Psicologia dell’Invidia

Invidia

Il vissuto di invidia, così come viene comunemente inteso, altro non è che il desiderio di possedere qualcosa che appartiene a qualcun altro e di cui si sente profondamente la mancanza. L’inadeguatezza sperimentata e il senso di impotenza per l’impossibilità a realizzare il proprio Sé ideale, si traducono in rabbia nei confronti di chi, ai propri occhi, appare pienamente soddisfatto del proprio valore. Come se fosse il successo dell’altro ad oscurare le proprie risorse e potenzialità. L’invidia ha pertanto una forte componente di ambivalenza: al desiderio smisurato di possedere ciò di cui si percepisce la mancanza si contrappone quello di distruggere metaforicamente ciò che l’altro possiede (o rappresenta). L’atteggiamento che ne consegue è assimilabile a quello della volpe di Esopo dinanzi all’uva succulenta che desidera ardentemente ma che non è in grado di raggiungere.
Aristotele sosteneva che “noi invidiamo coloro il cui successo risuona come un rimprovero fatto a noi”. Chi è dominato da questo vissuto, si lascia fagocitare dal dolore che ne deriva (tra l’altro, sembrerebbero essere coinvolte le medesime aree cerebrali che si attivano quando si prova un dolore fisico intenso) e dal sentimento di vergogna ad esso associato.
L’invidia è però un vissuto socialmente inconfessabile, tanto che Dante relegava nel Purgatorio chi ne era affetto e il cattolicesimo lo ha eletto peccato capitale. L’invidioso non dichiara quasi mai la sua invidia a causa della riprovazione sociale a cui è soggetta, ma preferisce dissimularla. E allora essa finisce con l’auto-alimentarsi attraverso la svalutazione dell’altro, a trarre carburante dalle stesse insoddisfazioni da cui origina e a bloccare le risorse presenti nell’individuo. Come scrive Z. Bauman, sociologo e filosofo polacco “Chi è insicuro tende a cercare febbrilmente un bersaglio su cui scaricare l’ansia accumulata e a ristabilire la perduta fiducia in sé stesso cercando di placare quel senso di impotenza che è offensivo, spaventoso e umiliante“.

Le cause psicologiche dell’Invidia

Dal punto di vista prettamente psicologico, tale vissuto affonda le radici nelle fasi precoci della propria esistenza. Per capirne la dinamica, sono malto interessanti le teorizzazioni di M Klein che, in “Invidia e gratitudine”, lo considerava uno degli affetti fondamentali e lo correlava al seno materno, in quanto fonte di nutrimento. Per la psicoanalista, l’ambivalenza di tale vissuto derivava dalla gratificazione derivante dall’appagamento del bisogno di base da un lato e, dall’altro, dalla constatazione che il benessere provenisse non dall’interno ma da “Altro di sé”.  Per la Klein, sminuire l’altro assumeva allora una valenza difensiva contro il dolore dato dalla consapevolezza di non poter avere/essere ciò che si desidererebbe. Secondo tale modello, attraverso il meccanismo dell’identificazione proiettiva, “si entra” nell’altro attaccandolo e svalutandolo; al fine di ripristinare il proprio equilibrio emotivo. Svalutare ciò che non si riesce a possedere diviene dunque una sorta di autoinganno utilizzato dalla mente per preservare se stessi dal dolore di non essere come si desidererebbe.
Al di la dei modelli prettamente psicoanalitici, vi è un accordo diffuso su quanto tale vissuto spesso possa essere correlato ad un ambiente familiare fortemente centrato sul valore della competizione oppure a sentimenti di rivalità fraterna mai adeguatamente elaborati ma anzi, alimentati da uno stile di attaccamento genitoriale poco sicuro. Anche la mancanza di sane esperienze affettive precoci nella prima infanzia e/o un’educazione emotiva carente di scambio e reciprocità, spesso si associano ad atteggiamenti di rivalsa nei confronti di chi, involontariamente, diviene fonte di frustrazione. L’invidia originerebbe quindi dal vano tentativo di difendersi dal dolore di quella deprivazione precoce d’amore  che ha lasciato dietro di se un vuoto che si fatica a colmare.

C.G. Jung sull’Invidia

Quando il vissuto assume connotazioni significative, s’instaura un circolo vizioso che la trasforma in aggressività (aperta o passiva) eterodiretta. L’altro diviene il bersaglio della propria rabbia, i suoi successi il risultato di comportamenti certamente scorretti, la sua soddisfazione la cartina di tornasole di un’immeritata fortuna. La frustrazione e la rabbia derivanti dall’impossibilità di competere con l’altro induce a sminuire quest’ultimo, ad attribuirgli colpe, ad insinuare che se possiede ciò che si desidererebbe (si trattasse anche di una posizione di prestigio faticosamente conquistata!), con tutta probabilità non ne ha alcun merito. L’altro diviene un immaginario rivale con cui ci si sente in competizione e contro il quale non si possiedono armi adeguate. La sua stessa esistenza viene percepita come una minaccia per la propria integrità personale, ma piuttosto che fare i conti con il proprio vissuto di frustrazione, lo si preferisce riversare sull’altro nel vano tentativo di mettere a tacere il proprio sentimento di inferiorità.
Il noto psicoanalista svizzero C.G. Jung considerava l’invidia il prodotto dell’incapacità di una psiche parcellizzata, incapace di attingere alle fonti sorgive della creatività e della realizzazione. Perchè tanto più ci si interroga sulle vite degli altri, tanto più si teme di fare i conti con la propria. Jung sosteneva che “Non vi è nulla di più difficile da tollerare che se stessi“. Sarà per questo che c’è chi preferisce criticare le irregolarità delle siepi dei giardini altrui, piuttosto che occuparsi di estirpare le erbacce dal proprio.
Per uscire da questa condizione deleteria tanto per il proprio benessere psicofisico, quanto per la salute delle proprie relazioni interpersonali, bisognerebbe trovare il coraggio di concentrarsi sul proprio vissuto di frustrazione, piuttosto che sui tentativi di svalutare l’altro. Bisognerebbe mantenere il centro dentro se stessi per vaccinarsi contro le sue più pericolose conseguenze. “Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili” scriveva ancora  Jung, “così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Si dice bene che l’invidia accechi: il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che è stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro“. E allora, bisognerebbe prendersi cura delle proprie imperfezioni, riconoscere i propri imiti, essere indulgenti con i propri errori per non trasformarli in imperdonabili fallimenti. Chi guarda dentro di se e impara ad abitare la propria pelle con consapevolezza, allontana il rischio che l’invidia diventi lo spropositato eco del proprio sentimento di inferiorità.

Annunci

8 pensieri su “Psicologia dell’Invidia

  1. L’invidia puó nuocere anche alle relazioni più solide e durature se non viene incanalata in un lavoro interiore faticoso e impegnativo. Bisognerebbe attivarsi per ottenere ció che si desidera e realizzare se stessi piuttosto che sprecare il tempo a denigrare chi con fatica e sudore raccoglie meritati successi! Grazie doc per i suoi bellissimi articoli! Michela

    Liked by 1 persona

  2. Sono invidiosa e me ne vergogno molto.
    Non invidio ricchezze o posizioni sociali mirabolanti, bensì solo la serenità che leggo sul volto di alcuni.
    Sì, perchè dice bene Jung:”“Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili”.
    Per lavorare su me stessa non mi basteranno gli anni che mi restano da vivere.

    Liked by 1 persona

  3. Buongiorno a tutti, é un po’ che girovago tra queste pagine rivelatrici e piacevoli, e vorrei portare la mia esperienza sull’invidia; avverto che sarò lunga: ho visto finire un’amicizia decennale a causa di questo sentimento, e a volte ancora non me ne capacito: come si può invidiare un amico, stare male per un suo minimo successo, allontanarlo a forza di acidità e battutine? Sono una ragazza che é andata a lavorare subito dopo le superiori per poter aiutare economicamente a casa: prendo il primo posto che trovo (aiuto cuoca in una pizzeria) e lì conosco la mia “amica”, che lavorava al bar; mi ricordo che sono stata io ad attaccar bottone , lei era piuttosto timida e riservata, ma parlando avevamo scoperto di avere in comune molte cose, tra cui l’interesse per le questioni sociali, ambientali, etiche, per uno stile di vita più semplice di quello imposto dalla società, alternativo al consumo e sostenibile per l’ambiente. Io avevo molti amici con i quali uscivo regolarmente, ma che erano allegramente insensibili alla maggiorparte di questi argomenti, per cui mi sembrava di aver trovato proprio l’amica che mi mancava! Cominciamo ad uscire, ma soprattutto a parlare, discutere, a confidarci sempre più in profondità; lei é una persona estremamente dimessa nel vestire e nei modi, che alterna momenti in cui ha bisogno di solitudine ad altri in cui si sente in colpa per questo, o ingiustamente trascurata se non viene chiamata; raramente ha uno scoppio di risa o fa una battuta, spesso in compagnia parla poco o nulla.
    Io nel frattempo trovo un ragazzo dolcissimo, col quale inizio una lunga e bellissima storia; la nostra amicizia continua, ma io cerco di resistere alla voglia di farla partecipe delle gioie che mi dà questo ragazzo, perché lei é sola, e so quanto le pesi; dopo un po’ un problema di salute mi costringe a lasciare il lavoro e, incoraggiata da alcune amiche e dal mio moroso, decido di osare: riapro un cassetto chiuso da cinque anni e m’iscrivo all’ accademia di belle arti! Iniziano anni di lavoro indefesso (ero borsista: studiavo, mangiavo e alloggiavo a spese dello stato, ma dovevo essere sempre al pari con gli esami) ed esaltante, i sacrifici erano un piacere.
    Dopo un anno decide anche lei di iscriversi all’università, ma non riuscendo ad avere la borsa di studio si ferma alla laurea triennale; io intanto, sempre senza una lira, mi ero inventata un lavoro da fare durante l’estate: l’artista di strada, che mi permetteva di essere indipendente e a volte anche di aiutare a casa. Dopo quattro anni mi laureo (col massimo, ma é normale: studi ciò che nutre la tua anima!) Il primo segnale un po’ strano da parte della mia “amica” é stato appunto alla mia laurea: io tenevo tanto ad avere accanto le mie migliori amiche, oltre alla mia sgangherata famiglia, ma lei non é voluta venire, e io non l’ho capito. Cioè, l’ho accettato quando, dopo molte insistenze, mi ha detto che doveva vedere il prof per la sua tesi proprio quel giorno a quell’ora: invece era già l’invidia che incominciava. Lei perde il lavoro e va a fare un anno di servizio civile Subito dopo la laurea, io mi iscrivo anche al corso abilitante per diventare insegnante; lei si laurea a sua volta: io vado felicissima, ma alla sua facoltà non c’é nessun amico a festeggiarla, a parte una ragazza che conoscevo… siamo io e i suoi genitori. Cerco di convincerla a trovarsi un lavoretto e a iscriversi anche alla specialistica, per completare il percorso di studi, ma lei no; comincia a fare battute un po’ strane, e lega con un’altra mia “amica” che l’ha sempre criticata (e quante volte l’ho difesa!) per il suo modo di vestire, non curarsi ecc. Inizio a notare comportamenti strani: ho fatto una piccola mostra in un Luogo importante in una grande città (quella tra l’altro dove lei ha studiato) e lei non viene al vernissage, e neanche dopo; ok, cerco di non darci peso, ma incomincio a chiedermi se non ci fosse qualcosa che non va. Poi succede una cosa che mi stravolge la vita un mese prima dell’esame finale per diventare insegnante, mia mamma ha un gravissimo e improvviso problema di salute, passo venti giorni d’inferno, a casa siamo io e mia sorella minore, tutto il paese (viviamo in un paesino) ci telefona, viene a trovarci a casa, ci portano di tutto e di più perché sanno che siamo sole… e lei non si fa sentire, ma io non me ne accorgo nemmeno, in quel vortice di ospedali, terapie, faccende domestiche e tanta, tantissima ansia. Io per natura non chiedo mai aiuto, non voglio passare per un peso o una debole, mi piace cavarmela da sola… rischiando di saltare l’esame abilitante, ma grazie (davvero) a Dio tutto si risolve con una lunghissima convalescenza. Io Dò questo benedetto esame finale, ma stavolta corro a casa da mamma appena finito, niente festa. Passato questo uragano, chiamo lei per sentire come sta, che fine avesse fatto, e per mesi é difficilissimo parlare, vedersi, anche per un caffé. Quando le annuncio, felice e titubante, che il mio moroso mi ha chiesto di andare a vivere con lui (poi non sono andata alla fine) risponde con un commento acido (lei sempre single); Inizio a chiederle chiaramente se avesse qualcosa contro di me, ma lei nega. Passano altri mesi finché vengo a sapere che aveva conosciuto un tipo, la chiamo per felicitarmi, ma le dico anche che ci ero rimasta un po’ male per averlo saputo da altri (dopo sei mesi!), e lei mi risponde che aveva un sacco di dubbi sulla storia; un giorno però vengo a sapere che ha organizzato una cena con dei vecchi amici comuni senza invitarmi, e lì la chiamo e pretendo che mi dica che cosa le ho fatto di male perché mi tratti cosi`, e lei dopo tre ore di negazioni e giustificazioni, mi confessa che é invidiosa di me, che sta male quando io le racconto i fatti miei, o sono gentile con lei, che non ci può far nulla ma é un sentimento umano.
    Io cado dalle nuvole, perché questo non me lo sarei mai aspettato: non solo la nostra amicizia era finita, ma probabilmente, da un certo punto in poi, non era più esistita, per lei; per me era la mia migliore amica, una con cui potevo parlare di tutto, e su argomenti delicati, come l’amore, mai mi son vantata della fortuna immensa che ho avuto ad incontrare il ragazzo che ho incontrato, per non ferirla, ma probabilmente bastava il sorriso che avevo per urtarla. La rabbia, la delusione che ho provato é stata forte quasi quanto potrebbe essere quella per un tradimento amoroso, e come ho detto, ancora oggi non si é spenta del tutto; l’altro giorno lei ha postato su un social un messaggio nel quale ringraziava “gli amici” per gli auguri di compleanno, e le ho scritto un messaggio privato. Le ho detto in parole povere che nonostante tutto speravo che stesse bene, che avesse superato alcuni suoi limiti, ma che finché non avesse imparato a combattere lati negativi come l’invidia sarebbe stato difficile poter parlare davvero di amicizia, insomma, mi sembrava un messaggio ipocrita; lei ha risposto che io non avrei dovuto pretendere di cambiarla, se quello era un aspetto della sua personalità, e mi ha accusato di giudicarla. Alché mi sono scusata, perché giudicarla non era mia intenzione, e le ho spiegato che se era venuto fuori un po’ di rancore, era perché ancora mi dispiace per un’amicizia bellissima, morta per sempre a causa proprio dell’invidia. E non potrà più esserci, questa amicizia, perché oggi io sono un’impiegata statale a tempo indeterminato, lei é ancora disoccupata; e siamo alle soglie dei quarant’anni: se m’invidiava prima, che ero squattrinata, senza futuro, con mille problemi familiari, ora come potrebbe sopportarmi?
    Però io dico: fermo restando che ormai non me ne po’ frega’ de men se lei si rode il fegato oppure no, com’é possibile che non abbia mai speso neanche mezza parola per dire ” magari provo a cambiare”? E’ così spaventoso guardarsi dentro al punto che si preferisce vivere relazioni non vere e sacrificarle quando l’altro si eleva un millimetro più su di noi? O solo quando ha un sorriso sul volto? Io ce l’ho avuta a morte con lei, ma ho cercato di resistere ogni volta che ho avuto la tentazione di gioire sapendola sempre nello stesso pantano di sei anni fa, perché non voglio diventare peggio di ciò che sono, e so che allenandosi si può migliorare, o preservarsi, basta la voglia. Scusate ancora la lunghezza, é stato un bello sfogo!

    Liked by 1 persona

    • Salve Anna M.Trovo interessante sotto molteplici punti di vista la sua testimonianza. L’ho appena postata sul gruppo “Psiche Nessuno e Centomila” perchè mi sembra un ottimo spunto per una riflessione su questo “peccato capitale” che soffoca e inaridisce molte relazioni interpersonali. La invito a iscriversi e a partecipare alla discussione se le fa piacere! Un caro saluto!

      Mi piace

  4. Pingback: Psicologia dell’Invidia | l'eta' della innocenza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...