Il Figlio Imperfetto della Famiglia Perfetta

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Vi sono storie familiari che si snodano su binari rettilinei e saldi, percorrono l’itinerario previsto da una mappa socialmente predefinita e giungono in perfetto orario nelle stazioni precostituite del fidanzamento, del matrimonio, della prima gravidanza. Storie che appagano le più inverosimili fantasie sulla famiglia ideale, perché non hanno mai attraversato una crisi, mai dovuto affrontare un’avversità, un deragliamento, un ritardo, una falsa partenza; esistenze che si sviluppano attraverso narrazioni a prima vista idilliache e invidiabili; rassicuranti nella loro rigida prevedibilità e riconoscibili nell’anonimato delle loro vicissitudini interne; uniche eppure così simili a tanti spot pubblicitari dove un Mulinello fa da sfondo e a colazione, su una tavola imbandita a festa, vengono serviti sorrisi e caffellatte.
Si tratta di coppie genitoriali prive di conflitti aperti, in cui le liti sono solo occasionali e i silenzi, interrotti solo da qualche domanda di circostanza, occupano il posto d’onore a pranzo e a cena. Famiglie in cui la quotidianità si sviluppa attraverso i ritmi scanditi dai turni di lavoro dei partner e dagli orari d’ingresso e di uscita da scuola dei figli; coppie la cui la solidità del rapporto non può essere messa in discussione perché è stata sancita dallo scambio di fedi nuziali e di promesse preconfezionate dinanzi ad un’Altare solennemente e sontuosamente addobbato per l’occasione; famiglie con la “fedina familiare” immacolata che trascorrono le serate a commentare tutte le brutture del mondo esterno con il piglio sdegnato e l’espressione accigliata di chi proprio non riesce a capacitarsi di come ci si possa risolvere di suicidarsi per problemi economici o si possa decidere di mettere fine al sacro vincolo del matrimonio per qualche episodio di maltrattamento familiare.
Queste famiglie non abitano in “case modeste ma dignitosamente arredate”, né in “abitazioni piccole ma funzionali” e neppure in “case povere di soprammobili ordinatamente riposti nella vetrinetta ma ricche di lego disordinatamente sparsi sul pavimento”: prediligono i castelli dorati, con un grosso ponte levatoio sul fossato e alte torri da cui scorgere e tenere lontani tutti i potenziali nemici, da coloro che hanno l’ardire di vivere esistenze diverse dalle proprie a quelli che non gli concedono l’onore di guardare verso le loro finestre con l’ammirazione che pensano di meritare. In queste famiglie è possibile dire liberamente tutto ciò che è consentito, pensare liberamente tutto ciò che è lecito e provare liberamente tutto ciò che è condivisibile; i figli fin da piccoli vengono educati ad esprimere spontaneamente le emozioni che gli adulti si attendono e vengono invitati a compiere scelte liberamente ispirate alle aspettative genitoriali.

La famiglia perfetta e la consulenza psicologica  

Capita qualche volta che all’improvviso giunga un ospite inatteso a turbare quella presunta “normalità” così faticosamente rincorsa, un fastidioso intruso che in barba alle mura difensive che proteggono la loro reggia e a tutte le più basilari norme di buona educazione che prevedono di farsi annunciare, si accomoda sul trono che campeggia in salotto sovvertendo tutte le regole del gioco. Può assumere la forma di una fastidiosa balbuzie che risuona tra le ampie sale o di un’imbarazzante enuresi notturna che rovina le lenzuola magistralmente ricamate; a volte si tratta di un’incomprensibile rifiuto di andare a scuola e di allontanarsi da mamma e papà, altre volte di un’eruzione cutanea resistente alle terapie tradizionali a cui il dermatologo non riesce proprio a dare una spiegazione; a volte l’ospite indesiderato disturba il sonno provocando incubi e frequenti risvegli notturni oppure disturba i pasti causando rifiuto del cibo o provocandone un bisogno smisurato quanto quello di non sentirsi più trasparente.
Questo tipo di famiglia solo con un grande sforzo ed una forte spinta esterna (l’insegnante, il parroco, il pediatra, l’allenatore) decide di apportare una modifica all’itinerario precostituito su cui si snoda la propria esistenza e si risolve a richiedere una consulenza professionale. Così si prepara di tutto punto, indossa l’outfit all’ultimo grido, si lascia il castello alle spalle e si presenta in perfetto orario dall’esperto; gli consegna il biglietto da visita con i recapiti di Miss e Mister Perbene, il curriculum familiare con le note di merito per il miglior banchetto di nozze e per la più raffinata veste battesimale del primogenito, la laurea honoris causa per le migliori norme di buon vicinato e le medaglie d’oro per la “mamma perfetta” e il “superpapà dell’anno”. Dopo le presentazioni formali e l’elenco dettagliato di tutti i motivi a sostegno del proprio impeccabile perbenismo, si auto-congeda dopo l’esplicita richiesta di eliminare alla svelta “l’ospite inatteso” giunto a turbare la serenità delle loro esistenze senza dubbio per colpa di un nemico esterno: “sa… il bambino fa la pipì a letto da quando quella supplente incapace lo ha rimproverato”, “si rende conto che se la catechista non avesse messo in imbarazzo mia figlia davanti a tutti i suoi compagni lei non avrebbe mai iniziato a balbettare?”, “mi chiede da quanto non parla il bambino? ma guardi che in casa parla e pure tanto! è fuori che si rifiuta di farlo! cosa vuole, lui è sempre con noi, è normale che fuori casa sia timido, passerà, non capisco perché le insegnanti ne stiano facendo un dramma!” “tutti i bambini trascorrono i pomeriggi sul divano a divorare merendine. cosa vuole che siano 5/6 o 10 chili in più in sei mesi? Il pediatra ci ha costretto a venire qui e noi lo abbiamo accontentato, ma onestamente io e mio marito non ne comprendiamo la necessità! nostra figlia sta benissimo mangia perché ha fame!” “si è vero, il bambino non dorme per più di due ore di fila e poi si sveglia di soprassalto con gli incubi! ma a quale bambino non succede? dice di sognare che papà va via per sempre da quando i genitori del suo amichetto si sono separati; ma noi ci vogliamo così bene sa? a noi non accadrà mai, non siamo persone Perbene”.

La famiglia del Mulino Bianco non esiste

Tanto più la struttura morale di un individuo è rigida e intransigente, tanto più è correlata a una fragilità emotiva sottostante; per questo prima o poi è destinata a crollare miseramente sotto la spinta della realtà. Chi è convinto di possedere il “Verbo” non si approccia al mondo esterno in modo costruttivo ma il più delle volte lo fa proiettando sugli altri le proprie parti negate, rimosse e affogando le occasioni di crescita personale nel mare inconsistente dei “Valori” sovrani professati. Chi con patriarcale veemenza spara a zero su divorziati e separati, su omosessuali e famiglie di fatto, su “malati di mente” e stranieri, convinto di aver ricevuto per dono divino una Saccente Verità Assoluta incapace di incontrare il dubbio e di contaminarsi con opinioni diverse, sceglie ostinatamente di non interrogarsi sulla complessità dell’esistenza e delle emozioni umane; sceglie come metro di misura il proprio Ego, lo riveste di intransigenza morale e lo usa per giudicare scelte di vita imperdonabilmente diverse dalle proprie.
Purtroppo in sistemi familiari così rigidamente ripiegati su se stessi, nascosti difensivamente dietro mura che escludono dallo sguardo il mondo ostile e inospitale, spesso sono proprio i più piccoli a pagare a caro prezzo il peso dell’intransigenza morale, dell’inaccessibilità ad una sana educazione emotiva e ad una comunicazione fondata sul rispetto e sulla tolleranza delle diversità. In sistemi familiari dalle morali multiple, dove i genitori con elegante discrezione fanno tutto ciò che propinano ai figli come sbagliato, trascinandoli in transazioni comunicative paradossali che bloccano il sano sviluppo affettivo, spesso la comparsa del sintomo nei più piccoli, ha la funzione di svelare la menzogna che si cela dietro il falso Sé familiare. Perché come scrive Vittorio Lingiardi, psichiatra e professore di Psicologia Dinamica alla Sapienza, che ho avuto l’onore di avere come docente durante la mia formazione universitaria, “Non esiste la famiglia del Mulino Bianco (…). Quello che conta sono le relazioni, il pane buono della genitorialità: l’amore come legame, progetto, cura, qualità”. In caso contrario, potrebbe sopraggiungere proprio il sintomo del bambino, a raccontare tutta la fatica del vivere in un castello di plastica decorata e a svelare i conflitti interni e relazionali latenti che i suoi genitori si ostinano a nascondere sotto il tappeto, perché nell’armadio, tra scheletri polverosi, fantasmi del passato e maschere per ogni occasione, non c’è più spazio!

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13 pensieri su “Il Figlio Imperfetto della Famiglia Perfetta

  1. Proprio in una ex famiglia Mulino Bianco ho iniziato a muovere i primi passi, a farmi spazio e a cercare risposte alle troppe domande rimaste inascoltate. Non voglio colpevolizzare i genitori, perchè anche loro hanno un bagaglio non facile con cui fare i conti, inoltre non essendo ancora madre non posso immaginare il duro lavoro di chi da un giorno all’altro si ritrova con un bel fardello da gestire.
    Posso però mettere a disposizione la mia esperienza vissuta in prima persona, di secondogenita (e già questo può essere un problema nel gioco della ripartizione equilibrata e indiscriminata degli affetti) sensibile, forse troppo, di bambina nata già adulta, o forse, per chi crede nella spiritualità, con un Karma non indifferente da espiare. Oggi sono una giovane donna, in difficoltà ma che ha avuto il coraggio di fermarsi, guardarsi dentro e ri-costruirsi in una modalità del tutto nuova, proprio perchè le radici ho capito celavano dinamiche relazionali distorte e insane. Ho ereditato il lato responsabile del “dover fare” le cose in modo corretto, e questa alta aspettativa che sentivo come una nube tossica sulla mia testa di bambina insicura, a lungo andare ha generato varie ferite emotive interiori che si sono sfociate in veri e propri “sintomi”. Quando non si ha la forza o la capacità di dire “no, io mi ribello”, quando mancano gli strumenti per difendersi, si cercano modi alternativi per dire al mondo intero che qualcosa non va. I silenzi si sono trasformati in insicurezze e complessi di inferiorità prima e in perenni sensi di colpa poi. In tarda adolescenza il mio corpo è diventato “trasparente”, nel vero senso della parola, ed è stato in quell’esatto momento che il mio sintomo ha “rotto” gli equilibri anche in famiglia, portando così a galla quella polvere mai vista o mai voluta vedere. Di solito chi ci rimette sono i bimbi più sensibili, che se è pur vero nascondono una marcia in più (come dice un famoso libro), è allo stesso modo vero che soffrono in un modo quasi abonorme. I segnali della sofferenza latente sono molteplici, non bisogna arrivare per forza a vedere un corpicino di ossa per capire che intanto dentro qualcosa muore. Alle spalle ho varie storie sentimentali finite drammaticamente per incapacità di stare in una relazione in modo sano (ma non erano solo mie le colpe!), finivo per attaccarmi ad ogni persona che in un certo senso mi faceva sentire “amata” e importante, ma così facendo rovinavo tutto, ho dovuto cadere tanto in basso per capire che i fili del teatrino non si muovevano più (per fortuna direi), e ho dovuto distreuggere tutto per ri-costruire ogni cosa, da capo, ricominciando il lavoro da quando era stato “interrotto” nei primi anni dell’infanzia, quelli che gettano un ponte verso la vita adulta.
    Oggi cammino su un filo sottilissimo di equilibrio precario cercando di darmi risposte, ma al di la di questo riesco a fare una cosa che prima era quasi impossibile, ovvero dare voce alla bimba che non è mai riuscita a parlare e che in fondo, non chiedeva null’altro se non un abbraccio stretto quasi a dirle, andrà tutto bene.
    Fenice Sognatrice

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    • Fenice sognatrice, grazie per aver voluto regalare a questo spazio virtuale la sua intesa testimonianza. Il mio ultimo articolo nasce dalla mia esperienza clinica e dall’incontro di bambini e adolescenti che loro malgrado si fanno inconsapevolmente carico del disagio dell’intero gruppo familiare attraverso l’espressione più o meno manifesta di qualche forma di disagio psicologico. Qualunque attribuzione di colpa ai genitori sarebbe inopportuna, ha pienamente ragione lei, perché ogni “famiglia perfetta” “ha un proprio bagaglio non facile con cui fare i conti”. La “perfezione” è sempre un’illusione costosa! L’importante è trovare il coraggio di farci i conti prima che quello stesso bagaglio e il prezzo di quell’illusione ricadano con tutto il loro peso sulle spalle dei figli, con il rischio che crescano sentendosi loro stessi “un bel fardello da gestire”. Lei ha imparato a camminare su un “filo sottilissimo di equilibrio precario” tenendo la barra dritta e concentrandosi sulla direzione. Un passo alla volta. Perché ogni passo è importante. Ogni passo è una fotografia da custodire gelosamente. Le auguro di lasciarsi alle spalle gli abissi e di intravedere al più presto un paesaggio indicibile pieno di colori, profumi, voci, storie e … abbracci. Un caro saluto.

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  2. Quanta sacrosanta verità in queste parole! Di famiglie del Mulino se ne incontrano a iosa nello studio di uno psicologo e sono alcuni dei pazienti più difficili che si possano avere: anche solo scalfire la loro rigida corazza può diventare un’impresa. Articolo interessante e pieno di spunti di riflessione, come sempre.

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    • Hai ragione! Hanno un sistema difensivo non facile da scalfire! Ti “portano” il figlio come se fosse un giocattolo rotto da aggiustare in breve tempo e rifuggono ogni coinvolgimento come se il problema non li riguardasse. Aggiungo però che se si riesce a creare una buona alleanza, si raggiungono obiettivi non indifferenti. Grazie per il commento collega!

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  3. Quante riflessioni, quanti deja vu personali.
    Purtroppo succede spesso che questi ragazzini che mangiano male e di notte si svegliano urlando, magari in un tetro collegio, crescano senza il supporto esterno necessario e da adulti, a loro volta, diano
    vita ad una famiglia disfunzionale in altro modo. Apparentemente democratica, in realtà palesemente conflittuale, con parole grosse che volano anche in presenza di figli piccoli.
    E’ emblematico come, in certi casi, si verifichino “incompatibilità di patologie”: la donna cresciuta con una depressione sempre meno latente sposa il rigido dogmatico, un filino paranoico, e mettono al mondo un figlio.
    Il quale, a sua volta, inizierà presto a manifestare disagi.
    Vede, io sono sempre stata convinta del fatto che le nevrosi si tramandino di padre/madre in figlio/figlia. E così via.
    Allo stato attuale delle cose sto facendo l’impossibile, pur con tutti i miei limiti, per fare in modo che almeno mio figlio riesca a risolvere in tempo utile le sue insicurezze, e anche altro.
    Sono davvero contenta di aver “incontrato” la sua pagina facebook, grazie alla quale sono qui.
    Sicuramente è impossibile recuperare i decenni persi, ma si può fare in modo di salvare chi è ancora in tempo per essere salvato.
    Un cordiale saluto. 🙂
    Nico

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    • Gentilissima Nico, fortunatamente la trasmissione intergenerazionale delle nevrosi non segue un modello così lineare! Molteplici studi invece hanno appurato la correlazione tra alcuni stili di attaccamento (quelli cosiddetti “insicuri”) e lo sviluppo di psicopatologia nel bambino (e/o nell’adulto che diventerà), caratterizzata anche da quadri molto complessi come quelli dell’area borderline. Rispetto al delicato tema che lei solleva, però, per fortuna ci ha pensato Winnicott, noto psicoanalista inglese di matrice freudiana, a sollevare la figura materna dall’incombenza del dover essere perfetta e infallibile per non essere causa del disagio dei figli. La madre “sufficientemente buona” di Winnicott è un genitore imperfetto, ma affettivamente presente; consapevole dei propri limiti e in pace con la propria conquistata imperfezione. Questo è tutto ciò che possiamo fare (ed essere)! E se non sarà tutto, l’importante è che sia “sufficiente”! 😉 Grazie per il commento!

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