Le mie pagliuzze

Annarita Arso - Le mie Pagliuzze

L’abuso sessuale infantile è uno dei peggiori crimini che si possano perpetrare ai danni di un bambino. Ho conosciuto adulti che, a distanza di anni, si portavano sulla pelle ancora vivi i segni dell’infanzia violata. Ho lavorato con adolescenti che faticavano a diventare grandi perché il bambino dentro di loro da cui avrebbero dovuto separarsi, chiedeva ancora a gran voce un riscatto. Scegliere di parlare dell’abuso sessuale infantile è un atto coraggioso. Così quando, qualche mese fa, Dora Buonfino mi contattò per chiedermi di scrivere la prefazione al suo libro, le chiesi perché pensasse che fossi la persona più adatta a farlo. “Perché quando scrivi è come se dicessi:diciamoci le cose come stanno!”. In quella risposta mi sentì profondamente riconosciuta e vi trovai la ragione per accogliere la sfida. “Le mie pagliuzze” di Dora Buonfino, in uscita il 15 marzo, tratta con coraggio un tema difficile, doloroso, ma lo fa con un linguaggio accessibile e con un ritmo scorrevole. Lo fa dando voce ad una bambina che merita di essere ascoltata. Lo fa incasellando la storia in parole che meritano di essere accarezzate.

Di seguito, in anteprima, la mia prefazione.

Prefazione

Secondo una vecchia leggenda, sarebbe possibile far scomparire le verruche dalle mani strofinandoci sopra una pagliuzza di fieno. Per assicurarsi che non tornino, sarebbe poi opportuno ripiegarla e riporla in un luogo da cui si è certi che non si passerà mai più.

La protagonista di questo romanzo le sue pagliuzze sceglie di affidarle al lettore. Lo fa con un’intenzione che ha ben poco di magico o superstizioso, ma che assume invece una forte valenza catartica perché, quando il dolore diviene tanto difficile da tollerare, è importante trovare la forza e il coraggio di dividerne il peso con qualcuno. Così il fardello che si trascina dietro prova ad alleggerirlo prendendo il lettore per mano e guidandolo nei meandri della propria storia, scegliendo con cura le parole in cui incasellarla. Dando forma alla ferita che l’infanzia violata le ha lasciato in eredità, descrivendo il vuoto che ha provato ripetutamente a riempire confidando nell’amore di un altro che guarisce, tracciando i contorni di quello strappo nel senso del Sé in cui il dolore per anni si è fatto spazio, accarezzando quel disperato bisogno di conferme affettive a lungo bloccato ad un bivio buio del cuore, a metà strada tra la tentazione di chiedere e la paura di essere deriso.

La protagonista racconta di come ci si possa riscoprire fragili, vulnerabili, soli, quando si è stati costretti a costruire la propria identità inseguiti da un orco che prova a distruggerne le fondamenta. Di come ci si possa persino rivestire con i sensi di colpa, aggiungendo un’altra tassa al conto già salato dell’innocenza violata. Di come si possa sopravvivere alla sensazione di essere costantemente in bilico su una fune sottile, sprovvisto di una barra che aiuti a mantenere l’equilibrio. Di come la violenza, soprattutto se perpetrata da chi invece dovrebbe dispensare amore a piene mani, possa causare un dolore talmente ingombrante che fatica a trovare parole della taglia giusta in cui farsi spazio.

La protagonista non ha nome, non ha certezze, non ha porti sicuri in cui approdare con le proprie paure. Ha solo una lista di cose da cambiare, un paio di forbici per tagliare via il superfluo e un diario in cui annotare ciò che non è consigliabile dimenticare. E poi ha tanti tasselli di vita sparsi sul pavimento, in attesa che qualcuno la aiuti a ricomporli nella giusta collocazione, consapevole di dover imparare a conviverci per non correre il rischio di sentirsi di troppo anche quando resta sola con se stessa. Non teme di convivere con il passato, ma ha bisogno di seppellirne i fantasmi. Così sceglie di rovistare proprio in quella vulnerabilità che la spaventa, imparando ad immergere le mani in quella ferita originaria perché smetta di fare male. Sceglie soprattutto di liberarsi dalle maschere di felicità maldestramente indossate per rifuggire la propria interiorità, consapevole del fatto che il vuoto che vi alberga attende solo un contenitore che gli dia forma.

Con il suo secondo libro, “Le mie pagliuzze”, Dora Buonfino di quel contenitore ne fa omaggio al lettore, irrompendo nel quotidiano di una famiglia dalla fedina morale immacolata ma dalle morali multiple, svelandone le ombre e le contraddizioni. Perché i legami familiari non sempre nutrono, qualche volta affamano. Qualche volta sono addirittura capaci di lasciare lividi indelebili, come tatuaggi sull’anima che si cerca freneticamente di rimuovere. Come quelli sui quali, chi viene derubato della propria infanzia, ci passa sopra un’invisibile pagliuzza di fieno tutte le sere, strofinando la pelle fino a sentirla bruciare, nel vano tentativo di cancellarne ogni traccia. Gli stessi lividi della bambina con gli abiti perfettamente stirati e con il cuore pieno di grinze a cui la scrittrice, con il proprio romanzo, offre un degno e rispettoso palcoscenico sul quale ripercorrere il proprio viaggio a ritroso. Un passo alla volta. Perché ogni passo è importante. Ogni passo è un’istantanea da ritagliare accuratamente, fino a sentire sempre più flebile l’eco dei propri vuoti affettivi. 

Scegliere di parlare dell’abuso sessuale infantile è un atto coraggioso, in tempi in cui vanno di moda i sentimenti e le emozioni usa e getta e in cui si prediligono le soluzioni preconfezionate agli inviti alla riflessione. E a Dora Buonfino quel coraggio non è mancato. Con la sua penna delicata ha dato voce al silenzio della protagonista, le ha permesso di aprire il proprio scrigno segreto e di distribuire le sue pagliuzze a chi avrà altrettanto coraggio di prenderle in custodia.

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