Perfetti Sconosciuti

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Perfetti Sconosciuti è l’ultimo film di Paolo Genovese, uscito nelle sale italiane lo scorso febbraio. Una commedia dal ritmo narrativo incalzante, ben scritta e altrettanto ben interpretata da un ottimo cast di attori nostrani. Una pellicola incentrata su una puntuale e raffinata analisi introspettiva e psicologica dei personaggi, dove l’espediente narrativo è fin troppo semplice. Una cena tra amici di vecchia data e, tra una battuta e un sorso di vino, la proposta di un gioco: i commensali, su provocazione dell’analista del gruppo, accettano di mettere il proprio cellulare al centro del tavolo e di condividere con i presenti il contenuto di qualunque messaggio o telefonata che avrebbero ricevuto nel corso della serata. Il gioco assume da subito le connotazioni di una sorta di prova di coraggio: accettare di aprire il proprio armadio per dimostrare a tutti che tra gli outfit alla moda non si nascondono scheletri imbarazzanti. L’espediente narrativo diviene l’innesco di una catena di azioni e reazioni dei personaggi, che si configura come l’aspetto più interessante di questo lavoro di regia, riuscendo a compensare piuttosto bene il finale prevedibile e scontato alla sliding doors e la superflua e banale metafora dell’eclissi lunare che fa da sfondo a tutta la vicenda.

Come afferma Gabriel Garcia Márquez in quello che, non a caso, è divenuto l’eloquente sottotitolo del film, “Ciascuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta”. Perfetti Sconosciuti svela cosa accadrebbe se incautamente si mescolassero tra loro, se improvvisamente cadessero le maschere e si svelassero i volti sottostanti. Maschere intese nell’accezione pirandelliana di “Uno Nessuno e Centomila”. Con i Centomila estranei che albergano dentro dentro di noi e che il più delle volte disconosciamo, perchè più economico sul piano psichico o socialmente più comodo. Le Centomila maschere impastate con i ruoli sociali, le regole a cui conformarsi, le convenzioni da onorare, i cliché da trasgredire. I Centomila “Altri” con cui è possibile scegliere di identificarsi o che è possibile rinnegare pagando il prezzo della follia. 

Con Perfetti Sconosciuti“, dice Paolo Genovese, “si vuole raccontare come, le persone che ci stanno vicine non le conosciamo fino in fondo e come, a volte, basterebbe sbirciare in un cellulare per riuscire a tirare fuori cose non si vogliono o non si possono dire, aspetti inediti delle persone”. La “scatola nera”, come viene definito il cellulare da uno dei protagonisti, diviene solo un pretesto per aprire la porta ad un’evidenza tanto inossidabile quanto temuta: l’inconoscibilità dell’altro! Quell’ignoto che assume di volta in volta la forma del non detto tra genitori e figli o del segreto che sonnecchia tra le pieghe delle lenzuola matrimoniali. Ciò che non si conosce fa paura e la paura non concede un ventaglio di alternative molto vasto: attaccare o fuggire! Oppure accettare il compromesso della maschera! Il pericoloso passatempo tra i protagonisti diviene ben presto un masochistico gioco al massacro, dove si corre il rischio di dover rimettere insieme con la colla pezzi di identità sparsi sul pavimento.

In Perfetti Sconosciuti, le maschere vengono disintegrate lasciando i protagonisti inermi e confusi, costretti a recitare a soggetto una parte sgradevole e pericolosa. La caduta delle maschere spalanca le porte al pregiudizio, all’omofobia, alla paura dell’inconoscibile, al timore di non essere accettati, al perbenismo di circostanza e alle difese che ognuno costruisce per nascondere le scalfitture della propria esistenza. In Perfetti Sconosciuti, le maschere si frantumano rovinosamente sul pavimento, svelando i volti nudi, l’Io frammentato, i sistemi familiari dalle morali multiplela fragilità di relazioni tenute insieme attraverso improbabili profili di coppia su Facebook. La pellicola di Genovese smaschera l’ipocrisia dei selfie passati attraverso il setaccio dei filtri di Instagram; sgretola le apparenze perfette descritte sui bigliettini da visita dei protagonisti; cade come una scure sulla tavola imbandita, creando un’ampia fenditura tra le tre vite di ciascuno.

Nonostante i fiumi di inchiostro sprecati al riguardo, Perfetti Sconosciuti ha poco a che vedere con lo strapotere del telefonino: la tecnologia, i social network, whatsApp sono solo uno strumento narrativo per destrutturare gli equilibri apparenti su cui si dipanano le esistenze dei protagonisti e denudare le identità nascoste dentro il taschino delle loro giacche. Il film racconta in modo comico e agrodolce, a tratti cinico, la fragilità delle relazioni interpersonali, l’incapacità di mostrare il volto e l’inconfessabile speranza di essere smascherati per assaporare la sensazione di essere liberi. Perché le maschere in fondo non sono altro che gabbie invisibili dietro le quali ci si illude invano di poter essere se stessi. E dentro le quali il più delle volte si finisce con il restare prigionieri. C’è chi prova a sfuggire scavando un tunnel a mani nude, chi aspetta con una tazza di caffè fumante tra le mani che qualcuno gli porti la chiave e chi arreda la gabbia convincendosi che, guardare il mondo a strisce, è proprio ciò che ha sempre desiderato!

La tavola imbandita, i tradimenti coniugali, i segreti di coppia, l’omosessualità celata per timore del giudizio, la difficoltà a conseguire il sogno di diventare madre, il ritratto verosimilmente cinico delle relazioni familiari, la capacità di bilanciare commedia e dramma eludendo il rischio di scivolare nella macchietta bozzettistica, l’ambientazione teatrale, l’unità di tempo e di luogo, il disvelamento dei volti dietro il perbenismo di circostanza. Alcuni degli ingredienti che hanno reso impareggiabile il capolavoro assoluto di Monicelli, tra le pieghe di quella ipocrisia borghese di Parenti Serpenti, cucita con esteriorità di comodo e opportunismo di circostanza, sono stati sapientemente rimescolati da Genovese in una scrittura gradevole e cinicamente godibile. Una commedia capace di appagare sapientemente il voyerismo galoppante dello spettatore, che viene invitato a prendere comodamente posto sull’ottava sedia rimasta vuota all’ultimo momento e ad attendere impaziente un nuovo squillo, oscillando tra il sadico piacere di frugare nelle esistenze altrui e il timore di non aver chiuso a doppia mandata la serratura della propria!

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7 pensieri su “Perfetti Sconosciuti

    • Parenti Serpenti è un capolavoro difficilmente ineguagliabile. Molti ingredienti di questa pellicola però me lo hanno ricordato: Monicelli usa l’espediente dei genitori anziani che decidono di andare a vivere a casa di uno dei figli per far deflagrare il velo di ipocrisia dietro cui si nascondono le esistenze dei protagonisti; Genovese si serve dell’espediente narrativo del cellulare. In entrambi i casi i protagonisti sono colti alla sprovvista e, spiazzati, cercano di sopravvivere a chi minaccia la loro intimità. Il pranzo di Natale nel primo e la cena tra amici nel secondo offrono un ambientazione teatrale studiata per far cadere le maschere e mescolare le carte sul tavolo da gioco. Grazie per il commento! Buon fine settimana! Annarita Arso

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  1. ottima recensione con tantissimi sunti di riflessione. Le tue pagine non deludono mai e mi rammarico di avere poco tempo da dedicarti in quanto a commenti, ma sappi che ti leggo sempre. Ciao

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