Amarsi per essere amati

Perchè gli ho consentito di farmi male?

Nella mia esperienza clinica, non di rado mi capita di ascoltare il dolore di persone infelici e duramente ferite dal partner: uomini che hanno visto tradita la fiducia riposta nella loro donna e umiliati i sentimenti con cui avevano nutrito la propria relazione sentimentale, donne ripetutamente offese nella propria dignità e profondamente colpite nella propria autostima. Persone ingannate da chi giurava di amarle e messe in ginocchio da relazioni in cui speravano di trovare un porto sicuro. Uomini e donne incatenati per anni a partner oppressivi, svalutanti, ossessivi; bloccati in rapporti da cui traevano solo carburante per la propria insoddisfazione; reduci da lunghissime relazioni che hanno demolito la sicurezza in se stessi e la fiducia nel prossimo. Cercano aiuto perchè hanno bisogno di capire come mai l’altro si sia comportato in quel modo, perchè le abbia ferite pur giurando di amarle. Hanno bisogno di capire perchè l’altro le abbia tradite ripetutamente nonostante ogni volta loro abbiano concesso il perdono, perchè abbia limitato la loro libertà nonostante non abbiano mai dato all’altro motivi di gelosia, perchè le umiliavano e offendevano davanti ai figli e agli amici pur non avendo mai mancato di rispetto al partner. Hanno bisogno di sapere come riconoscere e tenere lontane altre persone potenzialmente in grado di ferirle nuovamente.
Alla domanda “Lei perché ha consentito all’altro di trattarla in questo modo?” cala puntualmente nella stanza un assordante silenzio. Il silenzio di chi di colpo viene invitato ad un cambio di prospettiva e diviene preda di un improvviso capogiro. Un silenzio che odora di vuoto e si nutre di assenza. Che si autoalimenta di di attese disattese e di paura di guardare l’immagine che lo specchio rimanda.
Ma è proprio da quel silenzio che è necessario ripartire. E’ li dentro che è opportuno scavare per cercare le risposte alla domanda-madre: “Perché hai consentito all’altro di trattarti in questo modo?”! E’ in quel silenzio che bisogna coraggiosamente scavare per svelare i meccanismi sottesi ai propri comportamenti e per consapevolizzare il personale contributo nella dinamica di coppia. E’dopo quell’invito al ribaltamento di prospettiva, che è necessario guardare a se stessi con occhi nuovi. Perché quando si consente a qualcun altro di umiliarci è perchè non abbiamo ancora ancora imparato a volerci bene abbastanza. Perché per primi abbiamo la sensazione di “non bastarci” e cerchiamo illusoriamente nell’altro quell’amore in grado di guarire. E nel tentativo di trovare un balsamo per quelle ferite profonde, lontane nel tempo eppure ancora sanguinanti, rischiamo proprio di incappare in chi le cosparge di sale.

I sistemi di attaccamento e la scelta del partner

Ciò che appare come un bizzarro scherzo del destino, non ha nulla a che vedere con il caso: nel processo di scelta di un partner è come se ciascuno si trascinasse dietro una valigia piena di schemi, immagini, fotografie, appunti, aspettative che delineano “il modo di stare con l’altro”. Fattori che a pieno titolo fanno parte della propria personalità, aspettative legate a doppio filo al sistema di attaccamento con le figure di riferimento precoci (i propri genitori o chi ne ha fatto le veci) e ai meccanismi difensivi (più o meno funzionali) che quelle esperienze hanno generato. Lo psichiatra inglese J. Bowlby, con l’espressione “omeostasi rappresentativa”, ha spiegato in modo dettagliato i meccanismi in base ai quali la scelta del partner poggi sulle capacità dell’altro di confermare le proprie rappresentazioni mentali di sé e degli altri. Le precoci relazioni di attaccamento per Bowlby, diventano pertanto un modello per le relazioni affettive adulte future. E’ però sempre possibile sperimentare comportamenti “alternativi” in sostituzione di quelli consueti e disfunzionali, evitando di incorrere in altri rapporti affettivi insoddisfacenti e ampliando il repertorio di risorse personali a cui è possibile attingere per esprimere in modo più adeguato i propri bisogni affettivi. Ma per riuscirci è necessario trovare il coraggio di fare i conti con quel silenzio, guardando “dentro” e smettendo di cercare comodi alibi all’esterno. L’invito a soffermarsi su di se per rintracciare il personale contributo nei fallimenti delle proprie relazioni affettive, non ha nulla a che vedere con l’assunzione di colpe. Chi incappa in relazioni infelici lo fa perchè suo malgrado, come insegna la letteratura clinica, è motivato da aspettative inconsce legate ai propri modelli di attaccamento precoci che lo spingono verso partner che, a loro volta, per via dei propri modelli relazionali, presentano qualcosa di “familiare”. Si cerca nell’altro nient’altro che la conferma alle proprie aspettative di relazione. In questo senso, ogni coppia, come ho spiegato in tanti articoli di questo blog (e come illustrano  in modo esemplare Norsa e Zavattini in “Intimità e collusione”, testo cardine della mia formazione universitaria), è il risultato di una complementarietà inconscia, di un incastro collusivo di mondi rappresentazionali.

Il fattore di protezione dai fallimenti amorosi

Non di rado mi capita di leggere ricette magiche e decaloghi risolutivi per uscire da relazioni malate. Il più delle volte incentrati sulle colpe dell’altro, sulla sua incapacità di amare o sul narcisismo patologico che gli impedirebbe di vivere relazioni sane. Chiedersi “Perché ho consentito all’altro di trattarmi in questo modo?”, non solo non esonera il partner da tutte le sue responsabilità, ma implica quel ribaltamento di prospettiva necessario a non ricadere in relazioni altrettanto sofferte. Continuare invece a domandarsi perchè l’altro non è capace di amore o perchè senta il bisogno di prevaricare nei rapporti di coppia, non ci proteggerà dal rischio di intraprendere un nuovo rapporto con un altro partner incapace di amare e bisognoso di prevaricare. Le risposte importanti vanno cercate all’interno, in quelle voragini affettive che affondano le radici nel proprio passato, in quella ricerca d’amore inappagata, negli abbracci centellinati, in quel bisogno insoddisfatto di essere consolati per un ginocchio sbucciato, in quelle coperte che ogni sera bisognava rimboccarsi da soli, in quella carezza attesa invano. Le risposte vanno ricercate in quel silenzio a cui per troppo tempo si è cercato di sfuggire rintanandosi nel frastuono di rapporti mediocri, che non hanno fatto altro che farci collezionare nuove dolorose domande: “Perché penso di non meritare un amore che mi riscaldi quando il freddo delle mie insicurezze prende il sopravvento, con cui ballare sui precipizi della vita di coppia e con cui riallacciare i sogni lasciati a metà!? Un amore che non voglia salvarmi e che non cerchi di essere salvato. Che s’innamori delle mie imperfezioni e che si addormenti passando il dito sul loro profilo. Un amore che sappia mantenersi perfettamente in bolla, in asse con i propri reciproci bisogni. Perché penso di non meritare un amore fatto di infinite prime volte, di giorni memorabili e di ricordi alla loro altezza? Un amore che sappia di salsedine e profumi di pioggia, che si nutra di certezze e di possibilità. Che si faccia spazio tra le pieghe delle lenzuola e tra i tessuti muscolari del cuore. Che non abbia nessun ingrediente segreto, ma che sappia dosare bene gli ingredienti essenziali. Perché penso di non meritare un amore che indossi scarpe comode, che sappia voltare le spalle al passato quando serve e voglia disegnare il futuro a mani libere.!? Un amore imperfetto, che non si consumi in promesse eterne ma s’impegni a scrivere il lieto fine di ogni giorno!?“. E’ dentro se stessi che è possibile trovare le risposte, non nei decaloghi che spiegano cosa non funziona nell’altro. E’ allontanandosi dal frastuono dei rapporti mediocri che è possibile impedire a chiunque di scalfire l’amore verso se stessi. E’ penetrando in quel silenzio intessuto con la convinzione di non essere abbastanza, che è possibile imparare a volersi bene.

Annunci

2 pensieri su “Amarsi per essere amati

  1. Bellissimo articolo Dott.ssa. Un argomento importante e ahimè molto comune e attuale. Spesso per vergogna non se ne parla, perché si vive in una società che mal volentieri accoglie il dolore bipolare di chi è lasciato e inizia con le solite domande cicliche senza risposte. Si vive in una società che non accoglie la sofferenza, non la sa gestire, quasi ne è infastidita, e per vergogna, si creano muri difensivi altissimi, barriere che neppure noi possiamo scavalcare. Ma è solo nell’isolamento forzato, nel silenzio con noi stessi che si cresce e si può dare una risposta soddisfacente alle infinite domande che l’altro, non è tenuto a darci.
    Tutto gira attorno alla parola responsabilità e ad una frase che si esprime così : “..L’amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te. L’amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo..”
    Erich Fromm

    Grazie!
    Fenice alias L.

    Liked by 1 persona

  2. Doc, non c’é un solo articolo che non meriti di essere letto in questo blog. Lei riesce a dosare in modo impeccabile ironia e sobrietà, eleganza e competenza, professionalità e originalità. Tra i siti di psicologia, lei é una certezza. Giulia

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...