Quando la Clessidra si ferma

Psiche Nessuno e Centomila

Se è vero che il processo di elaborazione del lutto prevede delle specifiche fasi e che non è sempre possibile distinguerle nel loro manifestarsi perchè si sovrappongono, si mescolano, si confondono, è altrettanto vero che i tempi per fronteggiare il dolore del distacco sono fortemente influenzati da numerose variabili individuali. Accade spesso di osservare nella pratica clinica, anche moltissimo tempo dopo la morte di una persona cara, il riattivarsi di vissuti dolorosi legati a perdite non elaborate. Talvolta il dolore diviene talmente ingombrante che ci si risolve a chiedere aiuto ad un professionista. Accade quando ci si sente spiazzati, smarriti, confusi. C’è addirittura chi prova non poco imbarazzo a raccontare che sta soffrendo per la perdita di una persona cara avvenuta molti anni prima. Tra tutti, uno dei passaggi di vita più dolorosi e talvolta sottovalutato nella sua portata, è la perdita dei genitori. Si presta legittimamente molta attenzione quando a restare orfano è un bambino, ma si liquida come un evento atteso nel ciclo di vita la morte di un genitore quando ormai si è adulti. Il lutto è di per sé un’esperienza devastante perchè obbliga a fare i conti con il dolore della perdita, ma la morte di un genitore porta in più con sé un senso di sradicamento: è come se insieme a chi se n’è andato, fosse stato seppellito anche un pezzetto delle proprie radici e uno strato della propria identità. Da quel momento, si continua a camminare nel mondo senza più poter vantare il titolo di “figlio di” ed è una di quelle consapevolezze che fanno sentire più soli piuttosto che più leggeri.

La morte di un genitore

Quando ci si separa per sempre da un genitore, il paniere delle consapevolezze talvolta diventa davvero pesante per poterlo trascinare da soli. Contiene il ricordo di quel che è stato e il pensiero per ciò che non potrà più essere. Racchiude suoni, colori e profumi che sanno subito di nostalgia. E soprattutto, straripa delle parole che sono rimaste in gola, incapaci di trascinarsi fino alle labbra per mancanza di coraggio o di tempismo. Fare il genitore, diceva Freud, è insieme allo psicologo e all’insegnante il mestiere più difficile al mondo. Ma non lo sa il bambino quando, al parco, sgambetta perchè non vuol scendere dallo scivolo e tornare a casa, così come non lo sa l’adolescente quando ha bisogno di frantumare la credibilità di chi lo ha messo al mondo, per ritagliarsi uno spazio sicuro in cui definire la propria identità. Alla massima del padre della psicoanalisi si dà credito molti sbagli dopo, spesso quando a propria volta si diviene genitori. Più la relazione con il genitore è stata conflittuale e meno si è avuto il tempo per sviscerare le ragioni di quel conflitto e rinegoziare un rapporto in età adulta su basi diverse, più è grande l’Unsaid, quel “non detto” che pesa dentro da quando la clessidra si è fermata. Quanto più si tenta di scoraggiare la rabbia e la disperazione per essersi lasciati battere dal tempo e dalla sorte, tanto più il dolore si sposta altrove, in qualche angusto anfratto dentro di se, in attesa del primo pretesto per esplodere.
Un trasloco, l’uscita dal nido dei figli, una piccola crisi coniugale:sono molteplici i pretesti di cui la mente si serve per rispolverare il dolore di un lutto non elaborato. Ed è stupefacente come, quando si chiede un aiuto professionale apparentemente per fronteggiare un evento recente, in un balzo (il)logico di pensieri, ci si ritrova a dar voce a quella sofferenza antica. E’ come se quel dolore accantonato si facesse spazio tra le mille cianfrusaglie emotive con cui convive da tempo e cercasse una via di fuga per raccontarsi. E’ come se rivendicasse il bisogno di descrivere la propria amarezza per essere stato ingiustamente imbavagliato. E’ come se volesse riconsegnare le chiavi di accesso al proprio mondo interiore a quel Figlio che abita dentro e che continua ad osservare la sabbia immobile della clessidra.

La funzione del sintomo depressivo nel lutto

“Vorrei tanto che le cose fossero andate diversamente, vorrei poter tornare indietro, mi chiedo come sarebbe stato se”: il mondo fantasmatico di chi non riesce ad elaborare il lutto si popola di sensi di colpa e si trincera dietro difese rigide e disfunzionali. Quando la negazione fa da auriga ad una pesante biga carica vissuti di colpa, spesso si aprono le porte della nevrosi e il dolore non elaborato sfocia nella sintomatologia depressiva. La depressione, il più delle volte, è l’estremo tentativo del proprio dolore di essere accolto. Il vissuto depressivo ha la funzione di richiamare l’attenzione su ciò che manca e offre un’occasione per accettare ciò che non è possibile cambiare, evitando il rischio di lasciarsi fagocitare dal vuoto incolmabile che quella perdita ha prodotto nella propria vita. Raccontare il dolore non guarisce, ma alleggerisce. Lasciarlo defluire permette di svuotare il paniere dal quel claustrofobico “non detto” per fare spazio all’eredità emotiva ricevuta da chi non c’è più. Perchè in fondo, quell’essere stati “figli di” ha il diritto di restare uno dei migliori racconti della propria esistenza. Niente sarà più come prima, ma tutto potrà ancora essere diverso.

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4 pensieri su “Quando la Clessidra si ferma

  1. Tatuato sulla pelle quel dolore per non essere più figlia di Vittoria. Scolpito sul cuore come nella pietra. Ho pianto leggendo le sue parole, ma di un pianto liberatorio. E quel Tutto Potrà Ancora Essere Diverso questa sera mi fa sentire un Po piû leggera. Grazie!!!

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  2. A distanza di più di 5 anni da quando se n’è andato, ancora ho spesso il desiderio di guardare il cielo chiamando “Papà!”, ma la voce non mi esce mai per intero, si rompe sempre a metà, dopo la prima sillaba.

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