Babadook. Le radici psicologiche del Terrore

Correva l’anno 1919 quando veniva pubblicato un saggio dal nome suggestivo ed eloquente, “Il perturbante”: in esso, Sigmund Freud, spiegava che la radice delle proprie ansie e dei propri terrori risiede nel riaffiorare, sotto varie forme, di traumi che abbiamo cercato in tutti i modi di cancellare.
“Babadook”, pellicola prodotta in Australia nel 2014 e presentata quest’anno al pubblico italiano, è l’opera prima della regista esordiente Jennifer Kent. Sin dai primi fotogrammi vengono gradualmente gettate le basi di tutti quegli elementi che concorreranno a denudare e disintegrare i meccanismi difensivi dei protagonisti, fino a metterne in luce il trauma che ha sconvolto le loro esistenze. I magistrali giochi di luci e di ombre mescolano sapientemente allucinazioni e percezioni mentre il sonoro irrompe abilmente nel silenzio della quotidianità, scardinandone ritmi e certezze. Le illustrazioni del libro rosso e la fotografia rievocano invece le atmosfere vintage delle indimenticabili pellicole in bianco e nero. La confezione surreale e rarefatta dell’ambientazione contrasta con il tumulto interiore dei suoi protagonisti e accompagna lo spettatore nei sentieri nell’indicibile.

Lutto e Negazione: le radici psicologiche del Terrore

Nella pellicola della Kent, la trama si assoggetta a mero pretesto per esplorare i meandri più oscuri della psiche e il genere horror viene abilmente asservito alla personificazione di un mostro che di fatto alberga solo nella mente dei protagonisti. Mr Babadook, emerso dai fotogrammi stilizzati di un libro di fiabe per bambini, serve a tradurre in mostruosità reale, l’inquietudine irrazionale che domina la loro psiche. Il mostro, che si presenta nel suo abito nero e sfoggia un improbabile cappello a cilindro, non è l’antagonista reale delle classiche pellicole horror, ma rappresenta l’incarnazione di una compromessa condizione psicologica, in cui l’atrofizzazione dei sentimenti impedisce di entrare in contatto con la propria sofferenza, tanto terrificante e temibile, quanto dolorosa da tollerare. Mr Babadook, “l’uomo nero” che alberga nell’immaginario infantile, incarna il rifiuto di accogliere la propria oscurità, esplorandone i meandri e accettandone l’esistenza. Il mostro, in questa pellicola, diviene metafora di quel concentrato di dolore, di solitudine, di frustrazione che alberga in Amelia dal giorno della morte del marito, avvenuta sei anni prima a causa di un incidente stradale occorso mentre la stava accompagnando in ospedale per partorire. La mancata elaborazione di quel lutto improvviso, costellata dalle insidie della negazione e dal rifiuto dell’accettazione, catapulta la donna in un articolato e angosciante imbuto psicologico, la cui unica via di uscita risiede nella decisione di confrontarsi con il mostro. Il superamento del dolore per la perdita dell’uomo amato non potrà realizzarsi se non attraverso l’esplorazione di quella sofferenza che possa permetterle di incatenarlo per impedirgli di sopraffarla, trasformandosi in cupa ossessione. Il carattere ossessivo del dolore ostinatamente negato, viene reso in modo magistrale dalle atmosfere claustrofobiche e dalla colonna sonora che fanno da sfondo a tutta la vicenda.

Il Perturbante

La pellicola di Jennifer Kent, non solo si dipana sugli elementi cardine delle più accreditate teorie dinamiche dello sviluppo infantile (soprattutto le teorizzazioni di matrice Kleiniana sul seno buono e seno cattivo) mettendo in scena quei fantasmi che, come scriveva la Fraiberg, “aleggiano nella stanza del bambino”, ma esplora gli effetti catastrofici a livello intrapsichico e interpersonale della mancata elaborazione del lutto. Descrive le crepe di un amore materno ingabbiato dalla scissione di un dolore non elaborato e dalla proiezione all’esterno dell’aggressività che ne deriva (come accade in tutte le forme di paranoia, in cui ci si sente perseguitati da un “altro” percepito come pericoloso a seguito della proiezione della propria aggressività all’esterno). La diade madre – bambino viene vivisezionata nei meandri più oscuri, fino a portare alla luce le ragioni più profonde che impediscono ad Amelia di accettare l’alterità del figlio e quelle che spingono Sam (che, nell’accezione di Racamier, incarna il figlio para-lutto) a proteggere la madre dal suo stesso mondo psichico. Lotte impari quelle combattute da entrambi. Il non detto erompe nel delirio e nell’allucinatorio, come accade quando l’area traumatica è sollecitata al limite della capacità psichica di fronteggiarla, travolgendo e frantumando la soffocante simbiosi della diade. Babadook incarna il perturbante, “quell’elemento rimosso ma che ci era da sempre familiare”, il delirio, la patologia; esso irrompe come terzo elemento in una diade che dalla morte del padre aveva chiuso i ponti con il mondo  esterno e sfida gli equilibri precari su cui madre e figlio avevano intessuto la trama del loro simbiotico rapporto. “L’uomo nero”, il mostro, diviene il terzo che fa vacillare quel baricentro precario, stravolgendone gli equilibri disfunzionali e sostituendo l’angoscia mortifera con un processo di maturazione psicologica.
Nel finale a Babadook verrà riservato un luogo della casa in cui soggiornare ed essere nutrito, conclusione che appare un allegorico invito ad accettare la presenza del mostro interiore per poterlo sconfiggere. E’ avviando il doloroso processo di accettazione della perdita, che è possibile relegare “l’uomo nero” nel seminterrato della propria anima, imparando a conviverci e a “domarlo”, prima di esserne domati. E solo liberando l’Unsaid, il non detto, l’inconfessabile,  Amelia può riappropriarsi di quelle sane funzioni genitoriali che impediscano al figlio di scivolare con lei nel’insania mentis. Perché qualche volta la patologia psichica, intesa tanto nella sua accezione intrapsichica quanto in chiave relazionale, rappresenta l’ultimo disperato rifugio per la sopravvivenza psichica. E questo film lo racconta in modo magistrale.

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13 pensieri su “Babadook. Le radici psicologiche del Terrore

  1. Proprio vero Dott.ssa, non ho visto il film ma posso dire con limpida serenità che l’analisi psicologica che ne ha fatto rappresenta un copione già visto, il mio. Mesi fa le parlavo di dinamiche e sofferenze in seguito alla fine di una relazione, il mio percorso procede con attenzione e impegno, e posso assicurarle che spesso quello che pensiamo essere solo un problema circoscritto (tristezza da fine di una storia) può rappresentare in realtà solo la punta di un iceberg ben più complesso, radicato nel profondo. Pensavo di soffrire da cani perchè la mia compagna (quella con cui avrei voluto invecchiare insieme; N.B non so se avevo accennato al mio orientamento sessuale, e mi auguro che non sia un problema) mi aveva lasciata drasticamente nel giro di poche ore, passando dal “ti amo” al “non ti amo più”, spezzando ogni sogno, ogni progetto insieme, e invece, ho scoperto che forse – indirettamente – mi stava aiutando a riportare a galla un distacco primitivo che non avevo mai superato, quello dell’infanzia, quel cordone materno che non si era (e forse ancora) mai reciso. Comprendo solo adesso quanto atteggiamenti iperprotettivi mi abbuano eccessivamente responsabilizzato ma nel contempo anche privata della libertà di “sbagliare”. La paura di deludere le aspettative era un fantasma che ha invaso non solo la mia personalità, ma anche le mie relazioni sentimentali. Ma la cosa che più importante che ho imaprato è che era inutile fuggire dal dolore e dagli spettri del passato, dovevo guardarli negli occhi per annullare la loro potenza, dovevo avere il coraggio di restare invece di andare, con il rischio di sentire il vuoto e l’abisso. I meccanismi di difesa sono schermi di protezione, ma quando diventano scudi impermeabili non siamo più vivi, perchè le emozioni restano galleggianti, non escono e non entrano. Trattenere spezza, lasciar andare libera.
    Alla prossima, e complimenti per la sottile analisi.

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    • La libertà di sbagliare dovrebbe essere annoverata tra i principali diritti dell’infanzia. Quando invece viene inibita e soffocata dal senso di colpa indotto per non essere all’altezza delle aspettative genitoriali, diventa un spettro difficile da spazzare via. Ci vuole coraggio e intelligenza per guardare dentro “il vuoto e l’abisso” e a lei evidentemente non manca né l’uno né l’altra. Un caro saluto. Ps. se il suo orientamento sessuale dovesse rappresentare un problema, dovrei chiudere il blog e, soprattutto, cambiare professione! Alle etichette, preferisco le persone!!! Rinnovo i saluti!

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      • Amare vuol dire, lasciar abagliare. Non c’è lezione più significativa di chi pur potendo “salvarci” dal precipizio, si ferma ad osservare come imparziale spettatore, senza agire. Un gesto che, seppur doloroso, nasconde rispetto, responsabilità, amore e fiducia. Le ginocchia sbucciate abituano all’esistenza e alle relazioni con gli altri in modo sano ed equilibrato, insegnandoci che il fallimento non è un dramma irrimediabilmente eterno, ma una opportunità.
        P.p.s Bella e umana la sua frase, “alle etichette preferisco le persone”, la mia specifica è giunta perchè ho imparato a non dar nulla di scontato..soprattutto con gli altri. Grazie e saluti.

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  2. Bellissima lettura di un bellissimo film. Molto interessante l’analisi psicologica dei rapporti madre/figlio rappresentati nella pellicola. Credo che il cinema di genere, specialmente quello horror, abbia risvolti psicologici profondi che, prtroppo, spesso sono sottovalutati dalla critica mainstream che si concentra unicamente sull’aspetto esteriore della messa in scena. Altro film che indaga sulla “metà oscura” della maternità e il francese “A l’interieur”: pellicola non per tutti data la brutalità di alcune scene che, però, mette in mostra con lucidità estrema il disagio psicologico creato dalla negazione della maternità. Altra tematica sviscerata nel flm è la paura dell’altro.
    Mi complimento ancora per la sua analisi.
    Un saluto.

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    • Grazie mille per il suo commento e benvenuto/a nel mio blog. Non conosco “A l’interieur” ma ammetto che la sua presentazione ha destato in me la giusta curiosità per rimediare alla mancanza. E se dovessi decidere di scrivere una recensione, non mancherò di invitarla a commentare, visto le lusinghiere parole che mi ha riservato! 😉 Le auguro buona serata! Annarita Arso

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      • “A l’interieur” è sicuramente un ottimo film, però tengo ad avvertirla che è molto realistico, in alcuni casi anche un po’ troppo, nella rappresentazione della violenza. Tale aspetto ha fatto perdere alcuni punti alla pellicola. In italia non credo sia mai uscito. Mi sono imbattuto in una versione sottotitolata, altrimenti bisogna prendere la versione francese. Anche io ho scritto un articoletto su “Babadook”, sarei lusingato se volesse dirmi cosa ne pensa. Un saluto. Marcello

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    • Gentile Marcello, ho letto da tempo il suo interessante post e ho lasciato un segno di apprezzamento con il mio like. Per quanto riguarda “A l’interieur” proverò con la versione sottotitolata visto che la mia familiarità con la lingua francese è pari a quella che ha la D’Urso con l’informazione giornalistica. 😉 Un caro saluto.Annarita Arso

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      • Quando alla professionalità e alla competenza, si uniscono uno sguardo rassicurante e la giusta dose di ironia, il successo è garantito. E lei dottoressa è la ricetta giusta. La sua pagina mi è stata segnalata da un’amica. Ora spulcerò nel suo blog, certa di trovare utili spunti di approfondimento personale. Grazie! Un cordiale saluto Ginevra da Mestre

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