Per non disabituarsi all’idea di Felicità

Felicità

.. aveva imparato che, sebbene il mondo fosse pieno di mostri, avrebbe potuto sconfiggerli; che nonostante la terra di tanto in tanto tremasse, avrebbe saputo restare in equilibrio; che sebbene il tempo fosse nemico delle giuste occasioni, sarebbe riuscita a cogliere al volo le più preziose.
Che i treni passano, ma l’uomo ha imparato a costruire le macchine volanti; che si può sbagliare stazione, ma esistono le coincidenze; che alcune coincidenze devono essere programmate e alcuni programmi mandati all’aria; che si possono perdere chiavi, occhiali e valigie ma mai il rispetto per se stessi.
Aveva imparato che a volte i colpi di fulmine diventano colpi di teatro e qualche volta il sipario cala prima del previsto; che nessuno viene esonerato dal dolore, ma che con – dividerlo, consente di dimezzarlo.
Che il senso dell’utopia non è ancora riconosciuto tra quelli ufficiali, ma è il più utilizzato dai bambini, dai matti e dai poeti; che nessuno, visto da vicino, è normale, perché “normale” è solo un costrutto matematico, che le emozioni negative affannano solo la vita di coloro che le temono; che a volte l’Amore finisce, ma è preferibile l’amaro per una vacanza conclusa che il rimorso per un viaggio mai iniziato.
Aveva imparato che quando il buio dell’anima prende il sopravvento, esercitarsi a sognare ad occhi aperti è il modo migliore per non disabituarsi all’idea di felicità…

Nella mia esperienza clinica ho conosciuto molte persone che, loro malgrado, sono state costrette a crescere su un sottilissimo filo di equilibrio precario, imparando a proprie spese a tenere la barra dritta e a concentrarsi sulla direzione. Un passo alla volta. Perché ogni passo è importante. Ogni passo è un’istantanea da custodire gelosamente. Fino a lasciarsi alle spalle l’eco dei vuoti affettivi, per dare ascolto a quel bambino interiore che attendeva da tempo di essere amorevolmente abbracciato. Perché, qualche volta, la vera difficoltà è imparare a chiedere, che è difficile quanto mettere a tacere i propri bisogni. Si ha paura di non essere compresi, accolti, contenuti e le parole non dette si impossessano di una parte di noi di cui perdiamo le redini. E temendo di ricevere in cambio solo l’eco delle nostre richieste, si finisce davvero con il restare impigliati in un insostenibile e assordante silenzio. Quando si ha la giusta dose di coraggio e ci si mette in discussione, invece, le consapevolezze emergono come cerchi concentrici a pelo d’acqua, proprio come quando si lancia un sasso sul fondo. Il più delle volte bisognerebbe accettarle per quello che sono piuttosto che ostinarsi a volerne studiare i contorni, misurarne il diametro, analizzarne le relazioni. Non tutto si può né si deve guarire” diceva Jung. Perché a voler guardare troppo in profondità si corre il rischio di annegare. Perché spesso, ad ostinarsi a cercare quante più risposte possibili, si rischia di collezionare solo nuove domande!

La verità è che nessuno conosce se stesso fino in fondo. E questa, che dovrebbe essere un’evidenza, è alla base di molti disagi interiori, quando emergono delle parti di se stessi sconosciute con cui improvvisamente ci si ritrova a fare i conti. E allora si resta sorpresi, ci si chiede di chi è quello sguardo che lo specchio rimanda, ci si guarda alle spalle per rintracciare i pezzi di se sparsi sul tragitto appena attraversato. Ignari che, in fondo, ognuno conosce se stesso solo fin dove il dolore lo ha messo alla prova.

La verità è che ci sono parole che feriscono come fendenti, procurando ferite profonde che faticano a rimarginarsi. Lasciando dentro cicatrici invisibili più tangibili di qualunque livido sulla pelle. Causando un dolore talmente ingombrante che fatica a trovare parole della taglia giusta in cui farsi spazio.

La verità è che non si può sfuggire da se stessi. Non lo si può fare né con un biglietto aereo né con un anello al dito. Nessun luogo potrà mai restituire la serenità che lo specchio non riflette più. E neppure nessuna relazione affettiva con cui erroneamente ci si identifica per evitare di fare i conti con gli incastri interiori che non combaciano. Come scrive Irvin Yalom, scrittore e psichiatra statunitense E’ solo un’intuizione, ma mi chiedo se tu potresti mai sentirti “a casa” da qualche parte, perché la casa non è un luogo, è una condizione della mente. Essere realmente a casa vuol dire sentirsi a casa nella propria pelle”.

La verità è che non è possibile costruire un legame emotivamente arricchente con l’altro se non partendo da se stessi. E’ indispensabile imparare a percepirsi come qualcuno che abita con consapevolezza la propria interiorità e che si dimostra capace di accettarne anche le incognite più sgradite. Solo chi è capace di ascoltarsi e accettare l’esistenza dei labirinti interiori senza timore di perdersi, non teme di incontrare l’altro su un terreno comune. Uno spazio condiviso in cui le reciproche differenze non solo non vengono annullate, ma divengono prezioso collante del rapporto.

La verità è che se prima non ci si spoglia delle aspettative altrui, il vestito di scelte che si cercherà di indossare risulterà sempre troppo stretto. E si finirà con l’accontentarsi di abitare un vestito fuori misura o fuori moda, cucitoci addosso da qualcun altro. E allora bisognerebbe liberarsi dal pesante fardello delle aspettative altrui, per non correre il rischio di perdersi nelle sale d’attesa dei propri desideri non realizzati.

La verità è che con i brandelli delle proprie delusioni ci si possono costruire raffinati alibi dietro cui nascondere la paura di provarci ancora una volta. Oppure ci si può cucire un abito su misura per andare incontro, a testa alta, a nuove possibilità. Perché, come diceva E. Hemingway “La vita ci spezza tutti. Solo alcuni diventano più forti nei punti in cui si sono spezzati”. Un radioso inno alla possibilità di “ricominciarsi” anche dopo rovinose cadute. Fermarsi, rialzarsi, raccogliere i frammenti sparsi sul pavimento e provare ad incollarli in una nuova combinazione. E se questo non dovesse bastare per guarire le proprie ferite, potrà almeno servire per ingannare l’attesa.

La verità è che il dolore fisico e quello emotivo sono talmente correlati che oramai numerose evidenze scientifiche dimostrano che le aree cerebrali che si attivano quando abbiamo una ferita fisica sono le stesse che reagiscono quando ne abbiamo una psicologica. Per tali ragioni, non bisognerebbe mai sottovalutare le ferite emotive, ostinandosi ad ignorarle nella vana attesa che guariscano da sole. Il dolore dell’anima, al pari di quello del corpo, merita di essere curato. E spesso è proprio guardando attraverso lo squarcio di una ferita emotiva che è possibile entrare in contatto con le parti più profonde di se stessi e ricordarsi quanto sia importante volersi bene.

La verità è che l’unico vero tradimento è quello verso se stessi. Amedeo Modigliani diceva “Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni“. Oltre che essere un dovere verso se stessi, preservare il proprio sogno è probabilmente anche il miglior modo per farsi gli anticorpi contro l’infelicità! Dei propri sogni bisognerebbe sempre avere profondo rispetto; anche di quelli più piccoli perchè possono diventare i mattoncini dei grandi progetti!

La verità è che è sempre meglio correre il rischio di pagare il prezzo delle proprie scelte. Purché siano scelte di felicità…

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