C’era una volta il Lupo Cattivo

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Albert Einstein diceva “Se volete che vostro figlio sia intelligente, raccontategli delle fiabe. Se volete che sia molto intelligente, raccontategliene di più”.
Bruno Bettelheim, rinomato studioso di psicologia infantile, sosteneva che la fiaba non solo accresce la creatività e l’immaginazione del bambino, ma lo aiuta a sviluppare l’intelletto e a familiarizzare con le sue emozioni più profonde.
Le fiabe rappresentano quel non-luogo privo di logica in cui un bambino scopre se stesso e impara a maneggiare le proprie emozioni nel mondo protetto della fantasia.
Non esiste un tempo predefinito in cui iniziare a leggerle ad un bambino. Si può cominciare a raccontargliele fin dai primissimi mesi di vita: il neonato si rilassa con la voce familiare dei propri genitori e impara a sintonizzarsi con i sentimenti che essa veicola. Dai 2/3 anni, quando lo sviluppo del linguaggio e delle capacità cognitive lo consentono, il bambino può partecipare attivamente inserendo personaggi o modificando la trama.
Raccontare una storia significa spalancare le porte a quel territorio tanto familiare ai più piccoli, dove l’immaginazione la fa da padrone e la logica razionale è un ospite indesiderato. Il bambino ha così la possibilità di sperimentare se stesso entro confini noti, dare un volto alle proprie paure e dotarsi di armi e munizioni per fronteggiarle, acquisendo sicurezza in se stesso e interiorizzando quel prezioso legame d’amore con le principali figure di riferimento affettivo.
Raccontare una fiaba accompagna i più piccoli nella scoperta del proprio mondo emotivo, dove possono imparare a maneggiare i loro vissuti e, al contempo, rintracciare nella narrazione significati personali. Consente loro di identificarsi con l’eroe, di sconfiggere i mostri, di riabilitare chi mostra reale pentimento, di sperimentare quel senso di fiducia in se stessi tanto prezioso per la costruzione di un Sè efficace e sicuro.
I personaggi offrono al bambino la possibilità di scindere l’eroe dal bruto, la strega dalla fata, il lupo da Cappuccetto Rosso, aiutandolo a prendere le distanze da alcuni vissuti o conflitti che potrebbero albergare nel suo mondo interno (la sensazione di non essere un bravo figlio, l’angoscia abbandonica, la paura di perdere l’amore del genitore, la rivalità fraterna). La funzione della fiaba tradizionale è quella di consentire al bambino di maneggiare la propria ambivalenza affettiva e di scindere il bene dal male attraverso la loro rispettiva personificazione nella mamma accudente e nella strega, nel cacciatore eroe e nel Lupo malvagio, nel salvatore e nel predone egoista. La strega e la fata danno forma alla scissione interna tra la rappresentazione mentale della mamma che prepara il piatto preferito e quella che nega l’acquisto di un nuovo gioco. Lo sviluppo della storia favorisce quei processi di integrazione che gli consentiranno di accettare che la mamma può essere l’una e l’altra cosa e che lui stesso può essere al contempo un bambino affettuoso e ubbidiente oppure capriccioso e insofferente.

Perchè edulcorare i dettagli più crudi?

Nella fiaba, a differenza della realtà, i personaggi hanno dei tratti perfettamente e nettamente riconoscibili che li pongono nella categoria dei buoni o in quella dei cattivi. La figura della matrigna permette al piccolo di scindere in due parti l’imago materna contenendone tutti i tratti ostili e oscuri e preservando a livello fantasmatico quella buona e amorevole. Per tali ragioni, anche i dettagli emotivamente più forti delle fiabe non andrebbero edulcorati come sempre più spesso si tende a fare nelle rivisitazioni delle fiabe tradizionali. Il lupo di Cappuccetto Rosso o quello dei tre porcellini è giusto che faccia la fine che merita, perchè questo consente al piccolo di liberarsi in modo catartico di quei vissuti negativi che lui gli ha fantasmaticamente affidato. Così come la matrigna malvagia è bene che venga smascherata e che finisca i suoi giorni a rodersi nell’invidia del felice destino che è toccato alla sua rivale perchè ciò consente alla bambina di accettare e superare i lati oscuri del suo rapporto con il materno e il femminile.
Proporre ai bambini un finale danzante dove il Lupo banchetta insieme a coloro che ha provato a trasformare nella propria cena, è frutto di un’errata interpretazione da parte dell’adulto del concetto di protezione. Il finale edulcorato, in cui la strega anziché morire nel forno finisce a fare shopping con la fata, lo priverà solo della possibilità di familiarizzare con le proprie parti Ombra. Nelle fiabe i bambini hanno la possibilità di confrontarsi con il non-Io, con il negativo, con quelle angosce senza volto così faticose da tollerare e che spesso si traducono in senso di colpa e in paure reali.
Appare paradossale che in una società dove le dicotomie spadroneggiano indisturbate in tutti i settori e in cui i media ne sono la loro principale vetrina (“io sono vera, tu sei falsa”), si cerchi di edulcorare proprio quelle delle fiabe, nell’irrealistico timore che possano spaventare il bambino, angosciarlo, finanche provocargli un trauma! I bambini andrebbero protetti dalla violenza della realtà, non da quella fantasmatica proposta invece dalle fiabe tradizionali proprio allo scopo di insegnargli la possibilità di riscatto e di superamento delle contraddizioni.
Sarebbe opportuno lasciare al destino originario i cattivi delle fiabe e attivarsi per equipaggiare emotivamente i più piccoli per riconoscere quelli in carne ed ossa. Perchè i mostri di cui aver paura si nascondono nel mondo reale e, purtroppo, il più delle volte, al travestimento da Lupo prediligono quello da Cappuccetto Rosso.

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14 pensieri su “C’era una volta il Lupo Cattivo

  1. Cara dottoressa, a furia di togliere sassolini dal cammino, stiamo crescendo una {de}generazione che si scontrerà contro una montagna! Quando alzeremo gli sguardi dai nostri smartphone sarà troppo tardi!

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  2. Devo ringraziare mia madre, che si è occupata di inventare di sana pianta fiabe piene di uomini cattivi e mostri di tutti i generi. Mio figlio si divertiva tanto, e il giorno dopo pretendeva la stessa, identica storia; e se, per caso, mia madre dimenticava o cambiava un particolare, Riccardo era pronto a riprenderla.
    Io con lui ho giocato, cantato (cosa che non faccio mai). Abbiamo riso tanto, insieme, siamo andati al cinema e al parco giochi, ma l’operazione “favole” l’ho delegata volentieri alla nonna.
    Madre degenere. 🙂

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  3. Ci rifletto da parecchio. Perché non si sa come comportarsi. Eppure, come dici tu, è giusto che comincino a familiarizzare con le proprie paure e con il lato oscuro, perché tenerli troppo lontani dalle cose brutte non li preserva dagli incubi, anzi questi devono essere vissuti per superare le paure. Ogni tanto guarda i racconti di Masha: ho notato come gli autori hanno rivisitato alcune favole non omettendo i lati negati, anzi alle volte la crudeltà resta intatta. Poi mi sono detta che i russi con le storie sono bravi e ci vanno pesanti.

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  4. Articolo molto bello Dottoressa! Già le persone più pericolose amano traverstirsi da Cappuccetto Rosso… Anche perché se avessero le sembianze del Lupo cattivo, nessuno le avvicinerebbe! 😉

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  5. Io sono dalla parte delle fiabe, e le scrivo anche, però temo che alcune di queste favole abbiano rovinato la vita di molte persone, specialmente donne che sono ancora in cerca di quel principe azzurro, di quell’eroe che le salvi, di quegli incantesimi d’amore che poi nella realtà non sono tali. Quindi crescere con quegli esempi così positivi e poi scontrarsi con la dura realtà per molte persone non è stata una cosa positiva. Quindi forse sono migliori le favole moderne, quelle che attingono alla vita reale piuttosto che a quella fantastica, con buona pace del Bettelheim 🙂

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  6. Pingback: Se volete che vostro figlio sia intelligente… – Prosperina racconta

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