Questa Sera Si Recita A Soggetto

Sono arrivata qui con uno zaino azzurro sulle spalle, pesante quanto i sogni e le insicurezze dei miei vent’anni. Con i miei dubbi consolidati e tutte le mie instabili certezze. Ho dovuto insistere un po’ con i miei genitori perché acconsentissero a questo viaggio. Hanno quel senso di protezione tipico di chi sa che dovrebbe lasciarti al mondo ma vorrebbe tenere un pezzetto per se. E allora ti soffoca con l’amore mentre promette di concederti la libertà.
Vorrei tanto potermi asciugare il viso.
La ragazza che giace accanto a me distesa sul pavimento ha dei braccialetti di corda colorati e intrecciati tra loro e le unghie rosicchiate. Anch’io un tempo avevo dei braccialetti simili. Li aveva comprati mia madre da un simpatico venditore ambulante su quell’indimenticabile spiaggia salentina, in quell’angolo di mondo che gli italiani chiamano il tacco dello stivale, ma che per chi ci vive è l’ombelico del mondo. Mi piacerebbe tornare a passeggiare su quello stesso lungomare, osservando l’acqua che lambisce i contorni frastagliati di vite sconosciute. E poi vorrei affittare un risciò e aspettare il tramonto, sperando che la notte non mi porti consigli non richiesti.
Il sapore del sudore freddo e delle lacrime scivolano furtivamente sul labbro superiore mescolandosi al gusto bruciante del terrore.
Chissà che fine avrà fatto quel colorato souvenir! Sarà finito nell’abisso delle cose perdute. Perché nella vita ne ho già perse molte di cose. Alcune a causa delle mie fragilità, altre a causa dell’ingratitudine altrui, altre ancora semplicemente per distrazione. Così nel tempo ho collezionato cumuli di occhiali, chiavi e ambizioni smarrite. Ho lasciato alle mie spalle numeri di telefono, indirizzi e promesse. Ho dimenticato inviti e sottovalutato opportunità. Ma, soprattutto, sono diventata la regina delle occasioni mancate. Quella che pensa che c’è sempre tempo per rimediare, incontrare, confrontarsi e ricominciare. Quella che rimanda una telefonata, che posticipa un incontro, che rinvia un appuntamento. Convinta che la vita riservi sempre un secondo tempo.
La fronte ha smesso di sudare. Provo quella paura asciutta di chi si consegna rassegnato al proprio destino per timore di contraddirlo. Un nuovo fragore. Il cuore accelera un’altra volta. Continuo a stringere al petto lo zaino pieno di insicurezze a cui spero che la vita dia ancora la possibilità di farsi più leggero. Lo stringo perché dentro, a fare da contraltare, ci sono ancora i miei sogni in confezione regalo.
Credo siano in tre, tutti armati di grossi calibri, probabilmente Kalashnikov. Potrei essere più precisa se non dovessi fingermi morta per provare a sopravvivere alla vita.
Il Bataclan, a due passi dal Canal Saint-Martin e dalla centralissima Place de la Bastille, da uno dei luoghi di ritrovo più in voga di Parigi, questa notte si è trasformato in un’infernale trappola per topi. Ed io ci sono dentro. Dentro una guerra che non ho mai dichiarato. Sparano nel mucchio. Non capisco ancora come abbia potuto confondere i primi colpi di morte con il suono della batteria degli Eagles of Deth Metal. Una beffa che “le aquile della morte” proprio al momento dell’irruzione stessero cantando “Chi amerà il diavolo?”. Ma è risaputo che le coincidenze hanno una radicata avversione per il buon gusto.
“E’ tutto come una folata di vento nel grano. Cadono tutti, morti, feriti e vivi. E’ un inferno di raffiche. Un tappeto di morte. Continuano a sparare”. Come ho potuto illudermi che facesse parte dello spettacolo? I morti e i vivi finiscono per confondersi. Ho dolore alle estremità del corpo. Qualcuno con il suo peso mi blocca gli arti inferiori. Forse, come me, si finge morto. Forse non avrà davvero più nulla da raccontare. Per tutta la vita guardi la morte attraverso uno schermo ma non penseresti mai che potrebbe accadere proprio a te. In un venerdì qualunque. In una serata di musica, allegria e spensieratezza. Quando un deragliamento inaspettato della tua ligia quotidianità blocca lo scorrere della tua esistenza e ti costringe a rimettere tutto in discussione, obbligandoti a fare i conti con un devastante vissuto di smarrimento e con il travolgente senso di solitudine che ne deriva. Un istante infernale in cui il senso di impotenza ti paralizza e ti comunica che potrebbe non esserci più tempo per rimediare, incontrare, confrontarsi e ricominciare. Un’istantanea che traccerà per sempre lo spartiacque tra un prima e un dopo in cui niente sarà più lo stesso.
Sono sdraiata in posizione fetale come quando, nel grembo di mia madre, ancora ignoravo le possibili declinazioni dell’orrore. Quando, accarezzandosi il ventre, mi raccontava che sebbene il mondo fosse pieno di mostri, lei mi avrebbe insegnato a sconfiggerli; che nonostante la terra di tanto in tanto tremasse, lei mi avrebbe insegnato a restare in equilibrio; che sebbene il tempo fosse nemico delle giuste occasioni, lei mi avrebbe spiegato come arrivare in tempo; che i treni passano, ma l’uomo ha imparato a costruire le macchine volanti; che si può sbagliare stazione, ma che esistono le coincidenze; che alcune coincidenze devono essere programmate e alcuni programmi mandati all’aria; che si possono perdere chiavi, occhiali e valigie ma mai il rispetto per se stessi; che a volte i colpi di fulmine diventano colpi di teatro e qualche volta il sipario cala prima del previsto; che nessuno viene esonerato dal dolore, ma con – dividerlo, consente di dimezzarlo; che il senso dell’utopia non è ancora riconosciuto tra quelli ufficiali, ma è il più utilizzato da tutti coloro che attraversano questa vita lasciando un segno significativo del loro passaggio: scienziati, matti e poeti; che nessuno, visto da vicino, è normale, perché “normale” è solo un costrutto matematico, che le emozioni negative affannano solo la vita di coloro che non hanno imparato a domarle; che a volte l’Amore finisce, ma è preferibile l’amaro per una vacanza conclusa che il rimorso per un viaggio mai iniziato.
E’ un bagno di morte. Ed io ci sto annegando prima di avere il tempo di capire cosa sia l’amore. O almeno quale sagoma mi piacerebbe che assumesse. Perché si sa che ognuno i sentimenti li riveste con l‘abito delle grandi occasioni, cuciti con aspettative egocentriche e attese disattese.
Il mio corpo paralizzato dalla paura sta interpretando una tragica recita a soggetto che non gli concede neppure il lusso di tremare. Lontano  dalle carezze di mio padre e dai baci di mia madre; lontano dai profumi della mia casa e dalla metodica confusione dei miei cassetti; lontano dai souvenir di viaggio in bella mostra sul camino e dai progetti di vita sparsi sulla scrivania. Questa notte il resto del mondo è lontano da qui. Sono lontani il suo caos, l’odio generalizzato per un nemico camaleontico che di volta in volta si ricopre di pregiudizi stereotipati diversi; lontane le tesi geopolitiche condite di disonestà intellettuale e di voli pindarici insensibili ad ogni processo dialettico; sono lontane le logiche dicotomiche dei buoni o cattivi. giusto o sbagliato e quelle della retorica impastata con buonismo intransigente; lontane le strategie di guerra e le strategiche auto-assoluzioni della storia; sono lontane le letture alternative degli eventi e gli opportunistici cambi di prospettiva. Soprattutto, sono lontane la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, divenuti ammuffiti prodotti da banco senza vuoto a rendere.
In questo teatro, questa notte, sta andando in scena la morte ed io sono stata ingaggiata per una parte che non ho scelto, costretta in un abito che non mi si addice, soffocata da un copione dal quale, domani, ognuno estrapolerà le battute che più gratificheranno le proprie tesi. Costretta in una recita a soggetto che non avrà né vincitori, né vinti, ma si lascerà alle spalle solo l’ennesima ferita collettiva che il tempo tarderà a rimarginare e la storia faticherà a riscattare.

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6 pensieri su “Questa Sera Si Recita A Soggetto

  1. Questo scritto non prende, non cattura. Esso sequestra autenticamente, con un’espressione delle sensazioni come di un essere che vorrebbe urlare facendo finta di non respirare, rendendo al lettore emozioni.
    Sono abituata a leggere prima con la sola mente, poi con la voce e con tutto il corpo: non sono riuscita a finire la seconda lettura…
    A leggere pezzi del genere (e scritti con questa sapienza d’impostazione di ritmi, pause e fiumi di parole in divenire, si rischia molto; si rischia di dare un affondo a spazi di sé tra i più reconditi, con il sentirsi davanti allo specchio, sedercisi davanti respirando a fondo, vedere allontanarsi la propria realtà quotidiana al pro di una introspezione volta ad un tête-à-tête con le proprie paure.
    Caspiterina!!!
    Un caro saluto
    brigi [volutamente minuscolo… sò testarda io 😉 ]

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  2. In questo post si parla anche di maternità in maniera soffusa: una madre che accarezza il suo ventre promettendo e sperando di proteggere sempre in proprio bambino. Purtroppo non è così, purtroppo li possiamo difendere da tutto ma non da tutti. E ci sentiamo un po’ inutili.

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