La Sindrome Natalizia

Sindrome natalizia

Il Natale è la festa più suggestiva dell’anno. Eppure ci son quelli che la detestano per via della sua deriva più consumistica. Rifuggono la cannella e lo zenzero, i bastoncini di zucchero, il tripudio di luci colorate e le dozzinali decorazioni che sembrano voler riprodurre il laboratorio degli Umpa Lumpa. Criticano l’ipocrisia degli auguri preconfezionati con l’invio multiplo su Whatsapp, gli addobbi in posa da esibire sui social e lo sfarzo dei pacchi sotto l’albero che poco o nulla hanno a che vedere con la semplicità e la sobrietà della mangiatoia.
Ci sono quelli che invece odiano il Natale perchè non riescono a capacitarsi di come alcuni abbiano ancora bisogno di riti di passaggio da ricoprire con una veste liturgica. Sono quelli che hanno scelto di non credere alla storielle del bambinello, perchè a furia di concedere atti di fede a destra e a manca, ci hanno rimesso in fiducia e in pazienza e hanno collezionato solo cocenti delusioni. Sono ancora lì a medicarsi le ferite, a fare i conti con i rapporti interrotti, con le porte serrate e con i muri innalzati per difendersi da chi li ha traditi e ingannati. E non intendono concedere seconde possibilità a chi non ha esitato a stracciare le prime.
E poi ci sono quelli che non trovano indigesti solo gli antipasti luculliani, l’insalata russa e i pandori farciti. Odiano il Natale perchè non riescono a digerire i cenoni con i loro miti e mandati familiari seduti a capotavola. Le credenze che la propria famiglia ha di se stessa in bella mostra nel centrotavola tra le pigne, le bacche e le candele. I ruoli che gli vengono attribuiti e le leggende tramandate di generazione in generazione, oramai stantie come un formaggio rancido. Sono quelli allergici alle etichette ammuffite che li vedono da anni come la pecora nera della famiglia, come la macchia d’inchiostro sull’immacolata fedina morale del proprio cognome.
E’ come se a Natale si divenisse improvvisamente consapevoli della schiavitù dei legami familiari. Oppure, al contrario, si facesse a pugni con la propria solitudine, rimuginando su ciò che è stato e su ciò che sarebbe potuto andare diversamente. Come coloro che, alla perenne ricerca di quello che diventeranno, si dimenticano di essere fieri di ciò che sono. O come quelli così presi dai prossimi desideri da realizzare, da rimanere impigliati nella rete delle loro aspettative insoddisfatte.
Alcuni odiano il Natale perchè non riescono a spostare gli occhi da quel posto vuoto a tavola. Provano a distogliere lo sguardo dalla sedia fredda, sollevano il calice proponendo l’ennesimo brindisi e canticchiano una canzone natalizia di cui non ricordano le parole. Eppure è proprio tra quelle note che avvertono il frastuono dell’assenza. E’ lì che s’insinua furtivo il ricordo di ciò che non c’è più, di quel profumo lontano, di quella voce familiare che li trascina indietro nel tempo. Ed è nell’intermittenza colorata delle luminarie che si fa spazio il vuoto, la ricerca di senso, il desiderio di recuperare tracce di un tempo perduto.

Natale? No, grazie!

Da qualche anno si parla di Sindrome Natalizia per indicare la comparsa o l’acuirsi di pensieri e vissuti ansioso/depressivi e/o di sintomi psicosomatici in concomitanza con questo periodo dell’anno. C’è chi ha provato a descriverne minuziosamente l’evoluzione e chi ne ha misurato i livelli di stress. Sembrerebbe colpire prevalentemente chi, per le più svariate ragioni, vive le festività natalizie come una forzatura di cui farebbe volentieri a meno. L’allestimento dei centri commerciali, le vetrine vestite a festa e i martellanti jingle delle pubblicità, stridono con il grigiore interiore e obbligano ad adeguarsi ad un copione di felicità che non si riconosce come proprio. E ci si sente incompresi dinanzi a chi invita a non lasciarsi sopraffare dalla malinconia, a reagire impastando un dolce natalizio o provando ad intonare cromaticamente le decorazioni del’albero.
La verità è che, al di là delle più o meno originali etichette diagnostiche, questo periodo dell’anno rappresenta per eccellenza la festa della famiglia e non sempre la propria è quel luogo ideale e magico in cui regna l’affetto e la comprensione di cui fanno sfoggio le pubblicità dei panettoni. Il Natale è anche la festa dei sorrisi e dei doni e l’idea di onorarla stride con il malcontento di chi sa di essere in credito con la vita. Le festività natalizie sono l’apoteosi della pressione dei condizionamenti sociali e culturali, ricorrenze comandate che impongono sentimenti di bontà, solidarietà, generosità verso gli altri anche a chi da molto tempo, non ne riserva più neppure nei confronti di se stesso.
E allora sarebbe più opportuno sottrarsi ai riti che si ritengono privi di significato e alle convenzioni soffocanti, liberarsi dalle maschere di felicità indossate per appagare le aspettative altrui o per difendersi dal proprio dolore e fermarsi a chiedersi cosa susciti il Natale, qual è la natura della mancanza che brucia dentro come una fiamma, cosa si desidererebbe estrarre dal bussolotto della tombola. Sarebbe più utile regalarsi un po di tempo per dialogare con la propria tristezza e concedersi il lusso di accettare il suo invito ad una riflessione sui propri bisogni inespressi. La malinconia, il senso di vuoto, il vissuto di inadeguatezza sperimentati dinanzi ai fasti delle tavole imbandite, se non accolti, proprio come il panettone avviano dentro se stessi una lunga e lenta lievitazione, fino a soffocare le risorse interiori e a non lasciare più spazio a ciò che lo meriterebbe.
Perchè le emozioni spiacevoli, quando ci si ostina a soffocarle dentro, finiscono con il nascondersi negli angoli più angusti della propria interiorità, in attesa che il più banale imprevisto dia loro un buon pretesto per esplodere. Convincersi che quel pensiero triste che cerca di trovare un interlocutore empatico, non sia nient’altro che un estraneo da cacciare in malo modo, che offrirgli un posto a sedere possa nuocere al proprio disequilibrio interiore, non servirà a farlo evaporare tra la neve finta del Presepe. Ignorare la malinconia non è nient’altro che il maldestro tentativo di rifuggire la propria interiorità, ignari del fatto che, affinché ci abbandoni, il vuoto che ci alberga attende solo un contenitore che gli dia forma.

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Un pensiero su “La Sindrome Natalizia

  1. Quanto è vero, dottoressa. Miti e riti, tanto amati in passato, diventano pian piano indigesti come mattoni. Male che vada ci si isola; nella migliore delle ipotesi si abbozza, fino a convincersi che, in fondo, c’è sempre di peggio.
    E così passa la vita.

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