La Banalità del Male

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Basta parlare di “raptus”! Basta usare la collaudata espressione “disturbo mentale” per giustificare stupri, abusi, aggressioni e crimini efferati! Non tutti i criminali sono dei malati e sostenere il contrario serve solo ad offrire su un piatto d’argento una giustificazione credibile alla più incredibile delle violenze, oltre ad alimentare la dilagante disinformazione. Sempre più spesso si ricorre a giustificazioni psicopatologiche solo per ottenere riduzioni di pena nelle aule processuali e per sminuire sia la gravità del fatto che la colpa dell’autore; al contempo si investe sempre meno nelle misure preventive, mentre servirebbe un impegno culturale, politico e civile che contrastasse in modo serio e continuativo i dilaganti fenomeni violenti.
La società contemporanea avrebbe bisogno di validi modelli, di adulti di riferimento responsabili, di professionisti preparati a raccogliere il grido di allarme di un cancro sociale sempre più diffuso e trasversale e a contenerlo con efficaci azioni di prevenzione. La verità invece è che viviamo in una società impotente, che affoga nell’inconsistenza dell’inconsapevolezza e per certi versi anestetizzata dall’orrore.
A colazione, pranzo e cena vengono servite trasmissioni televisive che sviscerano i delitti più efferati nei loro dettagli più cruenti, con plastici che ricostruiscono la scena del crimine, videoriprese dei maltrattamenti subiti da anziani, bambini e disabili da parte di operatori preposti a prendersi cura di loro, sedicenti o veri assassini che in prima serata simulano lo strangolamento di una ragazzina e l’occultamento del suo corpo in un pozzo, esperti che spiegano la natura delle ecchimosi successive al soffocamento di un bambino dopo il ritrovamento del suo corpicino inanime in un canalone. Tutti contagiati dall'”effetto Cluedo”, intenti a cercare moventi, arma del delitto e assassini come in quel vecchio gioco di società che i miei coetanei ricorderanno bene. Giornalisti pronti ad intervistare il vicino di casa, il panettiere e la maestra delle elementari del presunto colpevole. E tutti a domandarsi come possa accadere che in un giorno di ordinaria follia, come in quel vecchio film con Michael Douglas, l’amorevole mamma, il premuroso padre di famiglia, l’accudente cugina, il devoto marito possano trasformarsi nei terribili mostri delle fiabe.
E così ogni volta che viene scritta una nuova drammatica pagina di cronaca nera viene chiamata in causa una patologia psichiatrica particolarmente in voga che avrebbe spinto l’aguzzino al raptus violento. Perché un secolo e mezzo di psicoanalisi e psichiatria non sono stati sufficienti a decodificare i labirinti della mente umana. E per molti è ancora troppo angosciante accettare l’evidenza che “nessuno è normale” come insegnava il buon vecchio Basaglia, che non è possibile relegare tutto ciò che è inspiegabile nel rassicurante Libro della Follia, che non è possibile confinare sotto rassicuranti etichette diagnostiche ciò che non riusciamo a comprendere. Ma è più conveniente convincersi che il seme del male cresca altrove, in qualche luogo sperduto, piuttosto che accettare che possa albergare ovunque. Anche a un passo da noi.

La Psicologia del Male

Era l’estate del 1971 quando fu realizzato uno degli esperimenti sociali più controversi e destinati a scrivere un nuovo capitolo della Psicologia contemporanea. Nel seminterrato dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto, fu ricostruito un carcere e ai volontari che decisero di sottoporsi alla simulazione (24 maschi selezionati tra i 75 studenti universitari che vi si candidarono) vennero del tutto casualmente assegnati i ruoli di guardia o detenuto. Lo scopo dell’esperimento era quello di indagare il comportamento di persone qualunque, in un ambiente definito solo ed esclusivamente sulla base del gruppo di appartenenza.
P. Zimbardo, ideatore dell’esperimento e allora Professore di Psicologia alla Stanford University, fu costretto a interrompere la ricerca molto prima del previsto perché coloro che giocavano il ruolo di detenuti mostravano chiari ed evidenti segnali di sofferenza psichica e chi impersonava le guardie, già al secondo giorno, attuava nei confronti dell’altro gruppo comportamenti chiaramente improntati al sadismo, all’umiliazione, all’intimidazione e alla violenza fisica e verbale. Era come se questi ultimi avessero interiorizzato le regole insite alla situazione carceraria e non fossero in grado di percepire la gravità delle proprie azioni, né di assumersi la responsabilità delle loro conseguenze. Tale esperimento, dalle inaspettate implicazioni sociali, indusse Zimbardo e gli altri sperimentatori a mettere sotto la lente d’ingrandimento i fattori situazionali alla base dei processi di “deumanizzazione” di chi compie il male; ovvero di chi attui “in maniera intenzionale un comportamento che danneggi, oltraggi, umili, deumanizzi o distrugga una o più persone innocenti”, come scrive lo stesso Zimbardo quasi quarant’anni dopo nella prefazione al saggio di P. Bocchiaro, “Psicologia del male” (2009).
Bocchiaro, in questo saggio molto più recente, sostiene che pensare che le azioni crudeli siano solo l’esito della personalità o del patrimonio genetico di chi le compie, serve nient’altro che ad alleggerire la società dalla responsabilità di aver creato i presupposti all’attuazione del male. “In Psicologia del male metto in discussione proprio questa tesi, sostituendola con una visione in cui chiunque, in determinate circostanze, può infierire contro un altro uomo” risponde Bocchiaro ad Alessandro Lombardo nel corso di un’intervista che ho letto di recente su Altrapsicologia. “Sembra che quando noi esseri umani ci ritroviamo in contesti insoliti ed estremi diventiamo particolarmente vulnerabili al potere delle forze presenti nella situazione, al punto che tali forze prendono il sopravvento orientandoci verso condotte di segno negativo, inimmaginabili sulla base delle abituali caratteristiche di personalità. In questa spiegazione non si nasconde nessun intento giustificazionista o assolutorio: sapere che siamo tutti esposti al potere della situazione dovrebbe renderci più vigili nei confronti delle varie forze psicosociali che nostro malgrado ci investono, e accrescere, come conseguenza, le probabilità di contrastarle”. Consapevoli però del fatto che “all’interno di ciascun individuo esiste un potenziale di crudeltà – in qualche caso anche abbondante – che aspetta di emergere non appena si presenta l’occasione giusta”.

La Deumanizzazione dell’Altro

Cosa possa configurarsi per ciascuno di noi come “occasione giusta” è un interrogativo critico e inquietante. In molti hanno provato ad interrogarsi sul perché “individui apparentemente normali”, in particolari condizioni, possano diventare dei sadici aguzzini. Lo aveva fatto anche la filosofa e giornalista tedesca H. Arendt in “La banalità del male” dove resocontava sotto forma di diario le sedute del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, sostenendo che sarebbe stato un errore condannarlo senza prima riflettere sulla sua sconcertante inconsapevolezza.
E forse è davvero nel terreno dell’inconsapevolezza che affondano le radici del male. L’inconsapevolezza dell’umanità dell’altro. Viviamo immersi in un clima culturale dominato dall’intolleranza e dalla prevaricazione, che non riconosce alle persone la loro umanità. Chi vuole sfuggire alla trappola della banalità del male ha il dovere di pensare. Perché il crimine va in scena nel teatro dell’oggettivazione dell’umanità: quando l’altro diviene il bersaglio della proiezione del rimosso, dell’Ombra mai integrata, dell’ostacolo alla gratificazione narcisistica. “Nella formazione di un individuo – afferma il noto psichiatra Paolo Crepet – contano i comportamenti dei genitori, conta la famiglia, conta il ruolo svolto dalla società’, soprattutto della micro-società in cui ci si sviluppa e si cresce. Tutto questo ha un peso dietro un atto omicida. Il raptus non esiste ed è un alibi per non guardare a queste che sono tra le vere cause”.
Bisognerebbe comprendere che l’esplosione di violenza apparentemente improvvisa affonda sempre le sue radici in una fitta e complessa trama di ragioni soggettive, relazionali e sociali costruita nel tempo. Una trama psichica, relazionale e sociale, però, che non necessariamente si inscrive in una rassicurante e deresponsabilizzante etichetta diagnostica!

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13 pensieri su “La Banalità del Male

  1. Bellissima dissertazione sulle radici del male, inteso come violenza perpetrata al simile. Interessante punto quello dell’inconsapevolezza dell’umanità dell’altro. Sembra impossibile, eppure è la chiave per comprendere come siano potuti avvenire sia i genocidi storici, sia gli accessi di furia omicida sull’altro. Ma come è possibile arrivare disconoscere l’umanità altrui? E’ la domanda che sorge dall’affermazione di chiusura dell’articolo, ed è la domanda che ci si pone ogni volta che una violenza domestica o planetaria colpisce la nostra attenzione, e ci rassicuriamo con la frase “a noi mai”.

    Seguo da poco il tuo blog. Grazie, fai riflettere

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    • Mentre leggo il suo commento, al tg5, Vittorino Andreoli, intervistato sulla personalità di Gabriele De Filippis risponde che (parafrasando), “non siamo di fronte alla schizofrenia, ad una psicosi, ad una depressione. E’ un amorale, non un immorale.E’ un narciso, un ragazzo senza identità, per questo può rivestirne molte. Per questo non è in grado di riconoscere quella dell’altro (deumanizzazione). E’ UNO NESSUNO E CENTOMILA”. La risposta del noto psichiatra mi solleva dall’onere di aggiungere altro 😉 Grazie mille per il suo commento e per la piacevole occasione di confronto. Le auguro buona serata!

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  2. Articolo che fa riflettere molto, perchè ci pone tutti sotto un ipotetico, malaugurato riflettore.
    Forse a volte non bastano nemmeno esempi e insegnamenti, se la micro società che i ragazzi trovano fuori di casa li deride, magari per un difetto fisico, oppure li sottopone per anni ad atti di bullismo che vengono subìti in silenzio e che, acquattati nel sacco, un giorno potrebbero portare a gesti violenti.
    Come evitare ipotetiche disgrazie? Come proteggere noi ed i nostri figli, in un mondo che ha perso i suoi valori più sani?
    A mio modestissimo avviso anche i più piccoli disagi adolescenziali meriterebbero di essere monitorati, oltre che dalla famiglia, anche da personale specializzato.
    Buona notte, dottoressa.

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    • Purtroppo “quei ragazzi che deridono” sono figli di quella stessa “micro società che (altri) ragazzi trovano fuori e che li deride”! Ho la triste impressione che i sistemi preventivi nel nostro Paese trovino spazio solo negli spot a cura del Ministero di vattellappesca, tra un programma di cronaca nera e l’altro. Appena conseguita la Laurea, entusiasta e motivata, presentai in moltissime scuole primarie sul territorio Progetti per la sensibilizzazione dei bambini sul tema delle regole e della legalità o per la promozione delle competenze emotive, mattone fondamentale per la prevenzione del disturbo oppositivo-provocatorio e, in epoche immediatamente successive, dei disturbi della condotta prima e di quelli antisociali poi. Collezionai dai Dirigenti un lungo elenco di rifiuti, motivati non dall’inconsistenza del progetto, nè dalla convinzione che in quell’Istituo non vi fosse la necessità della sua attuazione, ma solo dal fatto che i fondi a loro disposizione (scarsissimi) dovevano privilegiare (per indicazioni provenienti da un non meglio identificato signor “Dall’Alto”!) proposte progettuali finalizzate all’approfondimento di Lingue straniere o di Informatica. Come dire? “È preferibile caro futuro cittadino che tu, a sette anni, conosca il pacchetto Microsoft piuttosto che sappia come impedire alla tua rabbia di divenire distruttiva”. Ps. Per la buonanotte sono fuori tempo massimo! Le auguro buon pranzo: spero valga lo stesso 😉

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  3. Pingback: La Banalità del Male | eugenetics

  4. Ho letto dell’esperimento su qualche libro o su “Psicologia Contemporanea”, della quale possiedo i numeri fino all’anno 2000.
    Concordo su tutto l’articolo e l’ho collegato al mio blog.
    L’educazione sin dall’infanzia è essenziale per prevenire questi comportamenti e sono convinto che i casi più gravi di crudeltà siano legati alla mancanza di sensibilizzazione ai bisogni dell’altro, a partire dall’infanzia, sul riconoscersi nell’altro, ma potrebbe non bastare, se ci si odia.
    Per alcuni criminali, anche insospettabili persone “normali” ma “delinquenti dentro” come certi dirigenti che, per i ricavi aziendali, considerano oggetti i dipendenti, trascurando la sicurezza sul lavoro (Bophal, ThyssenKrupp, amianto, anilina, miniere, radiazioni, migliaia di casi di stragi, di devastanti malattie professionali) c’è un facile scarico di responsabilità, facendo di tutto per negare i risarcimenti
    C’è da disperare per la giustizia, non si riescono a condannare adeguatamente i criminali, gli assassini: interviene sempre un qualche sconto di pena, un indulto, un’amnestia, che li rimette in circolo.
    Questa democrazia non funziona, ha fallito, non c’è modo di cambiarla; la costituzione è una trappola.
    E’ da preferire una società autoritaria, che faccia maggiormente rispettare regole e leggi con dure punizioni per chi manca.
    Un caso per tutti: Angelo Izzo, condannato all’ergastolo per il delitto del Circeo, fu liberato nel 2004 e compì altri due terribili omicidi, ho letto tutta la vicenda, anche il terzo è stato liberato, il primo è morto di suo, dopo essere fuggito.
    E’ da riformare la costituzione, troppo idealistica, utopistica, come del resto quella sui diritti dell’uomo; praticamente carta straccia, violata in continuazione, in tutto il mondo, assolutamente irrealizzabile.
    I codici giudiziari sono cresciuti abnormemente, con chilometri cubici di cartacce, dove qualsiasi cavillo trova appiglio.
    La classe giudiziaria è una casta, una lobby, una mafia che difende i propri interessi e fa politica, ma la cosa più grave è che l’eccesso di studio può rimbambire. Non sbagliò Berlusconi a definirli dei pazzi, che hanno perso il senso della realtà e della misura.
    Una vita deve valere una vita: se mi hai messo su una carrozzella, devi andare dentro a vita, lavorando duramente per risarcirmi e pagare le cure.
    La legge del taglione è più giusta di codici astrusi e inefficaci, cresciuti per millenni.
    La sofferenza del criminale è di consolazione per la vittima, serve ad alleviare la sua e vale come prevenzione per altri che intendano delinquere.
    Vendetta tremenda vendetta. La voglio.
    Alle ortiche il perdono, soprattutto quello religioso.
    Quasi impuniti i cosiddetti “delitti colposi” che causano gravissimi danni alle vittime, mentre i responsabili, solo per il fatto che “non avevano l’intenzione di farlo” se la cavano con poco o niente, mentre le vittime soffrono a vita per la morte dei loro cari o per invalidità spesso gravissime.
    I risarcimenti, quando arrivano, sono miserevoli; se poi il responsabile non ha soldi non ci sono neanche quelli, ma in tal caso il colpevole deve essere carcerato per pagare il danni col lavoro forzato, anche a vita.
    Se queste regole inflessibili fossero applicate i crimini crollerebbero di colpo, se non altro perchè i criminali vengono tolti di mezzo
    L’educazione può fare molto ma alcuni individui sembrano avere geni programmati per la crudeltà. Ogni intervento educativo per sensibilizzarli sembra inefficace.
    Ci sono dei test che possano individuarli e bloccarli?
    Forse non servono. Ai primi tentativi di violenza, che si manifestano già sui banchi di scuola, bisogna intervenire subito, affidandoli a comunità speciali, prima che causino altri danni.
    Non credo nella cattiveria, nella morale, invenzioni umane.
    Veniamo da una selezione naturale che ha reso vincenti proprio i più violenti e crudeli, ciò vale per gli animali ma per l’uomo, animale anch’esso, soltanto spulciato e vestito, che ha deciso di vivere in comunità, l’educazione può fare molto ma deve essere più risoluta e severa.
    Oggi si c’è il perdonismo più scellerato, terreno fertile per la società autoritaria prossima ventura. La democrazia ha fallito, da troppi anni; bisogna cambiare al più presto.

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