Scuola, Compiti ed Educazione

Scuola, compiti ed educazione

Ci risiamo! Dopo la lettera di un padre di Varese indirizzata alle maestre di suo figlio, divenuta virale in Rete il mese scorso perchè aveva lo autorizzato a non svolgere i compiti assegnatigli per il periodo estivo, eccone un’altra che fa il giro del Web: questa volta a scriverla è una mamma milanese che giustifica la figlia per non aver studiato la pagina di storia assegnatale per il giorno dopo, informando le insegnanti che ha preferito farle fare qualche attività ricreativa.
Credo che il tema sia tutt’altro che semplice e che si presti ad una molteplicità di considerazioni. E’ fuor di dubbio che per il sano sviluppo emotivo ed intellettivo, è necessario che il bambino abbia la possibilità di giocare, leggere, disegnare, praticare attività sportive, interagire con i coetanei in situazioni sociali diverse da quelle offerte dal contesto scolastico. E’ altrettanto fuor di dubbio che i compiti assegnati (per il pomeriggio o per il periodo estivo) dovrebbero tener conto dell’età e delle competenze del piccolo, essere adeguati al suo livello di sviluppo cognitivo e tener presente il fisiologico calo di attenzione e concentrazione dopo le prestazioni cognitive che gli vengono richieste durante l’orario scolastico. E’ altrettanto legittimo attendersi che nelle scuole in cui è previsto il tempo pieno, i bambini svolgano i compiti con l’aiuto delle insegnanti e non vangano oberati di ulteriore lavoro una volta tornati a casa: dopo un’intera giornata dietro i banchi di scuola, chiunque avrebbe difficoltà a rispondere ad ulteriori richieste in termini di prestazioni cognitive! 
Tanto premesso, quello di svolgere i compiti assegnati a casa ha molteplici implicazioni tanto sul piano strettamente cognitivo, quanto su quello educativo. Sotto il primo profilo, eseguire i compiti consente innanzitutto al bambino di cristallizzare gli apprendimenti; se a scuola l’insegnante spiega l’addizione (assicurandosi che il bambino ne abbia ben compreso il senso e gli aspetti procedurali), svolgendo gli esercizi assegnati il piccolo potrà imparare a padroneggiarne l’esecuzione e a sviluppare la relativa competenza; così come è indispensabile che il bambino rilegga la lezione di storia per imparare a desumerne i concetti chiave, a collegarli tra loro, a stimolare la propria curiosità, ad allenare i processi di memorizzazione. Sono numerose le ricerche scientifiche in ambito cognitivo che dimostrano quanto sia indispensabile, perchè l’apprendimento sia realmente efficace, la rielaborazione attiva da parte del bambino che gli consentirà di interiorizzare e rielaborare in modo soggettivo le informazioni ricevute a scuola.
Il punto non è se assegnare o meno i compiti“, afferma Daniela Lucangeli, professoressa ordinaria di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Padova, “ma quali e quanti assegnarne. I compiti non possono infatti sostituire l’apprendimento del tempo scuola, né tanto meno ciò può essere delegato solo alle lezioni assegnate a casa, che sono un supporto all’apprendimento, costituiscono una fase di consolidamento e stabilizzazione di quanto si inizia a imparare in classe. Compito del docente deve essere quello di affrontare ogni obiettivo discutendone con i ragazzi, facendoli ragionare, offrendo strategie per apprendere sempre meglio. E accanto alla qualità dei compiti da dare è fondamentale calibrarne la quantità. Un eccesso di carico affatica e rallenta i processi cognitivi, oltre che diminuire la motivazione”.
Per quanto riguarda le competenze trasversali, eseguire i compiti assegnati a casa, permette ai più piccoli di confrontarsi con il senso del dovere, di sviluppare capacità organizzative, di stabilire l’ordine delle priorità, di raggiungere livelli superiori di autonomia, di imparare a gestire la frustrazione e la paura di non essere all’altezza del compito. Educa inoltre i più piccoli al rispetto dell’autorità e delle Istituzioni, merce sempre più rara nelle nuove generazioni.

Quale Educazione?

Probabilmente per interrogarsi in modo adeguato su questo tema, bisognerebbe provare a cambiare prospettiva e iniziare a domandarsi se il problema reale non risieda invece nella funzione che ancora oggi rivestono i compiti a casa (e non nell’opportunità di assegnarli o meno), fortemente legata alla prestazione più che alla comprensione e al concetto di punizione più che all’importanza dell’impegno, della responsabilità e della fatica. Basti pensare che i moduli delle certificazioni delle competenze previsti dal Ministero considerano solo quattro livelli di valutazione di cui il minimo è comunque la sufficienza. Come se per decreto non fosse consentito rimanere indietro, avere capacità diverse, livelli di apprendimento non omologati. Come se non fosse prevista l’insufficienza per pigrizia o semplicemente per mancanza di applicazione e buona volontà. Forse se la prestazione fosse relegata in secondo piano e venisse concesso un ruolo da protagonista al piacere dell’apprendimento e alle possibilità che esso concede di diventare qualcosa di nuovo, i compiti a casa smetterebbero di essere il capro espiatorio di un’insoddisfazione generale.
La nostra scuola invece baratta da sempre il piacere con la prestazione, lo sviluppo del senso critico con la mera esecuzione procedurale, la creatività con il conformismo. Con l’avvento delle nuove tecnologie, lo scollamento tra ciò che accade tra le sue pareti e la realtà che resta all’esterno, appare ancora più largo. Ci si ostina a rifuggire i temi della sessualità, dell’affettività, dell’uso consapevole dei social network, dei pericoli nascosti nella Rete.
Invece di provare a ridurre questo divario, ci si ostina a preservare i più piccoli da ogni difficoltà, da qualunque fonte di frustrazione, dal più piccolo sassolino sul loro percorso. Si stanno crescendo giovani che, come dice lo psichiatra Paolo Crepet, ne “La gioia di educare”, “tentano di sopravvivere aggrappati a un presente imbalsamato di privilegi, terrorizzati da un futuro insicuro. Identità fragili alle prese con famiglie fragili. Con genitori eternamente indecisi tra il ruolo di amici o complici, fra severità e buonismo, controllo e fiducia“.
“Educare” significa etimologicamente “condurre fuori” e non “riempire contenitori vuoti con nozioni polverose, regole asettiche e valori astratti”. Un compito che richiede fatica, necessita di tempo e richiama alla responsabilità. Perché per “tirare fuori” serve la giusta dose di coraggio per guardare dentro, guardare l’altro, guardarlo davvero, nella sua dimensione umana, fatta di sogni e potenzialità, di illusioni mescolate all’incoscienza dell’età e di progetti impastati con il timore della delusione. Implica accettare l’altro per quello che è e aiutarlo a diventare il meglio di ciò che potrà essere. Educare implica lasciare all’altro il diritto di provare, di cadere e di rialzarsi, senza privarlo della gioia di farcela. La nostra società dovrebbe allora seriamente interrogarsi su quali mancanze cerca di compensare attraverso l’iper-protezione dei più piccoli. E chiedersi da quali timori cerca di proteggere se stessa attraverso la rinuncia pedagogica e l’accondiscendenza incondizionata.

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9 pensieri su “Scuola, Compiti ed Educazione

  1. Certo, un bimbo che magari fa tempo pieno ha già lavorato tanto durante la giornata, me se dei compiti vengono dati, devono essere fatti, non c’è santo che tenga.
    E’ chiaro che deve esserci anche l’attenzione dell’insegnante a dare compiti in maniera moderata e limitata affinchè comunque al bimbo restino degli spazi per attività ludico recreative.
    Io penso che il genitore che si intromette tra il bimbo e la scuola, crea un precedente atto a giustificare poi ogni qualvolta le carenze del bimbo.

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  2. – Oggi mio figlio fa il tempo pieno e sta 40 ore alla settimana a scuola.
    Quando esce da scuola fa sport e musica con altri bambini.
    Poi sta con la sua famiglia e infine va a dormire.
    – Ieri io facevo 24 ore a scuola, quattro ore per sei mattine.
    Quando uscivo mangiavo con la mia famiglia, poi facevo i compiti, poi facevo sport e musica.
    Poi stavo di nuovo con la mia famiglia e infine andavo a dormire.
    – Io avevo il tempo per fare i compiti di pomeriggio senza rinunciare ai miei hobby e agli amici.
    Mio figlio non ha il tempo per fare i compiti di pomeriggio, perché il pomeriggio è ancora a scuola.
    Per fare i compiti di pomeriggio mio figlio dovrebbe rinunciare ai suoi hobby e a vedere i suoi amici.
    – L’unico anno in cui feci il tempo pieno fu in quarta elementare.
    I compiti li facevamo a scuola insieme all’insegnante del pomeriggio.
    – Di cosa stiamo parlando???

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    • Nelle scuole in cui è previsto il tempo pieno, se il piccolo viene oberato anche di compiti a casa, evidentemente qualcosa non funziona come dovrebbe. In tal senso condivido tutto il suo disappunto. Se a scuola è previsto il tempo pieno è legittimo attendersi che i bambini svolgano i compiti con l’aiuto delle insegnanti e non vangano oberati di ulteriore lavoro una volta tornati a casa. L’orario scolastico dovrebbe essere strutturato in modo tale da permettere al piccolo di assolvere a tutti i doveri. In caso contrario, bisognerebbe avviare una riflessione con le insegnanti e con la Dirigenza per comprendere cosa non funziona e negoziare soluzioni diverse. Concordo con lei sul fatto che dopo un’intera giornata dietro i banchi di scuola, i bambini tornino stanchi a casa e abbiano difficoltà a rispondere ad ulteriori richieste in termini di prestazioni cognitive!
      In tutti gli altri casi, esonerare un bambino dall’esercizio di aritmetica, dalla memorizzazione di una poesia, dallo studio di una pagina di storia, lo trovo incomprensibile. Tutte le generazioni precedenti lo hanno sempre fatto senza sviluppare alcun disturbo post traumatico da stress e senza effetti collaterali sulla salute. La proposta di esonerare i bambini dalle “vessazioni” delle insegnanti (ci sono addirittura siti e pagine Facebook che definiscono così i compiti a casa) mi pare poco felice. Soprattutto, quando il diritto allo svago tanto rivendicato da alcuni genitori si traduce nel concedere l’uso del tablet ai figli per l’intero pomeriggio. Al di là della specifica questione legata ai compiti a casa, il mio articolo intende sollevare una riflessione sulla tendenza sempre più dirompente del mondo degli adulti a sollevare i figli dalla più piccola responsabilità, impedendogli di interiorizzare il senso del dovere. Qualunque cosa accada ai propri figli è sempre colpa di qualcun altro: dell’insegnante incapace, del compagno di scuola bullo, dell’incapacità dei genitori del bullo, dell’oroscopo e del buco dell’ozono. Questo atteggiamento educativo (che di fatto di educativo ha ben poco) a mio avviso, rende i bambini fragili, incapaci di autodeterminarsi, di comprendere il proprio contributo nelle dinamiche relazionali. Grazie per il commento e per l’occasione di confronto!

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      • Se stiamo parlando di responsabilizzare i bambini, di insegnar loro il senso del dovere e il rispetto per gli insegnanti mi trova pienamente d’accordo. Purtroppo però il suo articolo cita due lettere salite agli onori della cronaca, scritte da una madre contro i compiti pomeridiani infrasettimanali e da un padre contro i compiti estivi. In questi due casi particolari mi trovo dalla parte di questi due genitori. Infatti la madre in questione proteggeva una figlia iscritta al tempo pieno (40 ore la settimana) dal dover fare i compiti a casa nei pomeriggi infrasettimanali dopo essere rientrata da un intero giorno trascorso a scuola. Invece il padre proteggeva il figlio dall’onere di dover svolgere i compiti durante l’estate a favore di altre attività.
        Nel primo caso vedo che anche lei è d’accordo con me.
        Nel secondo caso le posso assicurare che anche mio figlio, che fa solo il terzo anno di scuola primaria, ha dovuto questa estate, così come avviene dal primo anno senza eccezioni, svolgere le attività contenute in un intero libro di oltre 150 pagine. Questo ha significato impegnare in ogni pomeriggio dell’estate, in ciascun singolo giorno, almeno un’ora per poter arrivare all’inizio della scuola con due risultati:
        a) i compiti terminati;
        b) una diluizione nel tempo per evitare il sovraccarico finale.
        A cosa è servito? A un ripasso di quanto svolto durante l’anno? Lo stanno comunque ripetendo in queste prime settimane di scuola, come previsto comunque nel sussidiario adottato. A mantenere l’abitudine allo studio? Come mi auguro, mio figlio avrà davanti a sé ancora lunghi anni di scuola e università, cosa vuole che cambi se per qualche settimana all’anno si prende una pausa?
        Come quel padre anche io penso che sia possibile staccare per qualche mese dalla routine invernale e magari imparare a costruire un tavolo, fare un viaggio all’estero oppure, chissà, annoiarsi anche un po’, senza per questo danneggiare la memoria dei concetti appresi, la propria capacità di concentrazione, il proprio amore per lo studio.
        Io stessa, e molti miei coetanei, facevamo proprio così. Non ci venivano assegnati compiti estivi. E l’estate era una parentesi assolata di pura libertà, la quale, a mio parere, va sperimentata, per conoscerla e imparare a gestirla.
        Come lei suggeriva in un passo del suo articolo, temo che questa moda di caricare i bambini e i giovani studenti sia più legata alla prestazione che al piacere dell’apprendimento.
        Forse se non toccassi con mano, personalmente, questa tendenza e il peso che grava sui nostri figli, bensì mi occupassi di questo argomento partendo da un punto di vista filosofico farei molte delle sue stesse riflessioni. Tuttavia non sono da sottovalutare i movimenti di genitori contrari ai compiti a casa. Non sono solo un’accozzaglia di scansafatiche che educa male i propri figli. Anche se io non faccio parte dei gruppi che lei ha citato condivido molte delle loro istanze, pragmaticamente, perché vediamo la stupidità di certe richieste di certi insegnanti e la cecità nel non tener conto delle semplici esigenze dei bambini/ragazzi.

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    • Nonostante il libro fosse di oltre 150 pagine e richiedesse almeno un’ora di impegno quotidiano, mi pare che lei non abbia esonerato suo figlio dal completarlo. Né che abbia scritto una giustificazione alle maestre. Nè che prima abbia scattato una foto al quaderno per postarla sui social e collezionare tanti like ammiccanti. Vede…ho l’impressione che le nostre posizioni siano molto più vicine di quanto non sembri!

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