Bullismo e Società

Psiche nessuno e cetomila

La violenza, intesa come prevaricazione, è sempre esistita e non è certo frutto dei nostri tempi; ciò che invece sembra venire progressivamente meno è il fatto di considerarla come qualcosa di abietto e di moralmente riprovevole, assuefatti come siamo, a trasmissioni di cronaca nera servite a colazione, pranzo e cena.
Tra i fattori di rischio che la psicologia dello sviluppo individua come rilevanti nella genesi del bullismo e dei comportamenti violenti in generale, è possibile annoverare modelli educativi fondati sull’autoritarismo o sul lassismo piuttosto che sull’autorevolezza, un ambiente sociale che considera socialmente accettabile l’uso della forza fisica e legittima l’aggressività e la prevaricazione, un ambiente scolastico deresponsabilizzante o incapace di attuare efficaci azioni di contrasto.
Il fatto che il bullo abbia una rappresentazione mentale positiva della violenza e della prepotenza, è dovuto quindi oltre che a caratteristiche personologiche specifiche (impulsività, aggressività generalizzata, irrequietezza, scarsa empatia, assenza di rimorso, incapacità di sperimentare vissuti di colpa) anche a fattori di rischio sociale che contribuiscono in modo determinante ad amplificare questi fenomeni, in un ambiente culturale dove il disimpegno morale imperante, la diffusione di responsabilità, il narcisismo dilagante detengono lo scettro.

(Dis)educazione

Negli ultimi anni, la famiglia si è scoperta vulnerabile, incapace di configurarsi come quel porto sicuro, autorevole e coerente, tanto indispensabile per il sano sviluppo evolutivo di un bambino. Si concede tutto ai figli sulla scia di un concetto distorto di buona genitorialità o per soffocare gli incombenti sensi di colpa, privandoli di fatto di un bene preziosissimo, la capacità di desiderare. Nello sviluppo psicologico di un bambino, la capacità di desiderare dovrebbe rivestire un ruolo da protagonista, invece la nostra società tende a soffocarla, anticipando il soddisfacimento di bisogni prima ancora che il bambino abbia il tempo di manifestarli. Senza limiti, senza regole o negoziazione alcuna e, soprattutto, contaminando il sapore della conquista. Una società, quella attuale, che si dimostra sempre più incapace di veicolare l’importanza della passione e della disciplina, dei traguardi e della fatica per conseguirli; che delega l’educazione sentimentale ai reality o a trasmissioni monopolizzate da manichini parlanti seduti su improbabili troni; che lascia che l’interazione virtuale sostituisca con i suoi like quella reale, che invece necessita di impegno e riflessione. Quello del genitore, come scriveva Freud, è il mestiere più difficile; lo è ancora di più in tempi in cui le altre agenzie educative latitano, arroccate su un difensivo atteggiamento di delega teso ad arginare le difficoltà dovute alla carenza di risorse e di strumenti.
“Educare” significa etimologicamente “condurre fuori” e non “riempire contenitori vuoti con nozioni polverose, regole asettiche e valori astratti”. Ma per “tirare fuori” serve la giusta dose di coraggio per guardare dentro, guardare l’altro, guardarlo davvero, nella sua dimensione umana, fatta di sogni e potenzialità, di illusioni mescolate all’incoscienza dell’età e di progetti impastati con il timore della delusione. Educare richiede fatica, necessita di tempo e richiama alla responsabilità. E allora è preferibile delegare affinché la colpa ricada su qualcun altro, oppure adottare un atteggiamento fondato sulla rinuncia pedagogica. Il clima culturale negli ultimi tempi ci restituisce uno scenario poco rassicurante che dovrebbe indurre tutti ad una meticolosa riflessione. Ogni giorno la realtà sociale racconta una società ripiegata su se stessa, che la politica contribuisce a rendere sempre più ignorante e incapace di autodeterminarsi; in cui lo spirito critico è poco apprezzato e l’iniziativa personale considerata un imperdonabile autogol.

La miglior cura è la prevenzione

In questo clima culturale, tipico di una società fortemente fondata sul conformismo, dove non saper twittare è considerata una nuova forma di disabilità, essere “diversi” rischia allora di diventare pericoloso perché incute paura e la paura, se non la si guarda in faccia, fa confondere l’attacco con la difesa. Così un pantalone rosa può divenire oggetto ripetuto di scherno, un’improvvisa balbuzie motivo di derisione, un difetto fisico bersaglio di offese. Fino a liquidare come “bravata” la disgustosa idea di inserire un ragazzo dalla fragile personalità in un bidone della spazzatura o quella di legare un disabile ad un albero e pubblicarne le foto su Facebook per amplificare la portata dell’umiliazione inflitta. Fino a etichettare come “scherzi”, chiari atti di bullismo perpetrati ai danni di chi, per indole pacata o temperamento remissivo, diviene suo malgrado bersaglio delle altrui vessazioni. Fino a delegittimare quei pochi che ancora credono nei limiti, nelle regole, nel potere della volontà, nella possibilità di cambiamento. Perché è nei singoli atti di ognuno che è possibile rintracciare la fiducia necessaria a guardare oltre la siepe e cogliere “l’Infinito” delle possibilità di una società claudicante, ma non ancora monca: in quello dell’ insegnante che sfidando la “bontà” di scuole che cadono a pezzi, sceglie di amare ciò che amano i suoi allievi, costruendo un filo comunicativo capace di sfidare i salti generazionali e le rughe dei programmi ministeriali; in quello del collega psicologo che aderisce alle iniziative promosse dal nostro Ordine di appartenenza e mette gratuitamente a disposizione le proprie competenze professionali al servizio della collettività; in quello del barbiere di periferia che decide di lavorare anche nell’unico giorno di chiusura settimanale, fornendo gratuitamente un servizio ai clochard che non potrebbero altrimenti permetterselo; in quello del chirurgo che si ferma a leggere una fiaba alla piccola paziente terrorizzata dall’imminente intervento chirurgico; in quello dei volontari che ogni giorno sottraggono spazio al proprio tempo libero per dedicarlo agli altri, convinti che “donare” sia il bene più prezioso che si possa ricevere. Perché la nostra è una società stanca di promesse da marinaio e affamata di buoni esempi.
E allora forse le azioni di contrasto da intraprendere sono ancora alla nostra portata. Se chi dovrebbe impegnarsi nello sviluppo di un sistema di prevenzione primaria già nella primissima infanzia, in serie politiche sociali e in programmi di intervento mirati, non ha nessun interesse a farlo, diventa prioritario promuovere il cambiamento dal basso. Perché il bambino che cresce in una famiglia e in una scuola dove le emozioni hanno un nome e non fanno paura, dove le regole vengono motivate ma non disprezzate, dove le spiegazioni non diventano giustificazioni, dove non vi sono abiette e ciniche punizioni ma chiare e coerenti responsabilità da assumersi quando si sbaglia, dove “scusa, per favore, grazie e prego” non restano attaccate a ingialliti cartelloni sulle pareti ma divengono parte integrante degli scambi comunicativi… ebbene… quel bambino difficilmente sentirà di aver accumulato un credito con il mondo esterno da riscattare attraverso la proiezione della propria rabbia su ciò che è “Altro da Sé”. Continuare a distribuire opuscoli a genitori ed insegnanti con l’identikit del “cattivo ragazzo”, dire al bullo che deve pentirsi e alla vittima che non deve avere paura, equivale invece solo a consolidare quell’atteggiamento delegante e deresponsabilizzante alla base di quelle stesse carenze relazionali ed educative alla radice di tale fenomeno! Perché non sempre basta mettere una toppa: bisognerebbe impegnarsi ogni giorno, nei limiti delle proprie possibilità, per evitare che si verifichi lo strappo! 

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