Il Senso di Colpa

Psiche Nessuno e Centomila

C’è chi, suo malgrado, convive con uno sgradevole coinquilino. Prova in tutti i modi a liberarsene, a renderlo innocuo, a imbavagliarlo ma ogni tentativo si rivela vano e spesso controproducente. Si tratta di un ospite che non lascia spazio alla bellezza, che soffoca ogni possibilità e che fa sentire drammaticamente scomodi nella propria pelle. Spesso viene confuso con il rimorso, ma si tratta solo di un suo lontano parente. Il rimorso è frutto di un’azione sbagliata, di una colpa oggettiva e ne rappresenta la legittima e sana conseguenza che invita l’autore a rimediare all’errore commesso. L’ospite indesiderato a cui si fa rifermento invece non ha nulla a che vedere con ciò che si fa, ma è strettamente connesso a ciò che si è, al proprio sentire, al modo in cui ci si percepisce, al proprio valore. Si tratta del senso di colpa, un coinquilino invadente e logorroico che spesso fa sentire fuori posto in casa propria.

Un fardello che viene dal passato

Il senso di colpa non ha un’intrinseca accezione negativa, anzi, in alcune fasi dello sviluppo psicologico infantile, riveste l’indispensabile funzione di aiutare i più piccoli a riconoscere la responsabilità delle proprie azioni e a sviluppare un atteggiamento empatico e pro-attivo nei confronti degli altri. Capacità di cui non a caso risultano drammaticamente carenti le personalità psicopatiche e altre manifestazioni personologiche dell’area narcisistico/borderline. Riconoscersi una responsabilità è cosa assai diversa dall’attribuirsi ingiustamente una colpa. Quando invece, tutto il sistema educativo è pervasivamente intriso di messaggi più o meno espliciti volti a squalificare il bambino e a colpevolizzarlo ingiustamente, il senso di colpa rischia di divenire una delle principali impalcature intorno alle quali il piccolo costruirà il proprio senso d’identità. In alcuni contesti familiari, sono le modalità comunicative disturbate, le gravi carenze delle capacità genitoriali e/o la presenza di disturbi psicologici negli adulti di riferimento a indurre il vissuto di colpa fino alla sua peggiore cronicizzazione. In altri, sono le aspettative eccessive nei confronti dei figli a indurre questo tipo di vissuto: il bambino che si mostra incapace a soddisfarle, farà proprio quella sensazione di fallimento e di inadeguatezza e se non ci sarà almeno un adulto di riferimento ad insegnargli a ridimensionarlo, finirà tristemente con l’identificarvisi.

Aprire un dialogo con se stessi

Non è possibile controllare tutto ciò che accade. Alcuni eventi prescindono dalla propria volontà e mettono seriamente in difficoltà la propria capacità di autodeterminarsi. Eppure c’è chi non riesce ad evitare di farsene una colpa anziché provare a farsene una ragione. E allora rimugina ossessivamente su ciò che non può cambiare del passato piuttosto che concentrarsi sulle potenzialità nascoste nel presente. Come un passeggero che, afflitto per un autobus bloccato da un guasto tecnico, non si accorge di tutti gli altri mezzi che potrebbero condurlo in tempo nella direzione desiderata.
L’adulto che convive con questo ospite sgradito, il più delle volte ha provato molteplici tentativi di sfrattarlo. Gli ha fatto trovare le valige sul pianerottolo, lo ha confinato in cantina, lo ha insultato sperando che offeso, si risolvesse a traslocare altrove. La verità è che, quando non si riesce a sconfiggere il proprio acerrimo nemico, sarebbe il caso di fare un tentativo di negoziazione. Perchè il senso di colpa non si può cancellare come una scritta spiacevole sulla lavagna; sarebbe più proficuo provare a leggere cosa intenda comunicarci. Perchè quanto più si è sensibili al senso di colpa tanto più è forte e prepotente il critico interiore con cui si convive. E solo iniziando a dialogare con quel bisogno remoto di rifuggire l’errore ad ogni costo, con quel vissuto di inadeguatezza, è possibile imparare ad accettare con indulgenza anche le penombre del proprio mondo interno. Solo cercando il bandolo della matassa è possibile diventare consapevoli della sua origine e imparare a contenerlo prima di inciamparci sopra, scoprendo con il tempo che non c’è nulla di male ad essere imperfetti e che è sempre possibile imparare ad accettarsi senza condizioni.

L’importante non è ciò che hanno fatto di noi

Lo psicologo austriaco Paul Watzlawick affermava “Non c’è dubbio che il problema abbia radici nel passato. Tuttavia, se lo scopo è cambiare qualcosa, la conoscenza del passato è irrilevante”. E invece spesso ci si ostina a guardare solo alle proprie spalle, a scavare bulimicamente nei meandri di ciò che è stato, a interrogare il passato come se fosse un imputato alla sbarra, finendo con il restare impantanati nelle proprie domande. Restare bloccati in ciò che è stato, ostacola qualunque cambiamento verso ciò che è possibile diventare. Attribuire ad altri la causa del proprio vissuto di colpa, non contribuirà a liberarsene.
Come insegna Jean-Paul Sartre, scrittore e filosofo francese “L’importante non è ciò che hanno fatto di noi, ma ciò che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi“. E allora se l’ospite indesiderato non intende togliere il disturbo, potrebbe essere utile farlo accomodare in salotto e ascoltare cosa ci può insegnare. Potremmo scoprire che è più facile imparare a conviverci che ostinarsi a sprecare energie in una guerra senza esclusione di colpi. Potremmo imparare che ogni imperfezione accettata con indulgenza apre le porte a nuove consapevolezze. E che cercare di realizzare a tutti i costi un’idea inamidata e illusoria di se stessi priva di ogni più scomoda sfaccettatura, spiana invece la strada alla nevrosi, limitando le risorse attuali e sbarrando l’accesso a potenzialità più ampie. Perchè accettare le scalfitture della propria esistenza, abbracciare la paura del fallimento, sorridere agli errori è il modo migliore per attraversare indenni i propri labirinti interiori. A ostinarsi a negarli, si corre invece l’imbarazzante rischio di perdersi di vista.

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Un pensiero su “Il Senso di Colpa

  1. Leggo da Facebook che é il suo centesimo articolo. Mi raccomando non smetta. Le sue parole sono sempre una finestra sui labirinti interiori. E lei sa bene come indicare la strada.

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