Non Sono Tua

Non Sono Tua

Questa notte il Gianicolo regala uno spettacolo impareggiabile. La luna sembra scalpitare per il desiderio di illuminare amori sconosciuti e di raccontare storie che mescolano sapientemente realtà e immaginazione, leggende e desideri a lungo termine. E ce ne sono alcune di storie che meriterebbero proprio di essere raccontate. Sono lì in un angolo a sgomitare, in attesa che qualcuno le trasformi in parole. Sono quelle che non cercano più il lieto fine, ma gridano giustizia. Sono le storie che raccontano di vite frastagliate che fanno a pugni con la ragione. Sono quelle che obbligano ad alzare muri di silenzio dietro i quali una donna prova disperatamente a nascondersi per non essere trovata. Sono storie come la mia.

Un tempo mi sentivo inebriata dal tuo profumo. Cercata dai tuoi occhi. Desiderata dai tuoi sensi. La maestosità del Pantheon e del Vittoriano questa notte lasciano spazio alla bellezza dei miei ricordi. Sognavo una casa accogliente in cui raccogliersi davanti al calore del camino nelle fredde sere d’inverno. Un cortile, un gatto, tanti progetti. Sorridevi beffardo alle mie parole e ti prendevi gioco della loro ingenuità. Ricordo quel giorno a Trastevere, quando cenammo in quel locale con le sedie scricchiolanti e le porzioni abbondanti di amatriciana. Mi dicesti che avresti disegnato il nostro futuro prevedendo una legenda per ogni contrattempo. In quell’istante desiderai che la nostra vita insieme avesse come colonna sonora il nostro primo concerto, con David Gilmour che infiammava il Circo Massimo e piegava il frastuono della Caput Mundi alla potenza della sua voce.

Mi ripetevi che ero solo tua e che neppure la luna sopra al Cupolone avrebbe mai potuto negoziare con gli dei un finale diverso da quello che avevi già deciso. Solo tua. Lo dicevi sempre quando soffocavi la mia voce, quando decidevi di possedermi, quando cercavi il mio corpo solo per soddisfare il tuo. Lo dicevi sempre lasciandomi l’ennesimo livido sul braccio perché non me ne dimenticassi al sorgere del giorno. Lo facevi per il mio bene, per educarmi ad essere la donna di cui essere fiero, sottolineando con la penna rossa tutti i miei difetti. “I legami non sempre nutrono, qualche volta strozzano. Come un veleno per cui non esiste antidoto”. Dove l’avrò letto? Ogni tua offesa mi lasciava lividi indelebili come tatuaggi sull’anima che non è possibile rimuovere. Ci passavo sopra con la spugna tutte le sere strofinando la pelle fino a sentirla bruciare, ma restavano li, inermi e immutati. Credevo che avrei solo dovuto imparare a conviverci per non correre il rischio di sentirmi di troppo anche quando restavo sola con me stessa.

Forse è nel terreno dell’inconsapevolezza che affondava le radici quel tuo perverso desiderio di possesso. L’inconsapevolezza della mia umanità e l’incapacità di sfiorarne anche solo i contorni. Tu che trasformavi la mia anima nel bersaglio della proiezione dei tuoi istinti rimossi. Io che non riuscivo a difendermi e mi convincevo di essere sbagliata invece di capire che ero solo uno strumento per la tua gratificazione narcisistica. Io che oscillavo tra il terrore di perderti e il desiderio di fuggire lontano, convinta che la capacità di essere amata da te fosse l’unità di misura del mio valore. Io portatrice insana di un dolore che si rinnovava dopo ogni critica gratuita che infliggeva colpi bassi alla mia fragile autostima. Io che mi ostinavo a replicare i passi di una danza ben conosciuta e perciò rassicurante, illudendomi che potessi essere tu a risanare le mie impolverate ferite emotive, nonostante fossi un maestro a spargerci sopra del sale. Io che avrei solo dovuto trovare il coraggio di affondare lo sguardo in quella voragine affettiva originaria che mi attraversava l’anima come fa il fiume con questa città, liberandomi dell’illusione che poteste essere tu e la tua incapacità d’amare a poterne riempire le falle più dolorose. Io, che da oggi Sono Solo Mia e non intendo perdermi un’altra volta.

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