Spettatori dell’Orrore

Spettatori dell'Orrore

Due uomini legati da una relazione omosessuale uccidono un amico nel salotto della propria abitazione. Non c’è alcun movente, se non quello di regalare un degno palcoscenico al Superuomo di nietzschiana memoria che alberga negli angusti anfratti delle loro frustrazioni. Si tratta della trama di uno dei thriller difficilmente eguagliato per intelligenza ed originalità in tutta la storia del cinema. Certamente uno dei migliori firmati dal maestro del brivido per eccellenza, Alfred Hitchcock. Era il 1948 e “Nodo alla gola”, questo il titolo del film, traeva spunto da uno sconvolgente fatto di cronaca risalente a oltre vent’anni prima, quando due giovani amanti uccisero brutalmente un bambino, su loro stessa ammissione, per il semplice gusto di farlo. A testimonianza di come la banalità del male non sia figlia dell’imbarbarimento dei tempi moderni, anche se oggi se ne amplifica ampiamente la portata.
La narrazione di Hitchcock, che si sviluppa sempre nel medesimo ambiente, quasi fosse un’opera teatrale, mira a sondare i meandri più oscuri della psiche dei protagonisti. La loro relazione asimmetrica, i giochi di potere, la fine manipolazione del partner dominante su quello sottomesso e psicologicamente più fragile. In questa pellicola, Hitchcock ha saputo mescolare sapientemente temi cari alla filosofia, all’etica, alla morale. Scomodando Nietzsche e le sue teorie sul Superuomo, il Dostoevskij di Delitto e Castigo, il perverso lacaniano, finanche quella corrente del nichilismo che nega la rudimentale e artificiosa dicotomia tra Bene e Male, tra Giusto e Sbagliato.
E allora, visto che i canoni morali sono stabiliti arbitrariamente, i due protagonisti dopo l’omicidio decideranno di organizzare una festa e di invitare i familiari della vittima. Imbandiranno il banchetto proprio lì, nel salotto dove hanno appena commesso il crimine, sulla cassapanca nella quale hanno occultato il cadavere dell’amico. E lasceranno a briglie sciolte il proprio becero cinismo. Giocheranno al gatto e il topo con uno dei commensali, il Professore, inconsapevole ispiratore delle teorie antisociali che hanno guidato la mano dei due assassini, e gli chiederanno, tra un argomento di conversazione e l’altro, di esplicitare le ragioni per cui l’omicidio sarebbe “un’arte per pochi eletti”. Non la più aberrante manifestazione di disprezzo per la vita, ma un’elitaria forma d’arte!
Hitchcock costruisce un thriller psicologico dove ogni elemento in gioco ha la collocazione che merita. Anche lo spettatore. La bravura del maestro lo colloca in prima fila, come un silente e impotente testimone oculare. Lo spettatore non può fare nulla per impedire il delitto, né per contribuire ad assicurare i suoi autori alla Giustizia. Eppure sussulta, aspetta, sobbalza. Osserva la cassapanca e trattiene il fiato ogni volta che i presenti si avvicinano al disvelamento del raccapricciante segreto che nasconde. Guarda la partita a scacchi tra l’assassino stratega che sfida i commensali e l’intuito di chi ne studia le allusioni e ne intuisce il significato recondito. Lo spettatore in prima fila diviene parte integrante della scena, al pari degli assassini, della cassapanca, del cocktail servito agli ignari commensali e del cadavere cinicamente occultato sotto il loro naso.

Volevamo vedere che effetto faceva

“La realtà, a differenza della fantasia non si preoccupa di essere verosimile, perché è vera”. Lo diceva Pirandello nella prefazione di una delle sue opere più rappresentative, “Il fu Mattia Pascal”. E così la cronaca di questi giorni ci racconta dettagli cruenti che neppure il più cinico dei registi avrebbe saputo comporre in un insieme unitario. La trama abilmente costruita da Hitchcock prende vita propria e va in scena in un condominio qualunque di un quartiere qualunque di una città qualunque.
“Volevamo vedere che effetto faceva uccidere qualcuno” odora dello stesso de-costruttivismo nichilistico raccontato da Hitchcock. Dello stesso sadismo, della stessa perversione, degli stessi impulsi omicidi che la polvere bianca, nel delitto romano, ha solo liberato. Odora del narcisismo patologico di chi s’illude di poter generare nuovi “canoni morali”, di poter essere al di sopra di ogni interpretazione etica del Bene e del Male. Odora di esistenze che divengono “un non luogo” dal quale si cerca di sfuggire rifugiandosi in altri non luoghi fatti di droga, alcol, sesso estremo, esibite e rumorose solitudini.
“E forse è nel terreno dell’inconsapevolezza che affondano le radici del male” scrivevo in un recente articolo. “L’inconsapevolezza dell’umanità dell’altro. Chi vuole sfuggire alla trappola della banalità del male ha il dovere di pensare. Perché il crimine va in scena nel teatro dell’oggettivazione dell’umanità: quando l’altro diviene il bersaglio della proiezione del rimosso, dell’Ombra mai integrata, dell’ostacolo alla gratificazione narcisistica”.
Una tendenza ad oggettivare l’umano che pare essere una moda dilagante e che non esonera nessuno dalle proprie responsabilità.
Giornalisti, psichiatri, vallette in pensione, opinionisti dell’ultima ora, spettatori in prima fila. Tutti a chiedere, a ipotizzare, analizzare, contraddire, smentire se stessi, in un trambusto collettivo che si auto-alimenta. Tutti contagiati dall’ “effetto Cluedo”, intenti a cercare moventi, arma del delitto e assassini come in quell’omonimo gioco di società. Tutti in prima fila a guardare la macabra cassapanca, famelici spettatori di un orrore che ogni giorno regala nuovi elementi di conversazione. Sempre con lo stesso atteggiamento voyeuristico, che si tratti di una puntata di CSI oppure della simulazione, attraverso una bottiglia di plastica, di come un bambino possa essere stato soffocato con delle fascette da elettricista.
Lo spettatore è parte integrante del macabro “spettacolo” che va in scena;
con il suo paniere di curiosità da appagare, da cui traggono carburante gli indici d’ascolto, i costi dei passaggi pubblicitari sul piccolo schermo e quello delle riviste a sfondo noir che proliferano come funghi in edicola. Il salotto di casa diviene l’estensione di quello televisivo, a sua volta macabro megafono dei crimini più efferati. Tutti esperti in Psicologia Investigativa e Criminal Profiling. Tutti ad indignarsi per riscuotere l’applauso più scrosciante, dopo essersi passati un velo di cipria sul naso. Tutti ad argomentare moventi bizzarri o raccapriccianti teorie, come quella che vedrebbe nell’orientamento omosessuale la radice della violenza (come se il mondo non fosse pieno di criminali eterosessuali!).
La verità è che la società che si sta pericolosamente anestetizzando all’orrore è la stessa che ha partorito gli assassini, le vittime, il tritacarne mediatico e gli spettatori paganti. E questo dovrebbe indurci tutti ad una seria riflessione, prima che anche il divano di casa si trasformi in un asettico non luogo dove il pensiero si atrofizza, l’indignazione perde energia e l’umana pietas per le vittime viene mestamente relegata nei titoli di coda.

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14 pensieri su “Spettatori dell’Orrore

  1. il segreto è spegnerla o guardare qualche altro canale più interessante. Ma il problema credo non sia lo strumento, e forse neppure troppo il livello dei contenuti trasmessi, che sono decadenza pura, specialmente sui canali storici.

    Il problema è, perché la gente guarda certe schifezze? Perché ha bisogno di questi ‘macabri spettacoli? curiosità da appagare?
    La cultura “nazional-popolare” di ovvia matrice cattolica ha esorcizzato per anni l’idea di morte e di ombra, associandola a quella di male, di proibito, di “non conforme” – cose invece del tutto naturali e che vanno accettate, vissute e trattate al pari del nostro bel ‘sentimentalismo da quattro soldi. Diamo attenzione a certi programmi, così come a certe persone, perché rispecchiano le nostre paure proibite non vissute, i nostri erotismi danteschi seppelliti, la nostra creatività chiusa in un cassetto ormai da anni.

    La cultura sentimentalista della “buona condotta” ha creato un finto anestetico per le nostre pulsioni erotiche (non solo sessuali, ma soprattutto quelle artistico-creative ed intellettuali), questa cultura ha costruito muri alla nostra attrazione istintiva per lo “sconosciuto” per il “non conforme”, limitandosi ad abbellire o giustificare il nostro essere ‘altro’ con derive ‘hippy all’epoca ed oggi con ennesimi post-sentimentalismi ‘NewAge.

    Anche per questo, credo, molta gente ha sviluppato l’attenzione morbosa per il grottesco, per l’evento drammatico, per il gossip del dispiacere, per la cronaca nera in diretta 24 ore che imperversa sulle piattaforme mediatiche. Aggiungerei anche i ‘reality’ e i ‘talent show’ a questa lista, ma qui si apre un altro capitolo. Amen

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    • Concordo sul fatto che l’atteggiamento voyeuristico e morboso riservato a un certo tipo di contenuti, possa (almeno parzialmente) trarre linfa da un informe rudimentale che è dentro di noi. Che poi lo si voglia chiamare “paura proibita non vissuta”, “erotismo dantesco seppellito”, Ombra nell’accezione Junghiana del termine, non credo faccia molta differenza. Non penso invece che abbia molto a che fare con la creatività che, all’opposto, è proprio un processo di liberazione delle energie e delle risorse individuali dai legacci di un’educazione conformista (frutto della “cultura “nazional-popolare” di ovvia matrice cattolica” o di quella “sentimentalista della “buona condotta”!). Quando la creatività è bloccata e l’impulso creativo rimosso, insegnava Jung, nell’individuo si genera sofferenza interiore, che ha poco a che vedere la “decadenza” di cui stiamo parlando. Sui reality’ e sui ‘talent show’ siamo in due a stendere un velo pietoso! Grazie mille Danilo per l’occasione di confronto!

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  2. Buonasera Dottoressa, l’articolo per come ci ha abituati è molto interessante , il tema complesso ma ben intelleggibile, arricchito con dotti riferimenti. Eppure stavolta non cliccherò “mi piace” per evitare confusione che non sia l’articolo a piacermi ma l’argomento. Sin dalle prime righe l’ho messo in relazione con il precedente da lei citato che non ho commentato per non essere follower troppo assiduo…. Scrivo ora quello che avrei voluto dire allora.
    Il primo argomento che mi colpisce è la violenza immotivata. Posso capire, pur non approvando, un gesto conseguente ad un grave torto, ad un interesse contrastante, ma questo comportamento non solo è semplicemente inumano ma credo che neppure nel modo animale esista. Oserei dire sia diabolico. Ho sempre criticato chi, per impossessarsene, ruba un bene pubblico ma arrivo a detestare chi il bene lo distrugge per vandalismo: non ricava nessuna utilità pratica e ne priva per sempre il prossimo. Si pensi al classico esempio della panchina di un parco pubblico. e qui si parla non di una panchina ma di una vita umana con il suo bagaglio di affetti e sentimenti. Una mia amica sua collega m’ha parlato di Rogers, di accettazione incondizionata, rispetto e recuperabilità anche per il peggior criminale. Mi spiace, non ci credo..
    Il secondo argomento è la scelta delle notizie da diffondere e la modalità con cui lo sono. Si coltiva una morbosità nauseante. Si provi, a titolo d’esempio ad aprire il portale libero.it, sul quale purtroppo ho un’indirizzo di posta elettronica, un esempio calzante. E’ la stessa morbosità che ritrovo nelle donnine del mio paesello. Quando un vicino ha l’ambulanza sotto casa rimangono in finestra o fanno capannello ed invece di manifestare compassione sembrano bearsi che non sia toccato a loro.
    Non mi stupisce che certa stampa trovi terreno fertile per il suo putridume.
    Mi accorgo di una certa prolissità, me ne scuso.

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    • Come ho cercato di sostenere in “La Banalità del male”, dietro un comportamento delittuoso o a maggior ragione dietro lo sviluppo di una carriera criminale persistente e violenta, è inevitabile rintracciare una complessa e fitta trama di fattori genetici, neuropsicologici, familiari, relazionali e sociali. Ed è solo attraverso il disvelamento di questa complessità che è possibile pensare a interventi volti alla prevenzione di tale fenomeno e al recupero dei soggetti autori di crimini. Sebbene, vista la complessità di alcuni quadri sociopatici (o psicopatici), in cui non di rado è possibile rintracciare comorbilità con altri disturbi dello spettro borderline (narcisistico in primis!), anche io non sarei tanto fiduciosa sulla possibilità di “recupero anche del peggior criminale”.
      La seconda questione che ha sollevato invece, in merito alle “donnine del suo paesello” mi ha fatto venire in mente un post di qualche settimana fa; le lascio il link alla mia pagina per visualizzarlo. Un caro saluto josephpastore ! https://www.facebook.com/270263739809524/photos/pb.270263739809524.-2207520000.1457968153./547098978792664/?type=3&theater
      Ps. La prolissità, quando è intelligente e ben articolata, non è mai qualcosa di cui ci si debba scusare!

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  3. Concordo su tutto, cara, (compresa la citazione del genio Hithckockiano che denuncia la dimensione omicida dello sguardo nel lungo piano sequenza ad unica angolazione)…l’unica cosa che che escluderei dall’orizzonte come riferimenti sono le indicazioni relative a Nietzsche e a Lacàn…La corda tesa tra la scimmia e il superuomo, il precario funambolo di Nietzsche non ha nulla a che vedere con l’osceno nulla dei due coglioni omicidi…né l’assenza di juissance lacaniana può alludere in alcun modo al pensiero trucido di questi borghesi che, invece, sono figli di quella gioventù omologata di cui Pasolini disegnava il soma e il mind nella sua “abiura della trilogia della vita”. Questi assassini sono figli del basso impero occidentale con i media che li riflettono e gli sguardi “assassini” che ne derivano…Forse , se proprio vogliamo trovare un’origine “colta” arretrerei ai “disperati occhi azzurri” del Marchese De Sade che seppero “vedere” l’amorale congiunzione , l’anello di raccordo tra l’avveniente società borghese e il tramonto tetro dell’aristocrazia ne “Le 120 giornate di Sodoma” (Comje non ricordare che quest’opera ispirò il duro addio-testamento dello stesso Pasolini affidato al suo “Salò o le 1220 giornate di Sodoma”…Grazie dell’ospitalità. Un caro saluto.

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    • Ciao Franz! Provo a esplicitare il perché abbia deciso di inserire “all’orizzonte” Nietzsche e Lacan! Per quanto riguarda il primo, credo che per certi versi abbia anticipato la teoria pulsionale freudiana, alla quale ha affiancato le sue considerazioni rispetto all’impossibilità di annullare gli istinti con la sola forza della coscienza e della morale (e da qui i miei successivi riferimenti al nichilismo!). La psicoanalisi freudiana, a sua volta, partendo dall’idea di una sessualità polimorfa nel bambino (il “soggetto perverso polimorfo”), ha inteso rintracciare il perverso nella nevrosi, (attraverso i punti di fissazione pregenitale della libido): secondo Freud il perverso realizza nient’altro che ciò che il nevrotico può solo fantasticare. Lacan, invece, non si limita a considerare la perversione come un tratto della nevrosi, ma la analizza in quanto struttura: il pensiero lacaniano mira cioè a determinare le caratteristiche del desiderio perverso, in particolare di quello sadico. Nel suo saggio, “Kant con Sade” (non so se lo conosci), lo psicoanalista francese finisce per ribaltare la massima kantiana della Critica della Ragion pratica e mettendola in parallelo con quella sadiana, spiega la nozione in esame con queste parole: “Ho il diritto di godere del tuo corpo, può’ dirmi chiunque, e questo diritto lo esercitero’, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni ch’io possa avere il gusto di appagare”. Come vedi anche al Marchese De Sade gli sono stati riconosciuti i meriti che hai giustamente evidenziato! 😉 Grazie mille Franz per le tue acute e (come sempre) interessanti considerazioni!

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      • Prendo atto della tua risposta che mi conferma come tu gestisca con cura le tue fonti…Quello che io metto in dubbio è la connessione tra teoria della perversione e atto della perversione, connessione che tutt’è tranne che causale…è un discorso assai delicato e non risolvibile in queste brevi note…Il perverso truce non è spiegabile solo con le pulsioni deviate della libido, il nulla di cui si nutre affonda nell’abisso del male, un’area attinente alla zona delle ombre irrisolte della coscienza: i cattolici la chiamano “diavolo” , un archetipo potente sostitutivo dell’umano che in quanto tale può agire senza alcun limite…Robert louis Stevens docet…e forse, Jung. Ma ripeto, sono solo riflessioni provvisorie bisognose di veri accurati approfondimenti. A presto, cara.

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      • Non ho mai pensato tu l’avessi fatta, infatti…proseguivo con vero piacere la riflessione che si è innescata tra noi…il tema del male resta quasi sempre sullo sfondo del pensiero (tranne i casi che noi citiamo)…Scrutarvi dentro è davvero difficile.

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  4. Non condanno gli strascichi mediatici, peggio sarebbe se non ci fossero, servono al pubblico a prendere coscienza della gravità dei delitti e ad interrogarsi su cosa fare dopo.
    E’ il dopo che non previene, che finisce in chiacchiera.
    Ascolto da anni l’esposizione dei crimini, della corruzione, degli errori della nostra società e concludo che, dopo tanto parlare, nulla si fa per porvi rimedio.
    Continua la decadenza della civiltà occidentale e penso che la democrazia (darwinianamente già spacciata) sia un fattore ulteriore di debolezza, non in grado di impedirla, al contrario, la accelera.
    E’ pronta per essere sostituita da quella emergente islamica, primitiva ma forte, che sa riprodursi, punire senza tante toghe e parrucche, in grado di indurre vera paura in chi si prepara al crimine.
    Siamo in fase di estinzione, sterili. Ancora pochi decenni e sarà la Sharià a dare le risposte a questi crimini, che non avrebbero neanche avuto terreno per formarsi.
    Le costituzioni, le “carte dei diritti”, tomi e faldoni dei giudici nei palazzi di giustizia, arderanno nelle piazze per settimane.

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    • Condivido il fatto che sarebbe assai più produttivo se l’informazione mediatica, in merito ai fenomeni violenti e delittuosi, mirasse a fare il proprio dovere, ovvero quello di (in)formare, promuovere la sana riflessione finalizzata alla prevenzione, senza cedere alla tentazione di scivolare nel vacuo gossip. Invece la cronaca nera sempre più spesso si traveste da macabro reality, senza rinunciare neppure ai risvolti e ai dettagli più cruenti. Grazie per il commento!

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