Fragile. Maneggiare con Cura

Fragilità. Maneggiare con cura

C’era una volta una bambina affamata. I suoi abiti erano sempre in ordine, non una grinza che lasciasse trasparire qualche segno di trascuratezza. Lo zainetto nuovo per il primo giorno di scuola, i libri foderati con copertine colorate e l’astuccio pieno di matite temperate e pronte all’uso. Abitava in una casa piena di giochi, dormiva in un letto caldo e aveva un frigorifero pieno di prelibatezze. Nessuno avrebbe potuto sospettare quanto fosse faticoso contenere la fame d’amore che si nascondeva dietro il suo grembiulino rosa a quadretti bianchi.
Quando la bambina varcò per la prima volta la soglia del Servizio Territoriale per l’Infanzie e per l’Adolescenza, il viso delicato incorniciava due occhi spenti. La mamma non riusciva a spiegarsi perchè le maestre continuassero a ripeterle che la figlia non fosse felice, nonostante tutti i sacrifici che lei faceva ogni giorno per prendersi cura di lei. il bucato profumato, il piatto preferito una volta a settimana e il borotalco sui piedi affinché dopo il bagno serale la figlia non sentisse il fastidio dell’umidità tra le dita. Dalle parole della donna traspariva tutta la frustrazione per non riuscire a sembrare una buona mamma agli occhi degli altri.
La piccola sembrava assente, disinteressata agli stimoli, priva di curiosità. La valutazione psicologica, che escluse qualunque deficit sul piano cognitivo, permise di esplorare il suo mondo interno attraverso i disegni, i giochi, i test adatti al suo livello di sviluppo. E fu come entrare nel deserto, sprovvisti di borraccia e consapevoli che a quel nulla ci si poteva solo adattare. La coartazione emotiva era la padrona di casa e guardava con sospetto ogni emozione. Nessuno stimolo proposto sembrava in grado di suscitare un sorriso, un moto di disgusto, uno stato di allarme.
La storia familiare raccontava di una quotidianità cadenzata in base ai turni di lavoro del padre, alla campanella di scuola e alle scadenze da pagare. A tavola l’unica voce era quella del mezzobusto incravattato dall’altra parte dello schermo. Nessuno s’interessava alla giornata dell’altro, ai suoi pensieri, ai suoi bisogni. L’unico malessere riconosciuto era quello segnalato dal termometro. L’unica cura accettata, il paracetamolo. Mamma e papà sembravano aver perennemente le braccia abbandonate lungo i fianchi, proprio come i personaggi dei suoi disegni: nessuno sentiva il bisogno di sollevarle per abbracciare, accarezzare, cercare la mano dell’altro. Le emozioni venivano completamente ignorate oppure represse o denigrate.
Con il trascorrere degli anni quella bambina con gli abiti perfettamente stirati e con il cuore pieno di grinze si sarebbe inevitabilmente ritrovata a fare i conti con quel vuoto nello stomaco. Con quel bisogno di essere ascoltata, abbandonato malamente in un cassetto. Con quel desiderio di essere guardata negli occhi, tristemente arrotolato su se stesso. Con quel bisogno disperato di ricevere conferme affettive, rimasto muto dentro di se in un angolo buio del cuore, a metà strada tra la tentazione di chiedere e la paura di essere deriso.

Crescere in un deserto emotivo

Chi è costretto suo malgrado a costruire la propria identità in un deserto emotivo, si ritrova l’ingrato compito di scegliere se restare provando ad arredarlo, o fuggire sperando di essere più scaltro della paura che lo paralizza. E siccome a voler scappare da se stessi ci si rimette solo in energia e in serenità, c’è chi prova a riempire il vuoto come meglio può: con il cibo, con un amore di plastica, con una compressa di fluoxetina, con qualche bicchiere di troppo, con relazioni tenute insieme col filo spinato.
Chi è costretto a costruire suo malgrado la propria identità in quel deserto emotivo cresce sazio di pane ma affamato d’amore, di abbracci e di attenzioni. Perchè chi non ha avuto il permesso di incontrare le emozioni, di dargli un nome, di farci a pugni, si ritrova a fare i conti con le mareggiate della vita sprovvisto di giubbotto da salvataggio.
Chi non è emotivamente equipaggiato spesso si riveste con i sensi di colpa, aggiungendo un’altra tassa al conto già salato delle proprie insicurezze. Oppure si fa scudo dietro un amore improvvisato, che promette la luna ma fa il giocoliere con le promesse d’amore. Chi non ha conosciuto il calore di un abbraccio o di una parola rassicurante, si è convinto di meritare solo il freddo delle proprie incertezze. Si sente costantemente in bilico su una fune sottile, ma ha la sensazione di non possedere alcuna barra che lo aiuti a restare in equilibrio.
Ma è proprio in quella vulnerabilità che è possibile riconoscersi e imparare a volersi bene. Bisognerebbe trovare il coraggio di entrarci dentro in punta di piedi come se si accedesse in uno scrigno prezioso. Immergere le mani in quella fame d’amore perchè smetta di fare male. Comprendere che è proprio in quella fragilità che risiedono le cose che più rendono fieri dinanzi alla propria immagine riflessa nello specchio: la propria sensibilità verso l’altro, quel modo delicato di sfiorarne i pensieri, la capacità di sentire oltre le parole. E’ proprio scandagliando in quella parte di sé che si cerca a tutti i costi di tenere nascosta con imbarazzo, che è possibile lasciarsi scompigliare i capelli dalla propria vulnerabilità, immergersi senza timore di affogare nella parte meno razionale di sé, stringere la mano alle emozioni che albergano dentro in attesa di essere accolte.
Concedendosi il lusso di volersi bene. Esercitandosi a bastarsi.
Perchè la vera sconfitta sarebbe arrendersi all’idea di credersi sbagliati.

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5 pensieri su “Fragile. Maneggiare con Cura

  1. L’ha ribloggato su Omologazione Non Richiestae ha commentato:
    Non amavo la psicologia perchè l’amavo troppo. Così appena ho potuto mi sono scelto un poggio distante quyanto basta per vedere e non essere visto. Con gli anni la situazione è mutata, si è addolcita: adesso posso scorrere un articolo come questo senza trasalire ma adagiandomi sopra le sue verità. Questo è un buon articolo, lineare e intenso…a volte sembra scontato in certi passaggi ma possiede voli lirici che in nessun testo “ufficiale” troveresti mai.
    Ah…spesso sono arrivato la punto da credermi sbagliato, sto cercando di recuperare e la scrittura mi ha sempre aiutato.

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  2. “Lo specchio di questo tempo.”
    Mi giunge una riflessione però a questa mia frase pensando a quando i miei nonni erano piccoli. Non è che ci fossero più abbracci e\o tenerezze più di ora. Anzi l’esatto contrario a dire quel che raccontavano loro e non solo, anche gli altri e soprattutto la storia.
    Tempi di magra e di guerra: niente carezze ma sicuramente legami più forti nonostante l’assenza; probabilmente la forza interiore di ognuno non dava motivo di sentirsi solo ed abbandonato.
    Non so…forse è tutto dato dagli oggetti: l’averli subito e senza fatica…senza sogno non sprona l’individuo a fortificarsi. A rendersi utile e importante per sè.

    Un post molto interessante su cui riflettere tutti
    ciao
    .marta

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  3. Ho conosciuto così tante persone che non fanno mai uso del cuore che alla fine mi sono chiesta io se fossi quella strana, visto che il cuore lo uso da moltissimo tempo. Poi se inizi a parlare d’amore allora ti guardano come se avessi la lebbra. Ma chi non riesce ad amare, chi non ne è capace, non si preoccupa affatto di rimediare, per loro è normale così. Mi sento dire che è meglio così, non avere sentimenti, che si sta meglio, che si fa sesso e buonanotte. Loro sono capaci e anche le donne, quante donne lo fanno! Ormai è la regola e quindi come rimediare? Come aiutarli? Non si accende una fiamma da una candela di cemento.

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  4. Questa bambina la conosco. Mi lasci raccontarLe come continua la sua storia… La bambina diventò una ragazza e con l’avvento della adolescenza iniziò a manifestare una profonda avversione verso il cibo, qualsiasi tipo di cibo.
    Un giorno smise di alimentarsi.
    I suoi genitori non riuscivano a spiegarsi perché la figlia “avesse perso l’appetito”: era tutto perfetto, andava tutto bene e questo comportamento per loro inspiegabile, fu visto come un fulmine a ciel sereno.
    Si convinsero di avere una figlia ingrata. Dopo tutto quello che avevano fatto per lei questo era il risultato, considerato tra l’altro inaccettabile.
    La ragazza diventata ormai adulta, viveva la sua vita come su una giostra impazzita: cambiava spesso posto di lavoro e viveva relazioni seriali con uomini seriali, ritrovandosi sempre in situazioni emotivamente drammatiche e paradossali. La sua condotta alimentare era sempre atipica: erano scelti solo certi cibi, di forma piccola o tagliati a pezzetti. I pezzetti in qualche modo erano trovati rassicuranti (non mi chieda il perché).
    Un giorno nacque una bambina.
    Suo fratello più piccolo che nel frattempo si era sposato, era diventato papà e lei zia della piccola.
    L’evento fu vissuto dalla giovane donna senza entusiasmo e con punte di ostilità verso la nuova arrivata, che fin da subito iniziò a richiedere le sue attenzioni.
    Crescendo, la bambina iniziò a fare domande, tante, troppe per la giovane Zia che non aveva risposte neanche alle proprie di domande, figuriamoci a quelle di qualcun altro. E fu così che, cercando le risposte agli interrogativi della nipotina, la giovane Zia trovò improvvisamente le risposte ai suoi quesiti fino a quel momento rimasti irrisolti.
    Capì così che quella bambina, entrata nella sua vita senza chiedere il permesso, le stava mostrando una via. La via del cambiamento.
    La giovane Zia decise di rivolgersi ad uno psicologo per risolvere il suo eterno conflitto col cibo. La psicoterapia portò alla luce il fatto che quello, che lei credeva fosse il suo problema, in realtà era solo la punta dell’ice-berg.
    Il vero problema era sotto la superficie, non si vedeva, ma si vedevano gli effetti.
    E fu così che 2 anni dopo (e +15 kg dopo) la giovane Zia accettò un’offerta di Lavoro in provincia di Bolzano, a 600 km dalla sua famiglia.
    Oggi è una donna forte, indipendente e felice.

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