Non chiamiamoli delitti passionali

Non chiamiamoli delitti passionali

Si chiamava Sara Di Pientrantonio. Aveva tanti cassetti straripanti di sogni come ogni ragazza della sua età. Aveva da poco chiamato la mamma per tranquillizzarla e per farle sapere che presto sarebbe rientrata a casa. Dopo una serata qualunque trascorsa in compagnia di un’amica, con un cocktail in mano e la prossima vacanza da organizzare. In quelle sere in cui ci si racconta senza freni, si ride di gusto, si condividono i progetti e si mescolano i desideri. Forse Sara le avrà raccontato che con l’ex era davvero finita e che un altro uomo era riuscito a frugarle l’anima, stanandole i tormenti e le mareggiate emotive. Una sera come tante, con i fari dell’auto che squarciano il buio della notte e “piccola stella senza cielo” cantata a squarciagola sulla strada del ritorno.
Ma Sara a casa non tornerà mai più. Resteranno sull’asfalto le candeline del suo 23esimo compleanno, i biglietti per il prossimo concerto del Liga e il sogno di una Laurea in Economia. Il suo corpo semi carbonizzato verrà trovato a pochi metri di distanza dalla sua auto in fiamme, con le braccia allargate e la camicetta sbottonata. In un angolo della periferia romana che non le regalerà mai più una nuova alba.

La violenza di genere

La violenza contro le donne resta una tra le più aberranti forme di violazione dei diritti umani. I dati al riguardo sono a dir poco allarmanti: in Europa, solo nel 2012 le donne uccise da un membro della famiglia o dal partner rappresentano il 47% di tutti i delitti; i dati dell’OMS dicono che la prima causa di uccisione nel mondo di donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio per mano di persone conosciute; solo nel nostro Paese, dal 2005 ad oggi, si stima che le donne assassinate siano state più di 1100 e che, nel 61% dei casi, siano state uccise proprio da chi giurava di amarle.
“Ma, indipendentemente dai dati ufficiali, esiste tutto un sommerso che si può definire un vero e proprio bollettino di guerra” commenta Bo Guerreschi, Presidente della neonata Associazione “Bon’t worry Onlus” che, lo scorso 8 marzo, per offrire aiuto alle donne che si sentono minacciate da una qualsiasi forma di violenza, ha attivato un numero verde: 800 10 1414.
Purtroppo, però, la strada da percorrere a livello legislativo, è ancora molto lunga e irta di difficoltà. Anche quando una donna trova il coraggio di denunciare, occorrono mesi solo per la fase istruttoria e anni per giungere ad una sentenza definitiva. Anni in cui l’imputato, solo in un numero ristretto di casi resta sottoposto a misure restrittive di vario tipo. Forse è giunto davvero il momento che, anche in Italia, venga varata una Legge organica di protezione delle vittime di reato. E’ necessario altresì predisporre chiare politiche di sostegno finanziario a favore dei centri anti-violenza e delle case rifugio per donne vittime di maltrattamenti. Perché non è sufficiente presenziare e commemorare il 25 novembre, se poi le buone intenzioni professate dalle Istituzioni, non si traducono in fatti concreti e tangibili, in serie politiche di prevenzione, nella lotta al linguaggio sessista che troppo spesso trova posto a sedere anche nelle sedi istituzionali, in Leggi che garantiscano la certezza della pena senza giochi di prestigio che regalano sconti e sterili attenuanti.

Urge un cambiamento culturale

La strada da percorrere è ancora molto lunga. Accanto ad apposite misure legislative, è necessario infatti un vero e proprio cambiamento culturale. Perché se ancora oggi, gran parte della stampa, si ostina ad accostare a questi atroci crimini, l’aggettivo “passionale”, significa che urge davvero un cambiamento di prospettiva. Perché i comportamenti che armano la mano di un uomo nei confronti della donna che dice di amare, nulla hanno a che vedere con la “passione”; i delitti atroci che ogni giorno la cronaca nera ci descrive ne loro turpi dettagli, trovano la loro matrice nell’ossessione, nel dominio, nella logica del possesso, nell’oggettivazione della donna. “Chiamare questi delitti passionali o della gelosia”, scrive Cinzia Tani, autrice di “Ma per sempre”, libro che analizza in maniera accurata il fenomeno, “significa solo cercare alibi per gli assassini. Invece, di solito l’uccisione della donna avviene dopo un lungo periodo di violenze psicologiche e fisiche, e la furia omicida si scatena quando, verificata la loro inutilità, l’uomo avverte il pericolo di trovarsi solo”. Sin dai primissimi anni di vita, a scuola, in famiglia, nelle parrocchie bisognerebbe educare alle relazioni, al rispetto, allo “stare con” l’altro che passi attraverso il riconoscimento della sua alterità.

La strada da percorrere è ancora molto lunga

La strada da percorrere è ancora lunga se in una TV generalista, in prima serata si consente ad un dinosauro del giornalismo italiano come Corrado Augias, di soffermarsi sui boccoli sfoggiati in una foto da una ragazzina ripetutamente violentata e lanciata dall’ottavo piano di un condominio della zona degradata di Parco Verde a Caivano. Come se l’orrore potesse scivolare sullo sfondo, a favore di una riflessione sulla pettinatura della piccola Fortuna Loffredo. E se anche Augias, come più volte ha cercato di ribadire, volesse solo proporre una riflessione sui rischi della sessualizzazione precoce delle bambine, lo ha fatto in un contesto totalmente estraneo all’argomento, con toni e modi profondamente fuori luogo, dimostrando peraltro di ignorare totalmente le più basilari nozioni in tema di pedofilia e di violenze su minori.
Io stessa, in questo blog ho più volte toccato il tema dell’erotizzazione delle bambine nella pubblicità, ma questo argomento nulla ha a che vedere con la violazione dei diritti dell’infanzia, con l’abuso sessuale e con la pedofilia. Siccome non basta rinunciare ai boccoli e raccogliere i capelli in una coda disordinata per debellare una tra le più atroci piaghe sociali del nostro tempo, per evitare di scivolare in odiose polemiche sarebbe forse più opportuno imparare a contestualizzare, senza mai dimenticare la responsabilità sociale nei confronti di chi siede dall’altra parte dello schermo.
La strada da percorrere è ancora lunga se è vero, come ha dichiarato il Procuratore che segue il caso, che in molti sono transitati sulla strada in cui Sara bruciava viva, ignorando la sua drammatica richiesta di aiuto. Senza chiamare soccorsi, senza dare l’allarme! Come se una telefonata al 112 avrebbe potuto compromettere la propria incolumità fisica! Rintracciati dalla Polizia, hanno semplicemente dichiarato di non aver compreso la richiesta di aiuto della ragazza. E allora è davvero giunto il momento di avviare una seria riflessione sulle responsabilità collettive. Per Sara e per Fortuna. Per tutte le donne strappate alla vita per mano di chi in una mano stringeva un fascio di rose e nell’altra brandiva un coltello. Per il diritto di ogni bambina di sfoggiare i boccoli in un giorno di festa, sorridendo spensierata alla macchina fotografica.

Potrebbe interessarti anche l’articolo correlato sulla violenza di genere “Io dico basta“.

 

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19 pensieri su “Non chiamiamoli delitti passionali

      • Credo sia la cosa peggiore…sapere di non poter contare più su nessuno, sapere che il mondo è talmente cambiato che si ha paura anche di mettersi in mezzo, che c’è chi pensa “vabbè se non chiamo io chiamerà qualcun altro”, che il guardare e passare è diventato più in uso della solidarietà e della sensibilità verso il prossimo mi fa sperare che venga un altro diluvio universale…oltretutto questi omicidi, questa violenza, stanno dilagando sempre più e nessuno pare capace di fermarli…

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      • Per questo ho parlato della necessità di un cambiamento culturale! Non è mai troppo presto per educare i bambini alle emozioni, alla relazione, allo “stare con” l’altro che passi attraverso il rispetto e non attraverso la sua oggettivazione. Quando l’omicidio diviene l’unica via di fuga possibile dall’ossessione della gelosia, come pare abbia dichiarato l’assassino di Sara durante l’interrogatorio, significa che ha vinto la logica del possesso, l’oggettivazione della donna, l’idea che la donna sia un oggetto qualunque che non si è disposti a cedere a nessun altro. Anche l’indifferenza di chi ha visto e ha proseguito oltre, senza dare l’allarme, senza chiamare i soccorsi, è complice a pieno titolo di questo atroce crimine! Comprendo la paura di fermarsi, il terrore di restare coinvolti nel dramma che si stava consumando; ciò che proprio non comprendo invece è in che modo una telefonata al 112 avrebbe potuto mettere a rischio la propria incolumità fisica! Come si può restare indifferenti alla richiesta di aiuto di una ragazza che sarebbe potuta essere nostra figlia, nostra sorella, la nostra migliore amica? Come è possibile restare indifferenti all’orrore senza neppure muovere un dito sulla tastiera di un cellulare?

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      • Guarda hai pienamente ragione, su tutto…sembra che al giorno d’oggi non ci sia altro modo di risolvere le cose se non con la violenza, anche all’estremo come in questo caso. Qualcuno ha detto “viviamo in un mondo in cui si insegna alle donne a difendersi dagli stupri invece di insegnare agli uomini a non stuprare le donne”, dice tutto…

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  1. Il primo problema da risolvere in Italia è quello di fare in modo che le carceri siano delle carceri, chi commette un reato grande o piccolo che esso sia deve pagare con una pena adeguata, non esiste che si passino giornate a guardare TV o giocare con playstation, il carcere dev’essere un qualcosa che ti segna a vita e che dia alla tua coscienza l’impossibilità di commettere nuovamente un reato.
    Finchè il carcere sarà un costo e non un profitto per lo Stato, finchè i detenuti non vengono riabilitati con le buone o con le cattive maniere la nostra terra sarà sempre piena zeppa di delinquenti.
    Non esiste il delitto passionale, se la passione è vera e incontaminata accetti di lasciare andare una persona purchè essa sia felice a discapito del tuo dolore, altrimenti sei solo un egoista privo di sentimenti.

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    • Lei solleva un tema molto spinoso! Ha ragione nel dire che la questione delle carceri è molto complessa, perciò servirebbero riforme più incisive e strutturali. L’articolo 27 comma 2 della Costituzione recita “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Se pensiamo alla questione del sovraffollamento, all’abuso della custodia cautelare anche quando non se ne intravedono i motivi, alla carenza di personale, appare chiara la profonda scollatura tra realtà e dettato costituzionale. Grazie mille per il commento e l’occasione di confronto. Ps. Appena iscritta tra i suoi followers. Buona giornata!

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  2. Poco fa pensavo proprio al femminicidio e a un possibile post sul tema. Ho visto per caso di recente il film su Maria Goretti e come questa ragazzina sia morta per mano di una persona che reputava amico, forse fratello. Lei è diventata una santa, oggi sarebbe una delle tante vittime di questo troppo usato “femminicidio”… una parola che non mi piace, che è abusata perché dietro c’è tanto da fare e da riscrivere.
    Buon lavoro, Samanta

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    • La parola “femminicidio” non piace particolarmente neanche a me, Samanta, per una molteplicità di ragioni che non starò a spiegare. Però quello della violenza di genere (o comunque la si voglia chiamare) resta un fenomeno allarmante che andrebbe attentamente attenzionato, al di la e al di fuori delle etichette che si scelgono per denominarlo! Grazie mille per il commento e buona giornata!

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  3. Guardi purtroppo quando si affrontano temi simili ci sono persone come me che devono stare attente a ciò che dicono perchè la rabbia prende il sopravvento e partono degli sproloqui che non portano da nessuna parte e peggio ancora non rappresentano il vero pensiero della persona.
    Io sono uno di quelli che non è in grado di giustificare i raptus di follia, sono uno di quelli che non è in grado di giustificare la violenza che sia passionale, sui minori, sugli anziani, sui disabili….l’unica violenza che giustifico è quella per redimere certi personaggi, anche se sono convinto che 20 anni di lavori forzati, ma forzati sul serio, servano molto più che una settimana di bastonate.
    E cmq mi spiace dirlo ma il diritto alla vita è imprescindibile, una persona che deliberatamente sottrae questo diritto ad un’altra è una persona che automaticamente perde il senso di stare su questo pianeta e da buoni animali quali siamo dovremo essere i primi ad escluderlo dal branco.
    Inoltre ci sono persone che hanno una visione dell’amore a senso unico, chi l’ha mai detto che amore vuol dire solo felicità, coccole e sorrisi, amore è un mix di talmente tante cose, di passione e di litigi, di lacrime e sguardi, di sesso e fare la lavatrice insieme, di un film sul divano abbracciati e di partecipare ad un funerale stretti per mano, c’è talmente tanto dentro che quando una storia finisce per x motivi non può cancellare tutto ciò che c’è stato e se non sai riconoscere ed accettare tutto questo forse non è amore quello che hai vissuto fino ad allora.
    La fine di una storia non vuol dire la fine di un amore, ma gli stolti non potranno mai capirlo.

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    • Purtroppo, temo che quella repressiva sia solo una faccia della medaglia e probabilmente non quella risolutiva. Sono convinta che la matrice del fenomeno sia innanzitutto culturale e richieda un intervento massiccio e duraturo sul fronte della prevenzione primaria, la mobilitazione generale delle agenzie educative, del mondo dell’informazione e di quello della politica. Per quanto riguarda l’idea di relazione sentimentale, credo che la logica mass mediatica dell’usa e getta, contribuisca in modo determinante alle distorsioni che lei ha così ben descritto: modelli estetici stereotipati relegano su un piano secondario l’autenticità dei rapporti sentimentali e il rispetto delle reciproche differenze; la fiction televisiva veicola tutti i giorni rappresentazioni distorte delle relazioni tra uomo e donna, fondate su meccanismi di idealizzazione ad oltranza e profondamente diverse dal modo in cui si dispiegano i rapporti reali; l’informazione fagocita i crimini più atroci nel proprio tritacarne mass mediatico contribuendo all’inquietante e sempre più diffusa assuefazione ai fenomeni violenti. Per quanto riguarda la questione del raptus di follia, infine, la invito a leggere un mio articolo di qualche mese fa. Se le fa piacere, le lascio il link: https://psichenessunoecentomila.wordpress.com/2016/02/22/la-banalita-del-male/

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  4. Annarita, mi si sono rizzati i capelli sulla testa. Letteralmente. Il pianto cerco di mandarlo giù perché occorre reagire. Ma come? Lo dici tu: educando fin dai primi anni di vita alla relazione. Sarebbe già un passo enorme, a mio parere. Ho sempre l’impressione che dietro ai commenti, al pianto, alla pena, rimanga sopita, ma viva come brace, una sorta di giustificazione agli atti di violenza. Questo dovrebbe essere sradicato dal comune sentire. Che amarezza.

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    • Cara Emma! Anche io condivido la tua stessa impressione! Anche nella pioggia di commenti su questo caso, che stanno inondando i social in queste ore, mi capita di respirare la stessa amara sensazione! “Ma lei aveva un altro! Chissà forse lo aveva tradito!Magari lo ha provocato!”: da far rizzare i capelli in testa, come dici tu!!

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  5. Articolo molto interessante, che condivido in ogni riflessione esposta. Purtroppo sono convinta che la possibilità di una svolta culturale venga ostacolata in primis dalle famiglie, che fanno poco o nulla per educare i figli alla condivisione, alla generosità, al rispetto. Molti genitori sono così presi dai loro impegni, dai loro piccoli e grandi egoismi, che se ne infischiano delle esigenze emotive e delle reali necessità dei figli. Spesso questi crescono senza il supporto di un dialogo aperto e costruttivo, e magari vengono lasciati da soli per ore davanti alla televisione o alle prese con videogiochi violenti. Anche la scuola, d’altro canto, fa ben poco per sensibilizzare i giovani alla solidarietà, all’armonia, al rispetto per l’altro. Dipende sempre dalla sensibilità dei singoli professori, perché spesso non c’è né la voglia né l’intenzione di organizzare qualcosa di più incisivo. Eppure non credo possano esistere alternative: un vero e proprio cambiamento, per avere un giorno dei cittadini migliori, deve per forza partire dalle famiglie e dalla scuola, intensificando in tal senso interventi e progetti ad hoc. Concludo con un piccolo esempio, che anche se non si collega al tema trattato nel post fa comunque capire quanto sia spesso la superficialità, o meglio l’indifferenza, a favorire la negatività di certe situazioni: alle scuole elementari mio figlio era stato preso di mira da un compagno di classe, che per parecchio tempo non aveva fatto altro che insultarlo, spintonarlo e a volte anche picchiarlo. Penso fosse un tipico fenomeno di bullismo, visto che cercava anche di isolarlo dagli altri bambini. Ad un certo punto la situazione era diventata così insostenibile che cercai di parlarne sia con le maestre che con la madre, ma in entrambi i casi mi trovai davanti un muro. Le maestre si limitarono a gettare ogni tanto un’occhiata, sostenendo che i bambini devono imparare ad arrangiarsi da soli (ma se dopo mesi la situazione non si risolve, una mano non la si dà?), mentre la madre continuava a farmi spallucce, come se spintoni, insulti e parolacce fossero quisquilie di poco conto. Se è questo il modo di educare i ragazzi, aspettiamoci un futuro di adulti sempre più irrispettosi e violenti (e non soltanto nei confronti delle donne). Mi rendo conto che questa visione potrebbe apparire troppo drastica, ma basta appunto seguire i fatti di cronaca per perdere di nuovo (e all’istante) ogni fiducia nel genere umano.

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  6. Urge un profondo cambiamento culturale… Che parta attraverso un educazione al rispetto verso l’altro e verso se stessi, in primis nell’ambito familiare e scolastico e nella società in generale.

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  7. Quando una donna denuncia un uomo che le ha alzato le mani ai carabinieri e dopo viene lasciata a casa, con un bambino piccolo, con quello stesso uomo allora di chi è la colpa se poi succedono certe cose? Se una donna scrive e chiede aiuto a centinaia di associazioni femminili e femministe e persino a donne impegnate nel sociale, e non riceve risposta di chi è la colpa se poi succedono certe cose? Si punta di continuo il dito su questi uomini che fanno questi danni ed è giusto, perchè la causa prima sono loro che non sanno chiedere per primi aiuto per curare i loro disturbi. Ma nemmeno le istituzioni che dovrebbero aiutare quelle donne sono un bell’esempio. Mi spiace dirlo ma sono cose vissute anche sulla mia pelle e col passare degli anni vedo che niente è cambiato purtroppo.

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