Sul Vittimismo

Il vittimista si riconosce da un costante atteggiamento improntato alla negatività e alla lamentela, caratterizzato da sentimenti di sfiducia e difficoltà nella gestione della rabbia. Ripete ossessivamente quanto siano stati ingenti le presunte ingiustizie subite e s’ingegna per dimostrare che nulla sarà in grado di consolare la propria sofferenza. E’ ipercritico nei confronti degli altri, diffidente e sospettoso; appare rigido nel pensiero e intransigente nei comportamenti. Tende a stigmatizzare ciò che non approva e mostra insofferenza verso chi non appare sensibile alle sue tristi vicissitudini. Ciò che più lo contraddistingue però è la pervasiva tendenza ad attribuire la causa di tutti i suoi presunti mali all’esterno: il vittimista non riconosce mai alcuna responsabilità personale nei propri fallimenti; pur senza avere alcun elemento comprovato, lamenta che qualcuno abbia boicottato i propri progetti o abbia tramato alle proprie spalle o si sia attivato al fine di procurargli un danno; nei casi limite l’atteggiamento di sospetto (per di più legato a tratti di immaturità ed egocentrismo infantile) assume la connotazione di veri e propri tratti paranoici (sintomo di meccanismi difensivi disfunzionali fondati sulla proiezione!).
Paradossalmente, in alcuni casi, è proprio il sopraggiungere del sintomo (ossessioni, compulsioni, paranoia, depressione, ansia) a configurarsi come quel campanello d’allarme in grado di spingere il soggetto ad inoltrare una richiesta di aiuto. Talvolta, solo con il supporto professionale di un esperto, è possibile prendere coscienza del contributo personale nelle dinamiche relazionali fallimentari, assumendosene la responsabilità e approfondendo le ragioni che ne sono alla base, prima che assumano un’altra veste e alimentino lo stesso consolidato e abituale meccanismo psicologico.

La difesa vittimistica

Il vittimista non di rado riesce a suscitare sentimenti benevoli in chi lo circonda, riuscendo perfino ad ottenere vantaggi e benefici anche importanti. Almeno fino a quando il suo stesso atteggiamento ipercritico, pretenzioso e rivendicativo non svela il “gioco relazionale” sottostante, spingendo l’altro a mutare atteggiamento e ad essere meno comprensivo e accondiscendente. E’ in quel momento che l’altro rischia di divenire, suo malgrado, bersaglio di tutte le peggiori recriminazioni del vittimista. Il gioco relazionale messo in piedi dal vittimista, infatti, non prevede cambiamenti di regole: chi si arroga il diritto di credere che la sua sofferenza possa trovare anche solo parziale sollievo, viene immediatamente messo alla gogna! Il vittimista non ha alcuna intenzione di fare i conti con i propri (numerosi) conflitti interiori irrisolti, perché ciò lo obbligherebbe a misurarsi con un’autostima vacillante e con una sicurezza in se stesso inversamente proporzionale al livello di egocentrismo infantile intorno al quale ha costruito il suo apparato difensivo; dovrebbe soprattutto imparare a fronteggiare il senso di colpa per non essere stato in grado di aderire ad un ideale di perfezione agognato (spesso frutto delle aspettative genitoriali). Quella vittimistica è infatti, come sostenevo già nel precedente articolo sull’argomento, una difesa, per quanto debole e deficitaria. In questo senso, il peggior nemico del vittimista è quell’inquisitore interno intransigente e rigido, tanto scomodo da dover essere proiettato all’esterno e perciò disconosciuto e rinnegato: la lamentela allora, come un’insopportabile litania, riveste la funzione di appagare, almeno a livello illusorio, la fame atavica di attenzione e comprensione.

La Vittima del Vittimista

La lamentela del vittimista, da difesa diviene, a livello relazionale, uno strumento di attacco e di controllo, sia quando riesce a fagocitare l’altro in una spirale di amarezza e negatività, disseminando malumore a larghe mani, sia quando ingaggia inconsapevoli colpevoli dei propri drammi personali. Chi ingenuamente collude con tale visione catastrofica del mondo e suo malgrado presta il fianco al gioco tenuto in piedi dal vittimista, diviene infatti il più delle volte vittima (reale) dei suoi macchinosi giochi manipolativi. Il vittimista tende ad acquisire potere all’interno della relazione, attraverso la colpevolizzandone dell’altro, l’induzione al senso di colpa, il ricatto affettivo e la strumentalizzazione della sofferenza stessa (che viene esibita, ostentata e non di rado simulata). Per questo chi dovesse avere l’ardire di depotenziare la tanto faticosa posizione relazionale conquistata dal vittimista o semplicemente si rifiutasse di legittimarla, sarebbe vissuto come un “nemico” e la relazione con questi assumerebbe immediatamente connotazioni conflittuali: l’atteggiamento dell’altro sarebbe considerato come un’imperdonabile “dichiarazione di guerra”! Paradossalmente, anche chi dovesse offrire il proprio sostegno verrebbe guardato con sospetto; il vittimista non riesce a provare gratitudine perché abbandonarsi con fiducia ad una relazione affettiva significherebbe riattivare tutti i fantasmi persecutori interni da cui con fatica cerca di liberarsi; lo spettro dell’abbandono, del rifiuto, del tradimento (reali o fantasmatici) connesso alle relazioni di attaccamento con le figure genitoriali, si materializzerebbe, vanificando tutti gli sforzi messi in campo per difendersene.
La chiave per liberarsene è nascosta nella profondità del proprio mondo interno, in quella parte rimossa molto tempo prima perché difficile da integrare nella personalità. Altrimenti la difesa vittimistica rischia di divenire una prigione rassicurante (sebbene con sbarre alle finestre sempre più fitte), che il vittimista arreda con meticolosità convincendosi che dopotutto è confortevole ed estendendo gli inviti solo a coloro che si mostrano, loro malgrado, compiacenti e disponibili a gratificare il padrone di casa!

Potrebbero anche interessarti i due articoli correlati: “Il Vittimista e l’arte del farsi compatire” e “La Dinamica della Lamentela”

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4 pensieri su “Sul Vittimismo

  1. Ottima descrizione di ……
    Non lo leggerà mai, ma meglio evitare.
    Come si fa a difendersi o comunque a non lasciarsi soffocare da una persona con un simile problema? Come si fa a non farsi penalizzare da questo atteggiamento? Non sempre si può semplicemente smettere di frequentare le persone. Non sempre andare via è La soluzione. Quali strumenti bisogna procurarsi? Di quali super poteri psicofisici bisogna dotarsi?

    Mi piace

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