Ferita Emotiva e Desiderio di Vendetta

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Quando si subisce un torto, si è vittima di un’ingiustizia o si diviene oggetto gratuito di offese e recriminazioni, inevitabilmente si sperimentano sentimenti negativi la cui natura è strettamente legata alle caratteristiche personologiche soggettive (con una semplificazione che si spera non appaia semplicistica, si potrebbe affermare che chi tende a far implodere le emozioni negative è più probabile che sperimenti sentimenti di perdita, di inadeguatezza, quando finanche non di colpa; chi invece è più propenso a lasciarle esplodere, è carente di autoregolazione o ha qualche difficoltà nella gestione degli impulsi, molto probabilmente sarà portato a sperimentare sentimenti di rabbia, talvolta agìta attraverso comportamenti palesemente aggressivi). L’intensità di questi vissuti sembrerebbe quindi strettamente correlata non solo all’entità del danno subito e agli aspetti situazionali contingenti, ma anche alla personalità di chi ha subito il danno. Chi poi, per vicissitudini personali o familiari, è particolarmente sensibile al sentimento di ingiustizia (ad. es. perché è stato un figlio non desiderato o perché non è stato amato alla stregua dei suoi fratelli o perché, suo malgrado, sin da piccolo è stato investito di un mandato familiare vincolante o ancora, ha ricoperto il ruolo di paziente designato di un sistema familiare patologico), vivrà il torto o l’ingiustizia subita, se possibile, con valenze ancora più drammatiche, che talvolta assumono connotazioni di tipo traumatico. Perché si possa diagnosticare un disturbo post traumatico da stress, come ampiamente descritto in un altro articolo, è centrale infatti la percezione soggettiva dell’evento, al di là della sua portata oggettivamente traumatizzante. Non di rado, soprattutto in questi casi, i vissuti negativi di chi subisce un torto si associano ad un’insaziabile desiderio di vendetta. Come scriveva lo psicoanalista Erich Fromm “La passione della vendetta è talmente radicata in profondità, da essere sicuramente presente in tutti gli uomini”. Chi si dimostra indegno della nostra fiducia, tradendola deliberatamente senza alcun pentimento, chi ci trasforma nostro malgrado in bersaglio delle proprie frustrazioni riversando su di noi offese gratuite e immeritate, chi volontariamente si attiva per procurarci un danno, spesso diviene protagonista assoluto delle nostre fantasie di rivalsa. Si vorrebbe tanto punire l’altro, affinché sperimenti la stessa sofferenza che ci ha inflitto. Il desiderio che l’altro subisca lo stesso danno (quando non anche peggiore) diviene nel proprio immaginario l’unico modo per appagare quell’insaziabile sete di vendetta che si è appropriata dei nostri pensieri, nonché l’unica strada per riappropriarsi di quella serenità e di quell’equilibrio emotivo di cui l’altro ci ha ingiustamente privato. Perchè infondo, come recita un vecchio proverbio, “Il desiderio di vendetta altro non è che una confessione di dolore”; esso si configura quindi come una difesa arcaica con cui inconsciamente cerchiamo di difenderci dalla sofferenza che ci è stata procurata. Tale sentimento, soprattutto se sperimentato in prossimità dell’evento, non solo non ha alcuna valenza patologica, ma può addirittura essere considerato un passaggio indispensabile nel processo di elaborazione del dolore che ci è stato inferto. Se invece dovesse perdurare fino a monopolizzare in modo quasi esclusivo il nostro mondo fantasmatico, potrebbe condurre a conseguenze persino peggiori di quelle direttamente correlate alla ferita emotiva. Numerose ricerche cliniche a livello internazionale hanno infatti dimostrato la stretta correlazione tra il cristallizzarsi di pensieri e intenti di natura vendicativa e la difficoltà ad elaborare e superare un evento traumatico, nonché l’aumento delle probabilità che compaiano quadri sintomatologici caratterizzati da disturbi del sonno o del comportamento alimentare, sintomi psicosomatici e/o ansioso – depressivi.

Il sentimento di impotenza e il desiderio di vendetta

Quando il sentimento di rivalsa si traduce in pensieri pervasivi e ossessivi si rischia di restare intrappolati in una situazione doppiamente angosciante e dolorosa: è come se paradossalmente si divenisse dipendenti psicologicamente dall’altro e dal suo grado di (in)felicità; bloccati in una spirale cognitiva ed emotiva in cui tutte le energie e le risorse interiori che dovremmo mobilitare per risanare la ferita emotiva che ci è stata ingiustamente inferta, vengono assorbite dall’infruttuoso pensiero di punire l’altro. E’ come se ci si auto-infliggesse una pena aggiuntiva, costruendo un paio di manette invisibili tra noi e l’altro, dove la nostra felicità diviene direttamente proporzionale alla sua infelicità e la nostra serenità alla sua capacità di ravvedimento.
Purtroppo, almeno in alcuni casi, la mediocrità affettiva, la superficialità, l’insensibilità di chi ci ha deliberatamente ferito potrebbe non conoscere pentimento, per cui non sempre la via della ricostruzione può essere percorribile. Così come non sempre è facile intraprendere quella del perdono, quando l’altro non ha mai dimostrato rimorso per il danno inflitto, non è mai riuscito ad empatizzare con il nostro dolore, non ha mai fatto alcun passo verso quel percorso impegnativo e carico di responsabilità di chi prova a mettersi in discussione. Non è mai facile quando ci si scontra con l’aria di sufficienza di chi è sempre convinto di essere dalla parte della ragione, di chi pensa di averci offeso, tradito, ingannato perché in qualche modo lo meritavamo e si giustifica dicendo che abbiamo deluso le sue aspettative o non abbiamo aderito a quel modello di marito, fidanzata, collega, genero o cognata che si era arbitrariamente costruito nella mente, rifiutando ogni altra immagine che ci apparteneva. Non è facile soprattutto, quando dall’altra parte, sopravvive, immune ad ogni dato di realtà e ad ogni saggio invito alla riflessione, il convincimento che la colpa dell’offesa o del torto commesso non sia altro che nostra, frutto di qualche omissione o manchevolezza passata, o di quel nostro modo di essere o di comunicare così fastidioso o addirittura della nostra stessa incapacità di superare nel qui ed ora la sofferenza accettando di esserne gli unici artefici!
E allora com’è possibile elaborare il dolore anche quando chi ce l’ha inferto non apre la porta a nessuna possibilità di ricostruzione? Come si può uscire dalla prigione in cui il sentimento di ingiustizia fa da carceriere e la sete di vendetta rappresenta la pena da scontare?
E’ bene sapere che il desiderio di vendetta è figlio del vissuto di impotenza (intriso a sua volta di rabbia), che sperimentiamo quando sentiamo di aver subito ingiustamente e immeritatamente un torto. Tanto più le fantasie verso chi ci ha ferito sono cariche di odio, di rancore e di aggressività, tanto più è intenso e paralizzante il vissuto di impotenza sottostante. E allora si può scegliere se continuare a dare carburante alle proprie fantasie più ciniche e violente, mobilitando energie utili e bloccando le risorse personali a beneficio di un sollievo temporaneo e illusorio…. oppure se concentrarsi su quel vissuto di impotenza così difficile da guardare in faccia (scoprendo che in fondo ci è più familiare di quanto pensassimo) e provare a trasformarlo in un’occasione di crescita personale. E per chi, davanti al bivio, dovesse nutrire ancora qualche dubbio su quale delle due strade intraprendere, potrebbe essere utile ricordare le parole di una donna la cui vita si è sviluppata su un’interminabile trama di torti e ingiustizie e che nonostante tutto amava ripetere: “La miglior vendetta? La felicità! Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice!” (Alda Merini)

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7 pensieri su “Ferita Emotiva e Desiderio di Vendetta

  1. La miglior vendetta, la libertà dalle catene di una gabbia che, spesso involontariamente, abbiamo costruito a difesa di noi. Diffidenti si diventa, non si nasce. Ogni bimbo ha in se la dote della fiducia incondizionata verso gli altri (adulti soprattutto), fino a che non sperimenta, facendone esperienza, cosa vuol dire sentirsi traditi.
    La vendetta è legata da un filo sottilissimo proprio a questo: il tradimento. E se è dura accettare di essere traditi da un estraneo, ancor più lo è quando il colpo basso proviene da chi vediamo come indiscusse figure atte a difenderci.
    Purtroppo non sempre i traumi vengono capito sul momento, a volte ri-emergono molto tempo dopo, e allora si che sono guai; quando il sommerso torna a galla, bisogna avere solo il coraggio di guardarlo, capirlo e metabolizzarlo per evitare che sentimenti repressi si vadano a stratificare sul l’anima compromettendo il divenire della vita.
    Complimenti Dott.ssa per la sensibilità su argomenti così delicati.
    Ancora saluti.

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  2. Buongiorno professoressa! Ho avuto la fortuna e il piacere di averla come docente all’enaip putroppo solo per poche ore di supplenza. Ricordo ancora la sua lezione sulla comunicazione interpersonale e sul conflitto, ricca di spunti interessanti e risposte a noi allievi pieni di spunti di riflessione. Mi auguro che si ricordi di me. Le ho inviato una richiesta di amicizia sul suo profilo personale e mi sono iscritta alla sua pagina facebook e questo sito. Spero vorrà accettarla. grazie e buon lavoro. Emanuela

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    • Gentile Emanuela, la foto del suo profilo non mi è stata d’aiuto, purtroppo! Mi scriva pure in privato e mi ricordi quale corso ha frequentato e in quale sede Enaip. In ogni caso la ringrazio moltissimo per le parole che mi ha riservato e anche per la richiesta di amicizia su Fb che ho confermato con piacere! A presto!

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  3. Pingback: bla bla blogger 10 novembre 2015 - Social-Evolution di Paola Chiesa

  4. Sì Dottoressa la felicità è la miglior vendetta … Ma anche “non pensare più” a chi ti ha procurato dolore è una grande soddisfazione! Destinare ad altro e ad altri le proprie energie 😉

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  5. Ho subìto bullismo dai 6 anni di età fino a circa 28.
    Gli anni della scuola sono stati tremendi. Ero continuamente bersaglio di umiliazioni, prese in giro, sfottò, spintoni, mi venivano rubate le cose che gli altri si divertivano a passarsi fra loro, finché non riuscivo a recuperarle dopo aver chiesto l’intervento di un’insegnante. Ovviamente non ho mai saputo rispondere, ho sempre incassato a testa bassa. Anche la maestra delle elementari e un paio di professori delle medie e delle superiori ci hanno messo del loro dicendomi di essere stupida.
    Ai miei genitori non ho mai detto nulla.
    Le conseguenze di tanta cattiveria gratuita sono chiare e pesanti.
    Adesso ho una gran voglia di vendetta. Ad alcuni di loro ci ha pensato la vita (niente figli, divorzio), ma ad altri ci penserò io. Sarà una gran soddisfazione.

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