Non Mi Riconosco Più

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Capita che improvvisamente non ci si riconosca più. E il più delle volte non si conosce il perchè, né si riesce a individuare lo spartiacque tra il prima e il dopo. C’è chi ha smarrito solo un pezzettino di sé in un momento di particolare distrazione, chi si sente completamente a pezzi e ha bisogno di ricomporsi in una combinazione più soddisfacente e chi, con qualche chilo in più di insofferenza, ha bisogno di incasellarsi in una definizione su misura. Non tutti riescono a gestire questo tipo di vissuti. Qualcuno ne ha talmente tanto timore da sfuggirvi il più a lungo possibile prima di decidere di farvi i conti, prima di convincersi di dover spostare il focus di osservazione dall’esterno all’interno, prima di scoprire che l’unico modo in cui è possibile ritrovarsi è cercare proprio nel luogo in cui ci si è persi.
Quando non ci si riconosce più nell’immagine riflessa nello specchio è perchè le domande hanno preso il posto delle risposte e il bisogno di essere ascoltati, accolti e riconosciuti, quello delle consapevolezze. Quel vissuto di estraneazione paradossalmente è una spia che ha la funzione di invitare a un contatto con la parte più profonda di se stessi, scongiurando il rischio di renderla definitivamente inaccessibile. La difficoltà a sentirsi un tutt’uno coerente e armonico rappresenta una linea storta nel proprio mondo interno che obbliga a prendere le misure dei propri bisogni e a smettere di prendere le distanze dalle proprie emozioni. Chi teme di abbandonarsi a questa ricerca perché ha la sensazione di precipitare nel vuoto senza paracadute, rischia proprio di accentuare il groviglio psicologico che ha generato quel sentimento di estraneazione.

La stanza invisibile

L’unica via d’uscita è abbandonarsi a quei vissuti a costo di farci a pugni prima di trovare un modo più efficace di comunicare con loro. Prima di permettergli di condurci nel luogo segreto dentro di noi, in quella stanza invisibile dove releghiamo tutto ciò che non riusciamo a digerire. Perchè quando non sappiamo più chi siamo e abbiamo l’impressione di doverci ridisegnare significa che quella stanza nascosta è diventata troppo affollata: vi sono le lacrime che non abbiamo pianto, le parole che abbiamo soffocato in gola, le lettere che non abbiamo scritto, le porte che non abbiamo chiuso; c’è l’odore di muffa delle relazioni che teniamo in piedi per timore della solitudine o perchè ci hanno fatto credere che non meritassimo niente di meglio da respirare; ci sono l’orgoglio ferito, la dignità calpestata, i pregiudizi inamidati, le smagliature del cuore che disegnano la mappa dei nostri fallimenti. In quella stanza invisibile dentro noi stessi ci sono in bella mostra i residui bellici di tutte le battaglie più dure, quelle combattute in silenzio, avvolti nella solitudine dei propri pensieri taciuti, alla ricerca di un cerotto abbastanza grande per coprire le ferite ingiustamente subite. In quel luogo nascosto si cela tutto ciò che ci ostiniamo a negare per paura o per legittima difesa, ma è solo li, tra le cianfrusaglie emotive di cui liberarsi e i tesori interiori da rispolverare ed esporre in salotto, che è possibile trovare ciò che abbiamo smarrito. Che si tratti di fiducia, di autostima o del coraggio di avere paura. Qualunque sia il collante in grado di ricomporre i pezzettini in cui ci sentiamo dispersi, non lo troveremo fuori di noi.

Non si può fuggire da se stessi

Per alcuni la stanza invisibile dentro se stessi è affollata da così tanto tempo che non ricordano più il colore del pavimento. Le cianfrusaglie emotive vengono da un passato tanto remoto da aver assunto quasi un’aria vintage e un sapore rétro. Come insegnava Alice Miller, rinomata psicoanalista infantile, “Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci furono inflitti nell’infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi, ‘riparare i guasti’ riacquisire la nostra integrità perduta (…) Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma in molti casi ci offre la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile, e tuttavia così crudele, dell’infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa”. Si, perchè quando non ci si risolve a dare una pulizia, ad ascoltare le emozioni spiacevoli che continuiamo a reprimere o a lasciar esplodere incondizionatamente, la stanza interiore rischia di diventare una prigione da cui ci illudiamo ingenuamente di evadere rifugiandoci nel lavoro, in un amore rattoppato, in un’amicizia malandata, nel cibo, in un’ossessione o in una seducente dipendenza. Perchè si può fuggire da molte cose, ma non da se stessi. Si può scegliere di scappare da un posto dove non si è più felici ma se non ci se ne libera, ci si porterà sempre dietro la ragione di quell’infelicità. Magari si tramuterà in qualcos’altro, forse cambierà forma ma continuerà a far rumore! Potremo abbandonare un luogo che non sentiamo più casa, ma rischieremmo di arredare nello stesso modo tutti gli altri posti che ci ospiteranno. Qualsiasi etichetta in cui tenteremo di incasellare la nostra confusione risulterà inevitabilmente limitante e non terrà conto di tutte le infinite sfumature che ci compongono. Perchè noi non siamo, diventiamo! Ecco, quella sensazione di estraneazione allora non è nient’altro che un invito a guardare dentro, a immaginare creativamente se stessi e a rileggere in modo nuovo la propria storia recente o impolverata che sia. Ricordando le parole di Anna Freud quando scriveva “Cercavo sempre al di fuori di me la forza e la fiducia, ma queste vengono da dentro. Sono sempre state dentro per tutto il tempo”. Sono lì in quella stanza invisibile dentro di noi, sommerse da tutte le cianfrusaglie emotive accumulate per pigrizia o per incoscienza. E’ il coraggio a dover fare da navigatore e a permetterci di ritrovarle. Affinché anche le ferite diventino feritoie da cui far passare la luce.

 

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9 pensieri su “Non Mi Riconosco Più

  1. Quanto ha ragione. Mi è capitato spesso di non riconoscermi, di perdermi e di ritrovarmi, dopo una “passeggiata” nei meandri della mia soffitta sterminata.
    Fortunatamente ho sempre trovato la strada di casa, e adesso mi muovo con la bussola.

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  2. L’unica cosa e ragiungere uno stato di logica perfetta dove le emozioni vengono spente e tutto diventa una vita razionale un po alla spok ed e cosi che si tira avanti senza niente da ricordare e a cui pensare

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