutto sotto controllo. “Nessuno capisce perché io cammini scalzo, tranne Giorgio della numero 6, ma quello è un emarginato come me, ex contrabbandiere, ex alcolista ed ex carcerato. Il cappio l’ho messo da parte ho detto al Dottore questa mattina. Ho smesso di cercare di strozzare i miei demoni e sto aspettando qualcuno che mi porga una mano. Non credo mi abbia preso sul serio. Ha aggiunto qualche altra voce sotto a “Schizofrenia paranoide” e “Depressione bipolare”. E poi mi ha ripetuto che non è consentito in reparto camminare scalzi. Me lo ripete alla fine di ogni seduta. Devo ricordarmi di aggiornare la sua scheda con “Ossessivo-compulsivo”.” Iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza, mostrandomi di tanto in tanto con fare orgoglioso quanto fossero sporche le piante dei piedi. “Un giorno diventerò il più grande poeta del mondo, vedrà! Si appunti il mio nome! Mi hanno esiliato in psichiatria perché sono invidiosi della mia arte. E scriverò in versi del mio collega Michele della numero 3 che, convinto di essere il Messia ha rimosso di aver passato mezzo secolo a fare il protettore delle prostitute di Roma Nord e anche di Gisella della numero 4 che da una vita cerca di ritrovare se stessa, ma visto i risultati è chiaro che si tratti di una donna piuttosto distratta. E poi percorrerò scalzo il cammino di Santiago di Compostela, la Cordigliera peruviana e il sentiero islandese delle sorgenti calde. Reciterò i miei versi e trasformerò le brutture del mondo in rose senza spine. E forse incontrerò qualcuno che troverà il coraggio di chiedermi perché cammino scalzo per potergli finalmente rispondere: per correre via più velocemente da tutto il dolore che mi porto dentro e mantenermi in equilibrio sul filo sottile della mia follia! Coglioni!”

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Un pensiero su “A piedi scalzi

  1. Per quello che può arrivare a capire uno come me, qui andiamo oltre la psicologia per sconfinare, forse influenzata dall’interlocutore, nella poesia. Qualcosa del genere fece il cantante Simone Cristicchi con la sua “ti regalerò una rosa”.

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