La Dodicesima Stanza

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Confesso di rientrare nella categoria di quelli che durante la settimana del Festival di Sanremo preferiscono guardare per l’ennesima volta la replica di qualche vecchio film sulle reti concorrenti. Ammetto altrettanto candidamente, che come la gran parte di quelli che “iosanremononloguardo”, per eludere il rischio di sentirmi un pesce fuor d’acqua per i giorni successivi, durante gli stacchi pubblicitari cedo alla tentazione di sbirciare su quanto accade sul palco più famoso d’Italia. La valletta straniera, i fiori, le showgirl attempate in prima fila: per la prima serata tutto secondo le previsioni; quest’anno di nuovo di zecca c’erano solo gli zigomi di Gabriel Garko, insufficienti a farmi convertire in una fan del Festival della Canzone italiana. Nel corso della seconda serata, invece, mentre con un frenetico zapping, cercavo un’alternativa nel palinsesto televisivo che fosse all’altezza di “The Departed” (che mi ha tenuto compagnia la sera del debutto), ho avuto la fortuna di imbattermi nell’esibizione di Ezio Bosso, che scopro solo oggi su Wikipedia essere musicista e compositore italiano, più noto all’estero, come purtroppo spesso accade per i grandi, che nel nostro Paese. E il pagamento del canone ha acquisito improvvisamente un sonoro, è proprio il caso di dirlo, perché! Su un palcoscenico saturo di paillettes, silicone e luoghi comuni e ammorbato con rime cuore-amore, è stato lui ad incantare il pubblico e a monopolizzare l’attenzione degli spettatori. E, ammetto, anche la mia. Un artista che ha eletto Beethoven a padre artistico perché gli ha “insegnato ad essere un uomo libero”. Un musicista che preferisce definirsi poco “perché le definizioni distraggono”. Uno che “fa la musica in cui crede. Perché la musica ci insegna la cosa più importante: ad ascoltare”. Un uomo che, questa mattina, in calce ad un tweet del blog satirico Spinoza che recitava “trovo davvero commovente come anche una persona con una grave disabilità fisica possa avere una pettinatura da coglione”, ha ingegnosamente ribattuto “quello perché provo a pettinarmi da solo”!
Ezio Bosso ha portato sul palco dell’Ariston se stesso, la sua bravura, la sua musica e la sua malattia. Senza fronzoli, maschere e obsolete frasi di circostanza. Ha aperto la porta della sua “dodicesima stanza”, come titola il suo primo album da solista. Quella stanza in cui la vita lo ha suo malgrado chiuso dentro, “troppo grande perché il mio corpo potesse percorrerla tutta, ma troppo piccola per contenermi”. Quella stanza in cui ci si ritrova costretti quando le condizioni avverse prendono il sopravvento sulle possibilità agognate, il fato sul libero arbitrio, il buio sulla luce. Eppure Bosso racconta di come sia riuscito ad immaginare il panorama oltre le grate, di come abbia reciso le catene e costruito uscite di emergenza. Di come sia riuscito ad “evaporare” non permettendo alla sua malattia di definire la sua identità, relegando la disabilità ad una mera “questione estetica”. Perché “noi esseri umani siamo bellissimi, ma spesso, chissà perché, tendiamo a dimenticarcene”. Così come tendiamo a dimenticare che “non esistono storie brutte, ma solo tristi, o allegre. E che dobbiamo avere paura solo delle storie noiose”. E la sua “storia al buio”, come lui l’ha definita in una vecchia intervista, da quel palco intriso di melodie stantie e copioni ingialliti, è divenuta un esempio di stra(ordinaria) bellezza. Senza fronzoli, maschere e obsolete frasi di circostanza. Il racconto di come si possa sfuggire alle definizioni, di come si possa scegliere di non sentirsi malato solo perché si ha una malattia, di come si possa consentire alla malattia di scandire i nuovi ritmi di vita ma non di scalfire i propri sogni. La storia di come si possa trovare l’incoscienza e il coraggio di entrare nella dodicesima stanza, denudandosi di tutte le conquiste e i traguardi di un’esistenza. Senza fronzoli, maschere e obsolete frasi di circostanza. “Ho disimparato tutto, a parlare, camminare, a suonare. E poi ho imparato tutto di nuovo. È come se fossi rinato. (…) Ho scoperto una nuova vita, senza più filtri: li ho tolti, sporcavano troppo”.
Una stanza che a tanti fa paura, perché anche chi ti ama, non trova il coraggio di entrare. E la solitudine rischia di diventare davvero rumorosa. Perché il dolore degli altri ci fa paura tanto quando ci ricorda il nostro, tanto quando siamo sprovvisti di coordinate utili a contenerlo; perché, in fondo, gli altri sono sempre lo specchio di ciò che non accettiamo di essere o di ciò che temiamo di diventare. “La paura esiste, inutile negarlo. E il coraggio ha le stesse caratteristiche dell’amore: riconosce la paura e va oltre. La paura che provi non la picchi, ma la tieni, le prendi le misure. E dici: sì, io vado”. Prendere le misure alla paura, anche quando si è sprovvisti di strumenti di precisione. Bisognerebbe annotarlo tra le cose importanti da fare! “Non sapevo come affrontare la patologia e l’alieno nel cervello insieme: era un po’ troppo. Il mio timore più grande era non essere più autosufficiente. Ma succedono anche cose buffe: torni a essere una specie di neonato e la gente ti parla nei modi più strani. Uno grida e tu vorresti dire: guarda che non sono sordo. L’altro ti parla solo coi verbi all’infinito: andare, mangiare, l’altro ancora come se fossi un bebè”. La verità è che la disabilità, anche quando la si indossa con disinvoltura, spesso assume la forma di un alieno anche per chi la osserva: per chi la teme, per chi non la conosce e per chi non intende imparare ciò che può insegnargli. La dodicesima stanza è il lupo cattivo delle fiabe, il fantasma nel buio, il mostro in soffitta. Bosso ci è entrato nel 2011 quando la Sla ha incrociato la sua esistenza, dopo decenni di successi e riconoscimenti sconosciuti ai più, dopo aver firmato numerose colonne sonore dei film del Premio Oscar Salvatores, dopo aver collezionato plausi ed elogi in mezzo mondo. E sebbene il fatto che solo ieri sia stato invitato all’ Ariston odori di riuscita operazione commerciale, le emozioni che è riuscito veicolare con la libertà del suo pensiero e con la maestria della sua musica, ce lo hanno fatto dimenticare. Standing ovation, Maestro! Grazie per averci ricordato in una serata come tante che “perdere i pregiudizi, le paure, perdere il dolore ci avvicina”.
E che, anche dopo essersi persi, è sempre possibile “ricominciarsi”!

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3 pensieri su “La Dodicesima Stanza

  1. Pingback: La Dodicesima Stanza | Il Blog di Tino Soudaz 2.0 ( un pochino)

  2. Pur nella consapevolezza che l’aspetto pubblico è diverso da quello privato, colpisce che alcuni reagiscano con positività alle contrarietà quasi voltandole a loro favore ed altri invece ci si perdano dentro. Dai primi sarebbe meraviglioso estrarre una medicina, un codice comportamentale o entrambi da somministrare agli altri. Oltre al musicista in specie penso al pilota Zanardi. Grazie a lei per questo articolo ed a loro per l’esempio anche se difficile da seguire.

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    • Come non condividere le sue riflessioni!? Io ho solo provato a tradurre in parole le emozioni che l’esibizione di Bosso mi ha suscitato, L’unico ringraziamento va a chi, come lui, con la propria resilienza, dimostra che è sempre possibile riorganizzare la propria esistenza. Anche dopo il più devastante e inaspettato dei cicloni. Grazie mille per il commento!

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