La Trappola della Dipendenza Affettiva

Annarita Arso Psicologa Brindisi

Erano gli anni della mia formazione post lauream e svolgevo il tirocinio professionalizzante presso un Servizio di Neuropsichiatria per l’età evolutiva quando, per la prima volta, ebbi la possibilità di osservare alcune specifiche dinamiche relazionali che molti adolescenti tendevano a riproporre in modo quasi schematico nei loro primi rapporti amorosi; schemi comportamentali che ricordavano moltissimo alcuni meccanismi rintracciabili nei rapporti con le figure genitoriali. Avevo da poco conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e la trilogia di Bowlby “Attaccamento e Perdita” campeggiava ancora come una Sacra Bibbia sulla mia disordinata scrivania: le sue teorizzazioni sui modelli operativi interni e sugli stili di attaccamento del bambino al caregiver (confluite a pieno titolo nel mio lavoro di tesi sull’esordio dei disturbi di personalità borderline in adolescenza), mi avevano edotto a sufficienza su come tali legami influenzassero in modo significativo tutte le esperienze affettive successive (sebbene non secondo un rigido modello deterministico di causa-effetto!).
Fu in quello stesso periodo che incappai, per puro caso, nell’opera datata anni ’70 della psicologa americana Robin Norwood; il testo, dall’eloquente titolo di “Donne che amano Troppo“, ancora oggi rappresenta una sorta di apripista nella discussione sulla dipendenza affettiva. “Divorai” il libro in un paio di pomeriggi, felicemente colpita dalla chiarezza espositiva e dalle numerose esemplificazioni cliniche capaci di spiegare le ragioni che, a suo avviso, spingevano alcune donne a relegare in cantina i propri bisogni e a donarsi con totale dedizione e sacra devozione al partner; donne che sembravano accomunate tutte dal desiderio di replicare i passi di una danza ben conosciuta e perciò paradossalmente rassicurante, nonostante fosse fonte di frustrazione e dolore. Fu allora che decisi di approfondire l’eziologia della dipendenza affettiva (che sembrava accomunare le storie di molti adolescenti che incontravo ogni giorno): tema di cui, durante gli anni della formazione universitaria, avevo sentito parlare solo nel “Trattato di psicoanalisi delle nevrosi e psicosiin cui Fenichel aveva introdotto l’espressione “amore – dipendente” per riferirsi proprio a coloro che necessitano dell’amore come i bulimici del cibo e i tossicodipendenti dell’alcool o della droga.

Il desiderio fusionale

Possiamo annoverare questo tipo di dipendenza tra le cosiddette New Addictions (ovvero le Nuove Dipendenze in cui l’oggetto non è costituito da alcuna sostanza chimica come droga o alcol, ma è rappresentato da comportamenti o attività che sono parte integrante della vita quotidiana). Si può parlare di dipendenza affettiva quando il desiderio fusionale, tipico dell’iniziale fase di innamoramento, non solo non tende a scemare con il tempo, ma diviene, per uno dei due partner (o entrambi!) il vero organizzatore della relazione di coppia, il filo rosso, il leitmotiv alla base dei propri comportamenti. Il dipendente affettivo vede nel partner, la fonte del suo sostentamento emotivo e nella relazione, quella della propria gratificazione personale.
Perché c’è chi sceglie di restare intrappolato in una relazione che non offre alcun tipo di reciprocità? Perché ci si ostina a restare legati ad un partner che non solo non accoglie i propri bisogni emotivi, ma li umilia e li calpesta? La risposta sembra tanto ovvia, quanto dolorosamente complessa, ovvero per gli stessi motivi per cui il tossicomane ricerca in modo compulsivo la dose: semplicemente, non ne può fare a meno! Ed infatti, la dipendenza affettiva secondo Giddens presenta le stesse caratteristiche di quelle da sostanze chimiche: l’ebbrezza, (in attesa della vicinanza con l’amato), la dose (il bisogno di aumentare in modo compulsivo la ricerca e la vicinanza dell’altro), la perdita dell’Io (la ricerca di uno stato di “fusione” con l’amato). Nella dipendenza affettiva, i bisogni dell’altro sono prioritari e per soddisfarli si è disposti a qualunque sacrificio; il partner come scriveva nel 1998 DuPont, assume ai propri occhi il ruolo di un salvatore, diviene lo scopo della propria esistenza e la sua assenza anche temporanea dà la sensazione al soggetto di non esistere, con vissuti assimilabili ai sintomi di astinenza.

La dipendenza affettiva ha premesse lontane

J.L. Herman ha spesso riscontrato in queste persone una storia infantile di maltrattamenti fisici e abusi sessuali; D. Miller ha addirittura ipotizzato una correlazione tra dipendenza affettiva e Disturbo Post Traumatico da Stress (un quadro sintomatologico di cui ho parlato in un altro articolo): effettivamente, nelle storie cliniche di alcuni soggetti spesso è rintracciabile (tra le varie concause) uno specifico evento a valenza “traumatica” che ha inciso fortemente sul valore attribuito a se stessi. Talvolta, si tratta finanche di eventi insospettabili (come l’allontanamento di un genitore per ragioni lavorative o a causa di una separazione coniugale), che, nel mondo fantasmatico di un bambino alimentano la fantasia di non essere degno dell’amore di quel genitore e il senso di colpa per aver fatto qualcosa di sbagliato per contribuire a quell’allontanamento. Ho conosciuto bambini che si auto-attribuivano la responsabilità finanche della morte di un congiunto (“… è volato in cielo perché preferisce giocare con gli angeli, piuttosto che con me che non mettevo mai a posto i giocattoli come mi chiedeva di fare”) o della separazione dei genitori (“Papà forse se ne è andato perché io trascorrevo più tempo con mamma che con lui”) o del tradimento coniugale (“Papà ha scelto un’altra donna per avere un’altra figlia più brava di me”) ma su quest’ultimo punto Freud e le teorie sull’Edipo richiederebbero una trattazione a latere (non me ne vogliano gli psicoanalisti!).
Spesso si tratta semplicemente di famiglie in cui i bisogni emotivi sono stati trascurati a vantaggio di un accudimento materiale. Altre volte, di famiglie con medesime dinamiche di dipendenza tra i coniugi. Si tratta comunque di persone a cui, per tutta l’infanzia, è stato veicolato il messaggio di non essere degne d’amore.
Studi recenti, ritengono che l’incidenza di tale dipendenza colpisca prevalentemente la popolazione femminile: io ritengo che, con le dovute differenze tra i generi, la proporzione sia meno rigida e che anche molti comportamenti maschili che sfociano nell’aggressività agìta, a cui i casi di cronaca nera negli ultimi anni ci hanno tristemente assuefatto (“o con me o con nessun altro!”), possono essere ragionevolmente riconducibili a complesse dinamiche di drammatica dipendenza patologica.

La voragine affettiva

L’impossibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza nell’infanzia, genera, crescendo, il bisogno di sfidare l’altro per cercare conferme alla propria autostima, risanando le ferite che le sono state inferte. La dipendenza affettiva diviene così uno scudo dietro il quale nascondere i propri bisogni, la paura dell’abbandono, il senso di colpa, il sentimento di inadeguatezza, la disistima. Un “bagaglio” pesante e doloroso che i dipendenti affettivi hanno iniziato ad accumulare nei primissimi anni di vita, quando hanno visto ignorati e frustrati (se non addirittura umiliati) i bisogni di accudimento emotivo. Quei bisogni inascoltati e non accolti sono scivolati in una voragine affettiva, in cui hanno trovato terreno fertile il senso di inadeguatezza e lo scarso valore di Sé. Ed è proprio lì, in quella voragine, che i dipendenti si sono definitivamente convinti di non essere “degni di amore” e “meritevoli di affetto” e hanno imparato a compensare quella sensazione di “essere trasparente” replicando gli stessi antichi copioni che hanno ostacolato la propria crescita personale, quelli che Freud spiegherebbe con la “coazione a ripetere” (un processo che induce il soggetto a riproporre automaticamente dinamiche, comportamenti e situazioni negative del proprio passato, in maniera del tutto inconsapevole) e altri Autori, attraverso i processi copia – incolla. Chi, per varie concause, si è formato un concetto di Sé negativo, tenderà molto probabilmente a confermarlo, ricercando e rimanendo intrappolato in dinamiche relazionali che si auto – alimentano di vissuti dolorosi.

Uscire dalla voragine

Nella vita di coppia, il dipendente affettivo “gioca” più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori, sforzandosi di costruire un finale diverso. La dipendenza affettiva, diversamente da quanto a volte si affermi, è soprattutto una dinamica a due, sia che l’altro sia sfuggente/evitante, sia che condivida problematiche simili oppure complementari alle nostre! In ogni caso, continuare ad attribuire la colpa al partner equivale a restare impantanati nelle sabbie mobili della nostra voragine affettiva; perché urlare da laggiù contro chi continua a ferirci serve solo a trarre conferma delle nostre ragioni nell’eco delle nostre stesse parole; perché aggredire l’altro non riduce quella sofferenza che affonda le radici nel nostro polveroso passato ma equivale a tagliare i rami secchi di un albero che viene avvelenato dal terreno che dovrebbe nutrirlo; perché attribuire all’altro etichette svalutanti fa solo da carburante alla nostra rabbia; e convincersi che l’altro è affetto da un disturbo narcisistico (cavalcando la tendenza del momento di patologizzare la normalità!) o più semplicemente da un opportunismo di circostanza, non ci restituirà la fiducia e la stima in noi stessi. E allora, si può scegliere di fare i conti con quella voragine originaria per imparare ad accettarla e provare a riempire le falle più dolorose oppure continuare a camminarci intorno, fingendo che non esista e accontentandosi dell’equilibrio instabile delle nostre relazioni sentimentali. In quest’ultimo caso, bisognerà allenarsi ad attraversare la vita come se si camminasse perennemente (rubando un’espressione della Norwood) “in salita, all’indietro e sui tacchi a spillo”.

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10 pensieri su “La Trappola della Dipendenza Affettiva

    • Avrai un bel da fare allora! Nonostante ogni volta mi riprometta di essere meno prolissa, finisco sempre con il superare i limiti prefissati. Evidentemente quando distribuivano il dono della sintesi mi precedevi nella fila (le immagini del tuo blog sono l’esempio eloquente di come si possa comunicare un’infinità di messaggi e di emozioni in un solo fotogramma!). Se hai bisogno di una bussola il menù a tendina sotto la voce “aree tematiche” può esserti utile; i tag sono una buona alternativa! Grazie e a presto!

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  1. Cara dottoressa,
    è possibile che i dipendenti affettivi, nel tempo, sviluppino rabbia e aggressività verso partner ignari, magari migliori di quelli incontrati in precedenza?
    Tanto da sentirsi dire “perchè vuoi far pagare proprio a me quello che ti è successo in passato”?
    Ed è possibile che questi dipendenti affettivi mettano in atto strategie paranoidi per controllare il partner, poichè lo si ritiene, magari a torto, bugiardo e inaffidabile?
    Lei linki pure i suoi post passati: nel frattempo ho comprato “il piccolo libro dell’Ombra” ed alcuni libri di Bowlby.
    Grazie.
    Un caro saluto.

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