Dipendenza Affettiva nella Coppia

coppia b. e n.

Nella società contemporanea, in cui si assiste sempre più spesso alla costituzione di rapporti affettivi  “a tempo determinato e responsabilità limitata”, fondati su un tipo di comunicazione superficiale quando non fortemente condizionata dai social network, quello della dipendenza affettiva sta diventando un disagio sempre più diffuso. Quando si usa quest’espressione, non necessariamente ci si riferisce a componenti patologiche (si pensi ad esempio alla dipendenza che caratterizza il legame madre-bambino o a quella tra partner che costruiscono il proprio legame in un clima di interdipendenza affettiva). J. Bowlby, con la sua teoria dell’attaccamento, ha ampiamente dimostrato che la qualità delle precoci relazioni affettive con i caregivers (coloro che si prendono cura del neonato) influenzerà in modo determinante il successivo sviluppo affettivo nel bambino. L’Autore ha individuato e descritto diversi stili di attaccamento tra cui solo quello definito “sicuro” sembrerebbe in grado di prevenire il rischio di sviluppare disagi legati alla dipendenza affettiva patologica (come ho già scritto in questo articolo).
Il convincimento del dipendente affettivo è che non si possa essere felice senza l’approvazione dell’altro: per questo è disposto a tutto pur di compiacerlo fino, in casi estremi e drammatici, a subire violenze psicologiche e/o maltrattamenti fisici o ad accettare passivamente eventuali condotte riprovevoli. Il timore di perdere la persona da cui si è affettivamente dipendenti genera angoscia e disorientamento e la capacità di “tenerlo legato a se” diviene l’unità di misura del proprio valore. Per queste persone spesso la coppia diviene un illusorio rifugio ed il mondo circostante viene vissuto come una potenziale minaccia per il legame stesso.

Dipendenza affettiva e incastri collusivi

Chi in genere tende ad aggrapparsi all’altro come unica fonte di amore e sostegno e come mezzo per nutrire la propria fragile autostima, corre facilmente il rischio di divenire vittima di comportamenti manipolativi altrui. Non solo da parte di coloro che lo fanno in modo palese con atteggiamento arrogante, aggressivo e critico (tipico di molte personalità narcisistiche), ma anche da parte di chi riesce a nasconderlo molto abilmente. Vi è infatti la diffusa convinzione che la manipolazione affettiva sia una modalità peculiare della personalità narcisistica; in realtà è possibile riscontrarla anche in chi, pur avendo una personalità apparentemente debole e remissiva, proprio attraverso la propria presunta debolezza e fragilità attua strategie manipolative subdole, privando l’altro di ogni possibile difesa e inducendolo al senso di colpa.
Per via dei giochi collusivi inconsci di cui più volte ho parlato nel mio blog, chi ha più bisogno di affetto e validazione, diviene suo malgrado il più grande “esperto” nell’intercettare partner incapaci di amore e reciprocità. Tale connubio genera un legame “perverso”, in cui uno dei due partner facendo leva sui bisogni affettivi inappagati dell’altro, usa la critica, la svalutazione e l’umiliazione allo scopo di strumentalizzare la relazione per i propri fini; attraverso il senso di colpa il manipolatore alimenta nell’altro la sensazione di valere poco affinché questi senta la necessita di riparare, comportandosi paradossalmente proprio come al manipolatore fa comodo. Anche il manipolatore affettivo è a suo modo un “esperto” nella scelta ideale del partner: intercetta coloro che hanno una scarsa autostima e sono iper-sensibili alla critica e al giudizio e proprio attraverso tali punti deboli li sottomette alla propria volontà. Chi entra in contatto con la manipolazione affettiva infatti, tende a sua volta a sentirsi confuso, incapace di auto-dirigere le proprie scelte e di fronteggiare le critiche e le accuse.

Sottrarsi alla manipolazione affettiva del partner

Uno degli errori più comuni per chi incappa in relazioni di coppia fondate su presupposti disfunzionali è quello di credere che il cambiamento sia prerogativa esclusiva dell’altro. Nessuna relazione affettiva disfunzionale potrà mai virare verso direzioni reciprocamente appaganti, fino a quando entrambi i partner non saranno disposti a considerare il personale contributo nella dinamica di coppia.
Superfluo evidenziare come nel tipo di legame fin qui descritto tra un soggetto affettivamente dipendente e uno manipolatore, difficilmente potrà verificarsi questa eventualità: chi usa abitualmente strategie manipolative per sottomettere l’altro, appagare i propri bisogni o trarne gratificazioni narcisistiche, evidentemente non ha alcun interesse a modificare lo status quo.
Ciò che manca al manipolatore affettivo è quello che invece il dipendente affettivo sente in modo assordante, ma si rifiuta di ascoltare per difendersene: il dolore che tale condizione relazionale comporta. Un dolore che si rinnova dopo ogni critica e accusa ingiustificata, un vissuto devastante che fa da triste carburante alla propria disistima e che riduce il proprio senso di auto-efficacia. Ed è proprio in quel dolore che chi soffre di dipendenza affettiva può ricercare la motivazione per abbandonare una condizione emotivamente invalidante, imparando a riconoscere le proprie emozioni negative e ad affrontarle con coraggio e determinazione; imparando ad ascoltare i propri bisogni più profondi e a considerarli come un tesoro interiore degno di valore; riflettendo sul fatto che se ci si consente di trascurare se stessi, talvolta, involontariamente, si legittima qualcun altro a fare lo stesso. Solo abbandonando il campo minato dei “sono sfortunato, capitano tutti a me (gli amori sbagliati), sono troppo buono” è possibile l’incontro con se stessi e con le proprie aree di vulnerabilità.
Per imparare a costruire relazioni affettive sane (che non siano basate solo sull’atavico bisogno di fusione con l’altro nel tentativo di riparare antiche ferite emotive), improntate alla reciprocità e alla progettualità, è necessario approfondire le ragioni che hanno indotto ad accontentarsi della mediocrità affettiva dell’altro. Le risposte sono all’interno di se stessi e la strada per trovarle si dipana nella propria storia personale e familiare. E’ sempre possibile imparare a fare i conti con la propria fragilità prima che questa assuma il controllo della propria vita e scelga al posto nostro; è sempre possibile concedersi la possibilità di guardare a se stessi con maggiore indulgenza. In caso contrario, si rischia di reiterare i medesimi copioni relazionali anche nelle successive relazioni sentimentali: solo attraverso una riflessione profonda sull’inconscio disprezzo per se stessi come soggetti bisognosi e dipendenti, sarà possibile superare la dinamica circolare di dipendenza e di ricerca autolesionista di partner svalutanti e anaffettivi. E attraverso un faticoso viaggio negli spazi più angusti e scomodi del proprio mondo interno, sarà possibile (ri)tovare il valore perduto per se stessi. Perché, come ammoniva Erich Fromm “È inutile cercare chi ti completi, nessuno completa nessuno, devi essere completo da solo per poter essere felice”!

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9 pensieri su “Dipendenza Affettiva nella Coppia

  1. “Le risposte sono all’interno di se stessi e la strada per trovarle si dipana nella propria storia personale e familiare..”.

    Non si nasce “dipendenti” affettivamente, ma come giustamente viene espresso nell’articolo, c’è un bandolo della matassa da dipanare per poter ri-trovare il capo del gomitolo, e quindi la consapevolezza di ciò che siamo, e dove stiamo andando. Ma se è vero che “accettare i propri limiti” e’ un passo avanti verso la svolta del cambiamento, a conti fatti, destrutturare comportamenti cristallizzati sulla propria persona per anni, non è così semplice come si può pensare, anzi, a volte ci si sente quasi sviliti è bloccato dentro gabbie che non abbiamo scelto noi.
    Siamo il frutto di ciò che abbiamo vissuto. Mi verrebbe da consigliare ai genitori di oggi di non sottovalutare mai i comportamenti dei propri figli, molto spesso sono casuali, senza un motivo, ma altre volte sono segnali che, se inascoltati, possono condizionare il “futuro adulto”, nelle relazioni affettive e non. Siamo oggi la cartina di tornasole di un passato inespresso.

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    • Gentile Fenice sognatrice, ancora una volta ha centrato in modo molto acuto il punto focale della questione. L’educazione affettiva delle nuove generazioni, l’ascolto attivo dei giovani, l’attenzione ai bisogni emotivi dei bambini, il massaggio infantile sin dai primi giorni di vita del neonato, l’educazione sentimentale e sessuale degli adolescenti, sono gli unici modi per prevenire difficoltà relazionali e lo sviluppo di psicopatologie in epoche successive. Purtroppo assisto sempre più frequentemente ad un atteggiamento passivo, deresponsabilizzante e delegante da parte delle principali agenzie educative su questi temi. Non c’è il desiderio di una reale presa in carico e vi è un dilagante atteggiamento di rinuncia pedagogica.
      Ha altrettanto ragione nel dire che imparare ad “accettare i propri limiti” e lavorare in ottica del cambiamento è tutt’altro che semplice: l’alternativa però è quella di permettere ai “comportamenti cristallizzati” di spingerci verso posizioni nevroticamente infruttuose, cadendo in balia di manifestazioni somatiche/ansiose/depressive e dei conflitti irrisolti ad esse sottostanti. La ringrazio e le auguro buona serata!

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  2. L’ha ribloggato su dandeepe ha commentato:
    “Dove sei Eva,mitica preda
    Dove sei figlia,madre,sorella santa
    Dove sei tesoro,ricchezza insipida
    Dove sei,tenebra,serpe,strega
    Dove sei golosa,avida,bestia
    Dove sei bastarda
    Dove sei bellezza
    Se m’andrà bene t’amerò per sempre,se m’andrà meglio morirò per te,se m’andrà male sarai solo voce,se sarà peggio un’abitudine.
    Dove sei luna,dove sei sola,dove sei tana
    Dove sei iota,violenza spina
    Dove sei piacere,speranza accolita
    Se m’andrà bene t’amerò per sempre,se m’andrà meglio morirò per te,se m’andrà male sarai solo voce,se sarà peggio un’abitudine.
    Dove sei tenera, inutile limite
    Dove sei fine,sventura
    Dove sei nuda,furia sublime
    Se m’andrà bene t’amerò per sempre,se m’andrà meglio morirò per te,se m’andrà male sarai solo voce,se sarà peggio un’abitudine. ”
    (“Eva” di Ettore Giuradei)

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  3. Trovo il sito e l’articolo molto interessante. Tuttavia certi condizionamenti sono sangue, ossa e sguardi q cui si risponde in modo condizionato e inconsapevole. Lasciare vecchi comportqmenti nn solo è faticoso e difficile mq diventa una sfida con se stessi nn priva di tormenti inesauribili. Guardare avanti mentre una parte di te….tira e buole rimanere ferma richiede tutto lo sgorzo e la tenacia possibile. Entrare in dinamismo con fiducia nn dimenticandosi mai che tutto ciò che siamo oggi lo dobbiamo agli errori di ieri…..coccolando le fragilità, nutrendo le nostre debolezze….ci attende un futuro prospero e glorioso.

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  4. Per ogni periodo ero pronta al commento, ma continuando a leggere ho capito che posso solo dire che le sue parole sono per me una conferma. Comunque, credo che lasciare la situazione che si vive non sia invitante anche perché la vittima di manipolazione si sente in un certo senso al sicuro nella situazione che sta vivendo, mentre senza di essa troverebbe l’ignoto. E, anche se favorevole, l’ignoto spaventa, se non altro per le problematiche che si verrebbero a presentare. Quindi alla fine spera sempre di poter cambiare ciò che conosce…

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    • Gentilissima Dora, la condizione che descrive è effettivamente molto comune. La dipendenza affettiva, quando assume connotazioni patologiche, affonda le sue radici in un passato polveroso e carico di dolore. È figlia della ferita dei non amati. Per questo spesso si predilige l’instabilità di una relazione fondata sulla mediocrità affettiva al senso di smarrimento che la rottura di quel rapporto comporterebbe. Perchè fare i conti con l’ignoto richiede una dose di coraggio e di incoscienza non indifferente! Soprattutto quando quell’ignoto si trova “dentro” e non all’esterno, in quella voragine affettiva così difficile da colmare. La invito a leggere l’articolo correlato ” La trappola della dipendenza affettiva” se le fa piacere. Grazie per il suo commento è per l’ occasione di confronto! Cari saluti, con l’ augurio di ritrovarla ancora tra queste pagine!

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  5. Purtroppo non si può obbligare una persona a fare terapia, non si può obbligarlo ad andare da uno psicologo, non lo si può obbligare a rendersi cosciente della dipendenza affettiva che ha. Non si può obbligare l’altro a guardare in faccia se stesso e a scoprire cosa c’è che non va. E allora come si fa? L’altro non ti permette niente se non quello che si aspetta di avere lui. L’altro non ti permette di evolverti. Ma non si rende conto di fare questo per paura di perderti. Perchè ti vuole sempre uguale, sempre come immagina che tu sia. E non lo si può obbligare ad entrare nello studio di uno psicologo perchè lui non crede nella psicologia e non vuole parlare con uno sconosciuto. Quindi come si fa?

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