Il terremoto e gli sciacalli dei buoni sentimenti

Terremoto Amatrice

Un terribile terremoto ha falciato interi comuni del Centro Italia. Da giorni, immagini di orrore e dolore entrano prepotentemente nelle nostre case per raccontare in diretta l’immane tragedia in corso. Ma, come spesso accade in queste circostanze, lo spartiacque tra informazione e sciacallaggio giornalistico diviene sottile come una pellicola trasparente e offre cibo in quantità ai bulimici del voyeurismo mediatico. C’è chi chiede alle vittime di provare a ricordare la propria casa prima che fosse ridotta in un cumulo di macerie descrivendo cosa prova a favore di telecamera; chi domanda come ci si sente ad aver perso tutto ciò che aveva costruito in un’intera esistenza e dove troverà il coraggio di andare avanti con i propri cari ancora sepolti sotto le macerie; c’è chi si spinge a far notare ai parenti dei dispersi che, con il trascorrere del tempo dalla prima scossa, le probabilità di trovare i propri familiari ancora in vita si riducono drasticamente, mentre il cameraman insiste sul primo piano per catturare l’effetto che fa togliere anche la speranza a chi ha già perso tutto il resto. C’è chi in prima serata su una rete il cui canone viene pagato dai contribuenti, interrompe l’inviato in diretta dai luoghi dell’orrore per chiedere ai presenti, neppure stesse conducendo una spensierata puntata della Prova del Cuoco, le varianti culinarie del bucatini all’Amatriciana. E poco dopo, con i cadaveri ancora in attesa di riconoscimento, definisce il terremoto un “volano per l’economia” perché, aggiunge rivolgendosi ad un compiacente Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, “pensi l’edilizia che cosa non potrebbe fare!”.

Anche sui social in queste ore si leggono commenti e considerazioni il cui livore e cinismo fanno accapponare la pelle. Tra i tanti, è diventato virale un post (di cui in molti se ne sono attribuiti con orgoglio la paternità) che inciterebbe a gran voce a trasferire gli immigrati nell’accampamento per i terremotati e a destinare le loro camere d’albergo ai nostri sfortunati connazionali. Come se esistessero tragedie umane di serie A e altre di serie B, come se i richiedenti asilo fossero turisti a nostro carico in visita alle bellezze naturali e culturali del nostro Bel Paese, come se fosse semplice e opportuno dislocare in un raggio di centinaia di km le vittime del sisma e garantire loro assistenza sanitaria, materiale e psicologica, come se agli immigrati venissero riservate lussuose suites a Porto Cervo con tanto di maggiordomo a disposizione.

Altrettanta visibilità sembrerebbe aver riscosso un post di matrice cattolica (o sedicente tale) che vedrebbe nella frattura della faglia la prevedibile e legittima vendetta della mano di Dio contro coloro che calpestano la sua terra senza onorarlo, legiferando a favore delle unioni civili e cercando persino di combattere l’omofobia. Un Dio che avrebbe creato uomini che s’innamorano di altri uomini e donne che s’innamorano di altre donne, ma li avrebbe condannati a soffocare il loro istinto a favore del comune senso del pudore. Lo stesso Dio che avrebbe insegnato a volere bene ai propri simili come a se stessi, ma a condizione che abbiano il “giusto” orientamento sessuale. Quel Dio del “porgi l’altra guancia” che in una giornata “NO” avrebbe sepolto sotto le macerie intere famiglie per liberarsi del risentimento contro quegli umani tanto all’avanguardia da aspirare ai pari diritti per tutti. Un Dio giustamente vendicativo proprio come la Legge del Karma che non farebbe sconti a nessuno e avrebbe polverizzato la patria del rinomato piatto all’Amatriciana in onore al guanciale di maiale, come sostenuto da una starlette vegana a corto di visibilità dopo lo spegnimento dei riflettori del Grande Fratello, che poi avrebbe accusato dell’infelice uscita un hacker onnivoro e vendicativo.

Riflessioni (se tali si possono definire) che travestono il razzismo da patriottismo, il pregiudizio da opinione personale, l’ignoranza da libertà d’espressione. Pensieri partoriti da chi non ha mai visto sbarcare un ragazzino disperato con un asciugamano sul capo, ricoperto da brandelli di stracci e con lo sguardo perso nel vuoto; incapace di proferire parola e paralizzato dall’orrore della morte di fratelli e amici inghiottiti dal mare; senza nome, senza identità, senza documenti, proprietario solo di un passato da radere al suolo; appena inghiottito da una burocrazia assurda che ci metterà mesi ad assegnargli una tessera sanitaria, un documento di riconoscimento e un tutore. Un modo becero di fare informazione quello di chi, intervistando un immigrato tra le macerie, gli chiede se fosse disponibile a barattare il proprio posto letto alla Caritas con quello di un terremotato nella tenda che i volontari stanno montando alle loro spalle. Domande, riflessioni, commenti partoriti da chi possiede gli stessi strumenti culturali di un lavandino otturato e le cui connessioni neuronali viaggiano alla stessa velocità di un bradipo. Di chi non sa che l’omosessualità è stata derubricata dai Manuali Diagnostici dei Disturbi Mentali negli anni ’70, che da decenni è intesa dalla comunità scientifica come una “variante naturale del comportamento sessuale umano” e che è scientificamente provato che conversare con un gay non produca effetti collaterali e non comprometta la capacità di guidare i veicoli. Posizioni sostenute da chi probabilmente non ha ben chiara neppure la differenza tra etica e morale perchè usa i libri di filosofia per mantenere in equilibrio il tavolino in salotto. Persone il cui Karma, frustrato e rassegnato, ha da tempo appeso le scarpette al chiodo. Persone che lasciano a briglie sciolte quella che lo psicanalista C. G. Jung definiva “Ombra” ovvero la somma di tutte le qualità sgradevoli inaccettabili, il lato inferiore e primitivo, l’ospite indesiderato dentro di noi, quel lato oscuro che il nostro Io ritiene inaccettabile. L’Ombra di chi manifesta odio per il diverso e ostilità verso ciò che non conosce, di chi preferisce credersi nella schiera dei “giusti” e perpetuare nell’inconsapevolezza, piuttosto che sentire il rumore degli ingranaggi che non combaciano e allenarsi a riconoscere le proiezioni delle parti di se rimosse perchè terribilmente temute. L’Ombra che si traduce in rabbia e aggressività quando anziché integrarla nell’Io, la si lascia andare in giro nuda a inveire contro tutti. Senza alcuna pietà neppure dinanzi a una madre che abbraccia una piccola bara bianca, l’unica cosa che il terremoto le ha lasciato.

Bisognerebbe imparare a scegliere con cura le parole che si pronunciano. Dovremmo imparare a farlo tutti, al bar, in ufficio, quando entriamo nella piazza virtuale. Dovrebbero imparare a farlo con la responsabilità connessa al loro ruolo soprattutto gli addetti all’informazione, poiché non tutti coloro che sono dall’altra parte dello schermo possiedono i filtri per proteggersi da alcune aberranti deformazioni della realtà. Perchè le parole possono essere vuote di senso oppure dare voce al senso di vuoto, dare corpo ad un’assenza o accorciare una distanza; possono far riflettere, far crescere e curare, ma possono anche ferire se usate in modo improprio. Come quelle messe in fila come fucili puntati pronti a sparare sentenze, quelle incise con livore su lavagne lastricate di ignoranza, quelle messe in posa sotto i riflettori del proprio becero esibizionismo.
Bisognerebbe imparare a selezionare le parole che aprono porte e rifuggire quelle che costruiscono muri. Prediligere quelle che tendono una mano e imbavagliare quelle circondate da filo spinato. E quando si ha timore di non saper pronunciare quelle giuste, bisognerebbe scegliere il silenzio e riservare alla propria insensibilità il diritto ad un po di salutare discrezione.

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11 pensieri su “Il terremoto e gli sciacalli dei buoni sentimenti

  1. In questi giorni ho letto post e accuse di persone “sensibili” contro dive dello spettacolo perché all’indomani della tragedia ha postato una foto di lei in vacanza. Ho letto con semplicità parlare di immigrati come se fosse facile spostare della gente in massa da una parte all’altra (tipo pacchi postali). Ho letto insulti e opinioni assurdi. Siamo tutti bravi con le parole, con una tastiera, nascosti dietro un monitor

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  2. Finalmente un post che dice (e scrive) le cose come stanno. Purtroppo va sempre più di moda mettere in scena il dramma umano, puntando bene gli occhi dei riflettori sulla gente che piange, urla e soffre. Meglio ancora se si intravede un corpo o del sangue tra le macerie. Ma i giornalisti di oggigiorno quanto devono essere cinici per fare quello che fanno? E quanto devono essere idioti per fare certe domande insensate ai sopravvissuti? Non è più possibile tollerare certe cose, così come non se ne può più dei dibattiti televisivi post-tragedia, ogni volta martellanti ed estenuanti, dove le solite facce toste giocano a rimpiattino su mancanze e colpe.

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