Un Abito di Taglia Sbagliata

 

Sofferenza emotiva e somatizzazioni

Ognuno di noi ha fatto esperienza di “zone grigie”, ovvero di quei territori emotivi in cui, presto o tardi, ci si ritrova a fare i conti con le conseguenze dei propri autoinganni. Qualcuno le ha attraversate indenne, qualcun altro le ha abitate per un pezzo faticando per trovare la via d’uscita, qualcuno vi soggiorna ancora, come in una prigione ben arredata, convincendosi che è ciò che ha sempre desiderato, incapace di liberarsi di quei fardelli emotivi che ostruiscono le vie di fuga. Bisognerebbe sempre lasciare cadere ciò che vuole cadere perché, come scriveva C.G. Jung nel “Libro Rosso”, “se lo trattenete, vi trascinerà con sé”! E questo è il rischio che si corre quando il peso del fardello rallenta così tanto il cammino da richiedere una pausa per rigenerarsi; come quando si vive un momento di difficoltà e si ha la scoraggiante convinzione che non sarà più possibile tornare ad essere sereni o quando lo sconforto assume la consistenza di sabbie mobili in cui si ha l’impressione di sprofondare e la voce lascia spazio al silenzio, convinta che ogni richiesta di aiuto sarebbe destinata a cadere inesorabilmente nel vuoto. E allora ci si rinchiude inesorabilmente in una gabbia di pessimismo cercando di renderla il più possibile confortevole, certi che vi si dimorerà ancora a lungo.
La vita non esonera nessuno da dolori e preoccupazioni, eppure quando lo sconforto prende il sopravvento si ha la sensazione di essere i soli ad essere messi a dura prova. Tale vissuto può rappresentare il biglietto d’ingresso per un interminabile giro su un ottovolante di pensieri catastrofici e vissuti indomabili, che non di rado sfocia in veri e propri quadri patologici. Il sintomo diviene l’inevitabile esito di un circolo vizioso in cui tutte le proprie strategie difensive hanno fallito, probabilmente anche a fronte di un ambiente esterno che non ne ha facilitato la riuscita! Perché, come sostiene Clarissa Pinkola Estés, psicoanalista statunitense, “Quando si lotta per qualcosa di importante bisogna circondarsi di persone che sostengono il nostro lavoro. È una trappola e un veleno avere intorno persone che hanno le nostre stesse ferite ma non il desiderio vero di guarirle”. La matrice di gran parte della sofferenza psichica è strettamente connessa al mondo di relazioni in cui siamo immersi: gli altri, sin dal nostro primo vagìto, rappresentano eloquenti cartine di tornasole delle nostre vicissitudini interne e spesso il sintomo diviene l’unica risposta possibile ad un mondo esterno incapace di guardare, cogliere e legittimare la propria esperienza umana.

Il Dolore Psicosomatico

Somatizzare significa delegare al corpo un compito oneroso: alleviare i pensieri disturbanti e i conflitti emotivi prima di esserne sopraffatti. Il dolore fisico diviene dunque la “verbalizzazione” di conflitti non risolti e il corpo un fastidioso strumento di comunicazione del disagio interiore. Quando la sofferenza emotiva si traduce in veri e propri disturbi di tipo somatico non resta che rintracciare il nesso tra l’emozione negativa, la situazione contingente e la conseguente attivazione psicosomatica. Il sintomo permette di dare espressione a un disagio profondo ma è necessario imparare a decodificarlo prima che il corpo divenga un incontrollato e disfunzionale vettore per la sua espressione. Perché ciò che si tace si annida nell’anima e qualche volta tra le pene psicosomatiche del corpo: in quella strana dermatite che non risponde a nessun trattamento farmacologico, in quell’emicrania frequente che non si placa con nessun antidolorifico, in quel dolore intimo che impedisce di vivere una sessualità appagante! La sofferenza emotiva, se non viene accolta e fronteggiata, si insinua tra le pieghe della propria vita generando mostri, bloccando il dispiegarsi delle proprie possibilità e ostruendo ogni via di fuga delle emozioni negative. Il dolore non libera, ma ingabbia in un’invisibile prigione di sentimenti autopunitivi e di vane richieste di risarcimento nei confronti del mondo esterno.
Come scrive ancora la Estés “Le lacrime aiutano ad accomodare le lacerazioni nella psiche, là dove l’energia è colata via. Mi stupisce vedere quanto poco le donne oggi piangono, e sempre scusandosi. Mi preoccupo quando la vergogna e il disuso cominciano a derubarci di una funzione così naturale. Essere un albero fiorito e bagnato è fondamentale, altrimenti ci si spezza. E’ bene piangere. E’ giusto. Non risolve il dilemma, ma aiuta a continuare. Andiamo avanti, anche se siamo vulnerabili, scorticate e dunque senza la protezione dell’Io, come alberi cui è stata strappata la corteccia. Eppure siamo potenti, perché abbiamo imparato a scagliare il diavolo oltre il cortile”. E’ solo avviando il doloroso processo di accettazione, che è possibile relegare “il nemico” nel seminterrato della propria anima, imparando a conviverci e a “domarlo”, prima di diventare suoi prigionieri. Altrimenti, il dolore che non conosce lacrime, che non si traduce in parole, che non incontra un contenitore emotivo, rischia di esplodere nel corpo e di farsi spazio attraverso una ferita di origine psicosomatica. Reprimere le proprie emozioni negative equivale a smarrire le chiavi del proprio mondo interiore, lasciando che sia il corpo a tradurre in segni tangibili ciò che le proprie labbra non riescono a verbalizzare. E allora sarebbe sempre consigliabile rifuggire il congelamento della propria vita emotiva per scongiurare il rischio che il proprio corpo, piuttosto che qualcosa da amare e da proteggere, diventi uno scomodo fardello da indossare. Come un abito di taglia sbagliata!

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4 pensieri su “Un Abito di Taglia Sbagliata

  1. L’emozioni inespresse si annidano nel corpo alla disperata ricerca di una via d’uscita, che spesso è possibile trovare solo affidandosi ad un aiuto esterno. Buona giornata dottoressa.

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  2. E’ successo a me, amici, parenti, che la malattia psicosomatica, il disturbo mentale, la depressione, il panico, fossero dovuti, in realtà, ad una causa esterna, (non è facile accorgersene) che non si è in grado di cambiare o dalla quale non si riesce a distaccarsi: un partner sbagliato, che si ama ma che non sarà mai adatto a noi, nell’impossibilità di cambiarne alcuni caratteri inconciliabili coi nostri.
    Studi ai quali si è appassionati che non possiamo sostenere, per mancanza di fondi o di capacità mentali. Un lavoro che logora, con colleghi serpenti, fino a cattive abitudini che consumano il corpo e l’anima.
    Tolta la causa non servono più medicinali né terapie.
    Io sono uno che si sbilancia. Nel mio caso, la malattia era una depressione, accompagnata da ulcera (due ricadute con trasfusioni), durata due anni, prima che mi accorgessi che non ce l’avrei fatta da solo a capire la scelta giusta. Altri due anni di psicoterapia di gruppo, con donne in maggioranza, di tutte le età, ascoltando i loro problemi, fino a capire che non ero adatto al matrimonio.
    Mollai tutto e rimasi single, fino ad oggi, prossimo ai ’70.
    Scelta giusta. Sono guarito da tutti i disturbi, provando un notevole sollievo, quasi istantaneamente.
    P.S. La taglia era giusta, ma l’ho dovuta cambiare, perché mi sono ingrassato.

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  3. Grazie Dottoressa! Mi hanno fatto sempre credere che le lacrime fossero sintomo di debolezza, sopratutto me lo volevano far credere alcune persone del passato, per me nocive. A dire il vero io NON mi sono mai vergognata nel farlo, perché ciò mi ha permesso di liberarmi, in tutti i sensi e di sentirmi più forte! 😀

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