Il Dolore dell’Abbandono

Il Lutto Amoroso

L’esperienza dell’abbandono da parte della persona amata è talmente devastante sul piano psichico per via dei vissuti dolorosi e difficili da tollerare, che si ha la sensazione che i pezzi di vita, i ricordi, le immagini che scivolano via sul pavimento, non troveranno mai più una collocazione rassicurante. Si deve alla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross l’elaborazione di un modello teorico in grado di spiegare le diverse fasi connesse all’elaborazione di una separazione. Frutto della sua lunga esperienza clinica con i malati terminali, tale modello dimensionale, elaborato nel 1970 e pensato per l’elaborazione del lutto, distingue cinque fasi di intensità e durata variabile sulla base di alcune caratteristiche soggettive. Nel tempo, molti psicoterapeuti hanno potuto verificare l’applicabilità di tale modello teorico anche nei casi di “lutto amoroso” (ovvero nei casi di abbandono o separazione dalla persona amata).

Le Fasi dell’Elaborazione dell’Abbandono

NEGAZIONE La prima e più frequente reazione alla fine di una relazione sentimentale (esattamente come quando si riceve una diagnosi infausta o si subisce il lutto di una persona cara) è quella della negazione. L’attivazione di questo meccanismo di difesa, che consente almeno parzialmente di modulare il devastante impatto che il dolore subìto potrebbe causare alla psiche, diviene in alcuni casi talmente rigido e disfunzionale da far dubitare del fatto che l’abbandono sia mai realmente accaduto. E’ come se la mente, non essendo in grado di fronteggiare il dolore, preferisse rifiutare la sua esistenza.
Restare bloccati a lungo in questa fase, comporta il rischio di rimanere impantanati nelle sabbie mobili dei propri meccanismi difensivi, senza mai sbarcare nella fase della cosiddetta contrattazione, che sopraggiunge solo quando la realtà dell’abbandono non può più essere negata.

CONTRATTAZIONE In questa fase, il rifiuto (“Non è possibile che mi abbia lasciato!”, “Mi ripeteva che avrebbe voluto condividere la sua vita con la mia!”, “Giurava di amarmi!”) lascia il posto alla speranza di poter negoziare con l’altro qualche nuova soluzione (“Se accettasse di parlare con me, risolveremmo tutto”, “Gli giurerei che sarei disposta a cambiare e diventare la donna che lui desidera pur di riaverlo con me”). Tutte le azioni messe in atto nella fase della contrattazione mirano a convincere l’altro a rivedere la propria decisione, persuadendolo a tornare sui propri passi. Sembrerà paradossale, ma tale passaggio diviene funzionale per sperimentare, dopo la fase della negazione, un senso di auto-efficacia e di auto-deteminazione.
Se però si dovesse soggiornare troppo a lungo in questa fase, si correrebbe il rischio di restare schiacciati tra l’incapacità di riavvicinare la persona amata e quella di accettare di averla inesorabilmente perduta.

RABBIA Quando i tentativi di riallacciare la relazione interrotta lasciano spazio alla disillusione e alla frustrazione, si scivola nella terza fase, particolarmente cruciale per l’elaborazione dell’abbandono. L’emozione prevalente diventa la rabbia: in alcuni casi prevale quella nei confronti di se stessi per non essere stati in grado di essere amati, in altri quella nei confronti dell’altro per non averci amato come avremmo meritato.
Quest’emozione è il primo vero tentativo psicologico di liberarsi della persona amata e della relazione interrotta, ma diviene una micidiale trappola per topi, quando paralizza in un eterno presente, in cui l’unica (vana e inefficace) fonte di sollievo è quella di colpevolizzare l’altro. Al contrario di quanto si sarebbe indotti a pensare, quanto più la relazione d’amore è stata conflittuale e insoddisfacente, tanto più l’elaborazione del distacco diventa complessa. Quando alla rabbia si associa poi la convinzione di essere stati immeritatamente ingannati dal partner oppure non si ha la capacità di individuare il proprio contributo nella dinamica fallimentare del rapporto, si può sperimentare un insano e pericoloso desiderio di vendetta (si pensi ai frequenti casi di separazione in cui si strumentalizzano i figli per punire il partner o ai drammatici casi di femminicidio di cui, purtroppo, la cronaca nera non lascia mai digiuni!).

DEPRESSIONE Quando la rabbia si affievolisce lasciando spazio ai vissuti di vuoto e di tristezza, si entra nella fase della depressione, che non va affatto confusa con la Depressione Clinica, ma che in questa può evolvere se si resta a lungo bloccati in questi vissuti negativi (fino, in casi estremi, a sfociare in episodi di suicidio o omicidio/suicidio). Ogni Progetto di Vita perde significato, ci si convince che il futuro sia privo di ogni possibilità di riscatto e ci si sperimenta inefficaci e impotenti. La consapevolezza dell’impossibilità di tornare indietro rappresenta una frattura nella propria memoria affettiva e produce un terremoto emotivo che mette in discussione il modo di percepire se stessi, il partner e tutto il mondo di relazioni in cui si è immersi, mentre il distacco viene avvertito come un inaccettabile fallimento che sottrae ogni significato al futuro. In questo momento inizia il momento più significativo del processo di elaborazione della perdita poiché finalmente ci si è liberati tutte quelle maschere (della negazione, della speranza e della rabbia) con cui si è cercato invano di proteggersi dalla propria sofferenza.

ACCETTAZIONE L’accettazione caratterizza la fase conclusiva ed è il prodotto dell’elaborazione e del superamento delle quattro fasi precedenti (che spesso si sovrappongono o si alternano tra loro!). La differenza tra chi supera indenne i vissuti potenzialmente devastanti dell’abbandono e chi indugia nel lutto amoroso è rintracciabile nella capacità di individuare una continuità tra il “prima” e il “dopo”, attribuendo un senso soggettivo alla rottura e traendo un insegnamento utile per le successive relazioni sentimentali. Spesso, infatti, è proprio nel distacco che si palesano alcune dinamiche “giocate” nella relazione e coglierne la valenza soggettiva diviene un indispensabile momento di crescita personale.

Superare la fine di un amore

L’abbandono è un’esperienza devastante sul piano psichico perché il senso di vuoto occupa improvvisamente l’altra metà del letto e toglie il sonno, il fiato e la voglia di credere nelle possibilità del futuro. E’ doloroso riappropriarsi dei propri spazi senza poterli condividere con la persona amata. Cucire gli strappi e rammendare le ferite. Separare i corpi, i libri, i regali e le promesse scambiate quando la parola fine sembrava un pericolo scampato. E poi trovare una scatola per i ricordi, abbastanza capiente da poter differenziare i giorni memorabili da quelli che si destinerebbero volentieri alle funzioni dell’oblio. L’elaborazione del lutto amoroso è inevitabilmente connessa a numerose variabili di carattere individuale, ma risulta certamente più laboriosa quando non si possiede una rappresentazione sufficientemente precisa dei bisogni affettivi per appagare i quali è stato intrapreso il rapporto. Concedersi la possibilità di “sentire” il proprio dolore equivale a stipulare un’assicurazione sulla qualità della vita e rappresenta la “conditio sine qua non” per riuscire a simbolizzare la perdita. E se non servirà a far scomparire il dolore contribuirà almeno a farlo decantare. Il distacco può quindi trasformarsi nell’opportunità di entrare in contatto con alcune parti sconosciute del proprio mondo affettivo. Perché se è vero che ci vuole coraggio a lasciare andare ciò che conta, è altrettanto vero che ciò che conta non ci lascia mai. In fondo, se la relazione conclusa non ci ha dato ciò che desideravamo, potrebbe almeno insegnarci ciò di cui non abbiamo bisogno!

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11 pensieri su “Il Dolore dell’Abbandono

  1. Bellissima riflessione sul percorso della fine di una relazione amorosa. Leggerla aiuta a riflettere sui meccanismi subdoli nei quali si inciampa regolarmente, la ricerca di facili uscite di sicurezza, di autoassoluzioni che fatalmente portano a reiterare comportamenti deleteri nelle relazioni, perché non riconosciuti.
    Grazie per gli spunti dì meditazione

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  2. C’è molto da fare, da imparare, da vivere, da evitare. Nella mia personale esperienza (ahimè reiterata), ho capito che fondamentale è la padronanza di sé, senza scaricare né su di sé né sull’altro colpe e responsabilità che, in genere, sono condivise. Alla fine, se ci si lascia, è perché al proprio egoismo manca qualcosa. Certo a chiacchiere sembra facile, ma nella realtà è proprio dura.

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  3. So che all’interno di un rapporto di coppia si possono rivivere sentimenti dell’infanzia provati per la prima volta coi genitori.
    Il mio abbandono l’ho ricevuto da mia madre, quando mi mise in collegio a 5 anni. Ho molto sofferto perché non avevo i mezzi per superarlo.
    Ci fu una regressione, non grave, che racconto nel mio blog nell’articolo “Il ciuccio”:
    https://eugenetics.wordpress.com/2015/11/05/il-ciuccio/
    Intorno ai 12 anni, quasi improvvisamente, sentii di non aver più bisogno di mia madre, tuttavia, non aver avuto un modello di vita familiare, mi ha privato di sentire il bisogno di fondare una famiglia mia.
    Intorno ai 30 anni, dopo 4 anni di tentativi per trovare una partner e due psicoterapie di gruppo, decisi di rimanere single.
    Le normali interazioni necessarie per la vita di coppia, erano per me pesanti e noiose; mi chiedevo: quante altre cose potrei fare per conto mio se non avessi questa fidanzata?
    Ad oggi, dopo 40 anni, continuo a ritenere di aver preso la decisione giusta.

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  4. Bhe, non sono un grande fan della psicologia e dei processi psicologici che si incontrano sul proprio cammino quando si viene “mollati”. Sono un po’ UDS (uomo della strada) e ho sempre agito per istinto e quasi mai per pre-meditazione all’interno dell’ambito di coppia. E’ difficile però; è difficile leggere qualcosa e credere che possa funzionare realmente. Quando arriva sera e l’altra persona non fa tintinnare le chiavi sul pianerottolo o, quando, ti giri nel letto la notte e scopri di essere solo…o magari, personalmente la cosa peggiore, ti svegli al mattino e, per i primi 5 secondi, non ricordi la situazione che stai vivendo ma, come tutte le cose, le consapevolezze arrivano dal 6° secondo e ti travolgono come il mare in tempesta travolge il tappo di sughero.
    Da poco la mia relazione sembra finita -dico sembra perchè le donne in questi casi non hanno quasi mai certezze ma solo “bisogno di un po’ di tempo per capire” che, per un uomo, è la frase del “ti tengo lì per quando voglio e poi quando trovo altro ti mollo come un sacco di spazzatura”- e non ho ancora capito in quale di tutte queste fasi sto passando; so solo che si sta da cani e che difficilmente si intravede il passo successivo. Si vive giorno per giorno senza fare progetti e senza fare programmi…un po’ come quando si era bambini e il domani era un concetto quasi impossibile. C’è di buono che, a volte, le cose più inaspettate sono quelle che davvero ti salvano la vita e la psiche (a me lo fa ogni giorno la vibrazione della mia harley e il senso di libertà infinito che mi trasmette).
    Ho divagato, sorry, non avrei voluto.
    Bella lettura, magari un giorno capirò di aver fatto, involontario clown d’un circo di pazzi, i famosi 4 passi….e….amen.

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  5. È tutto vero, almeno credo. Sono stata lasciata da poco dal mio compagno dopo 10 anni, senza una motivazione, un perché. “Non provo più niente né per te né per nessun’altro”. Aveva appena terminato la convalescenza dopo un infarto, all’inizio ho attribuito tutto al fatto grave che aveva subito, alle incertezze che potevano essere scaturite, ma ora dopo 4 mesi ho iniziato a pensare che non mi ama più e basta. Sono rimasta così senza una ragione, senza un confronto reale, sono entrata in uno stato direi di disperazione, piango di continuo. Ho deciso di andare da uno psicologo, ma è davvero dura. Ho 52 anni, alterno tutti quei momenti così qui ben descritti, aggiungo nel mio caso anche l’assenza di una motivazione, ancora penso ad un suo stato di confusione. È questo ciò che provo, un vuoto assoluto senza sapere cosa pensare, senza riuscire neanche a vedere un futuro. Scusate un po’ troppo lungo il racconto, ma a volte raccontare può aiutare.

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  6. Ho inserito il commento che segue, poi mi sono accorto di aver già inserito un commento più di un anno fa.
    Ho seguito molti casi come questo, in due psicoterapie di gruppo (bioenergetica), per un totale di 3 anni, due volte a settimana 2 ore a seduta con esercizi e dichiarazioni libere.
    Consiglio a Marina una terapia di gruppo di questo tipo, per uscire dall’isolamento.
    Otto persone e la terapeuta, 6 donne due uomini.
    Io ero lì proprio per sapere se dovevo o no scegliere una partner, dopo uscito da una convivenza di un anno, per mia decisione, con una donna separata con due bimbe.
    Sto parlando dell’84 ora ho 68 anni.
    Ho ascoltato molte confessioni di donne, dai 40 ai 55 anni, lasciate dal compagno.
    Ho ascoltato molto, forse quasi sempre la stessa storia.
    Una vera e propria epidemia.
    Altri temi (come malattie, lutti, rapporti con i genitori) erano in proporzione trascurabili in numero.
    Proprio in virtù di queste esperienze degli altri, decisi di rimanere single, concludendo che la vita di coppia fosse troppo complicata per me, Non mi sono pentito.
    Posso dire, a chi decide di voler formare una coppia, che occorre impostare i rapporti in modo da non dipendere dall’altra persona, ne affettivamente ne economicamente, proprio per non arrivare a queste conclusioni.
    Impostare il rapporto avendo sempre se stessi come centro.
    Mantenere la propria individualità e convincersi che si può mettere in comune ben poco e per un periodo limitato.

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