Sè Ideale e Vanità Virtuali

selfie monroe

Umberto Galimberti, noto psicoanalista italiano, sostiene, a ragion veduta, che la nostra è una generazione educata più all’applauso che all’ascolto. La realtà virtuale non solo non si sottrae a questo atteggiamento socialmente sempre più diffuso, ma talvolta, a mio avviso, ne diviene la più potente cassa di risonanza. I più noti social network sempre più spesso divengono veicolo di comunicazione elitario a discapito del dialogo autentico fondato sull’ascolto e sulla comprensione dell’altro e contribuiscono in modo significativo a spostare l’ago della bilancia più sull’ “esibire” che sul “sentire”. C’è chi preferisce postareuna foto profilo accattivante piuttosto che entrare in contatto con gli aspetti più oscuri del proprio Sé: come se un paio di occhiali all’ultima moda o l’outfit all’ultimo grido possano compensare i propri limiti, riempire vuoti emotivi e ridurre la propria insoddisfazione. Si preferisce esibire “ciò che si possiede” piuttosto che mostrare “ciò che si è”, facendo confluire l’anello di brillanti, la moto appena acquistata o l’abito della griffe sulla cresta dell’onda, nella costruzione della propria identità virtuale. Si prediligono canali comunicativi fast and furious come Whatsapp e Facebook, in apparenza solo per ottemperare alla mancanza di tempo e invece si finisce con il sentirsi sempre connessi con l’altro senza mai entrare veramente in contatto con lui. Perché commentare un post, una foto o un’immagine, visualizzare un video virale o postare la foto con l’antipasto di frittura mista che ci apprestiamo a mangiare, il più delle volte, non ha nulla a che vedere con il “sentire” ed è quanto di più lontano ci possa essere dal “condividere” qualcosa di realmente autentico.

Identità virtuali e proiezioni reali

Apprezzare un link e portarlo sul proprio profilo equivale ad appropriarsi di un pezzo di realtà virtuale altrui per nutrire la propria, costruita a sua volta a tavolino per compiacere gli altri o per auto convincersi che non ci interessa la loro approvazione: quasi mai ci si interroga sul valore che l’altro ha affidato a quelle parole o a quell’immagine, ancor più raramente ci si sofferma a leggere tra le righe alla ricerca di un’emozione sfuggita a prima vista. L’assenza di comunicazione non verbale, da sempre collocata dagli studiosi della comunicazione umana sul podio davanti a quella verbale e a quella para-verbale (tono, volume ecc), non fa che alimentare il carattere ambiguo, e per certi aspetti asettico, di questo tipo di interazione. Spesso, ciò che si decide di portare nel proprio spazio virtuale (dalla foto su Instagram al commento su Twitter, dall’immagine di copertina su Facebook allo stato su Whatsapp), è la cartina di tornasole di ciò che si sceglie di far confluire nell’identità virtuale e di ciò che invece si vuole far restare fuori: una selezione tra ciò che “mi piace” e ciò che “non mi piace” che in alcuni soggetti assume il carattere di una vera e propria scissione (operata per lo più inconsapevolmente), che non di rado contribuisce all’intensificarsi dell’uso di meccanismi difensivi disfunzionali. Mi riferisco alla sfilata di link inneggianti al proprio valore, alla propria superiorità, alla propria integrità d’animo o a quelli che svalutano e mortificano gli altri, sempre troppo invidiosi o troppo incapaci per apprezzare le proprie infinite qualità. Perché nel mondo virtuale è un gioco fin troppo facile restare nella schiera dei “buoni” e relegare all’esterno tutti coloro che per un motivo o per l’altro non son degni di farne parte: così l’invidioso è sempre il collega incapace, l’incivile quella del piano superiore e il narcisista il partner che ha deciso di interrompere la relazione. E non importa se al contempo si attribuisce al collega l’etichetta di raccomandato, se si accusa la vicina di essere frustrata per via dell’insoddisfazione coniugale e se per mesi si inveisce contro l’ex dalla propria postazione virtuale, dimostrando difficoltà nella gestione degli impulsi e un’incontenibile pretesa di monopolizzare l’attenzione e di nutrire il proprio ego, di gran lunga maggiori di quelli attribuiti ai propri “nemici”! “La modalità con cui gestiamo le nostre relazioni on line è proporzionale allo sviluppo della personalità: in questa dimensione senza confini e senza gli indicatori tipici della relazione off line è indispensabile la capacità di vedere l’altro come separato e distinto da sè, la capacità cioè di instaurare relazioni oggettuali” (Fata, 2005). Invece c’’è chi abusa sempre più frequentemente di parole colpevolizzanti e aggressive e di espressioni etichettanti e ridondanti che sostituiscono il dialogo costruttivo e ignorano la preziosa dimensione dell’ascolto (dei propri bisogni più profondi e delle ragioni dell’altro): ciò accade perché la realtà virtuale si configura come uno spazio psicologico intermedio fra Sé e gli altri, un terreno fertile per processi di proiezione, regressione, transfert e contro-transfert. All’estremo, in quegli ambienti virtuali dove è possibile nascondersi dietro l’anonimato, si arriva ad assistere ad una vera e propria dissociazione fra vita on line e off line, la realtà virtuale diviene quel luogo dove spogliarsi dalle convenzioni sociali e dare libero sfogo agli impulsi sessuali e aggressivi più primitivi.

 ideale e gratificazione narcisistica

Nel mondo virtuale è un gioco da bambini diventare ciò che vorremmo essere: ci si può divertire con un “taglia e cuci” per ogni occasione e ricoprirsi con l’abito virtuale su misura che più ci soddisfa. Possiamo sceglierne i colori, i tessuti e gli accessori e se dovessimo accorgerci di aver sottovalutato qualche dettaglio, basterebbe un clic per eliminare ciò che poco s’intona con la nostra carnagione. La possibilità di una sovra-esposizione virtuale del “Sé ideale” (in qualunque forma individuale si esplichi), appaga e al contempo alimenta i bisogni di ammirazione e di gratificazione narcisistica; il palcoscenico fornito dai Social Network, in tal senso, fornisce una vetrina vastissima per esporre le personali (vere o presunte) qualità e raccogliere consensi. Dalla postazione virtuale è possibile esibire “ciò che vorremmo essere” che non necessariamente coincide con un presunto ideale di perfezione collettivo (essere alla moda ecc) né tantomeno con un atteggiamento conformista (“scrivo, pubblico, posto, solo ciò che presumo mi faccia ottenere il maggior numero di likes”); per alcuni, anzi, il Sé Ideale può esprimersi proprio attraverso la critica, la provocazione, l’atteggiamento anticonformista, l’adozione di un punto di vista impopolare. Un tema su cui la mia categoria è obbligata ad interrogarsi visto che sempre più spesso entra a gamba tesa nel setting clinico, sconvolgendone gli assetti tradizionali. Un gioco, per tutti gli altri, che può divertire, rilassare e compiacere solo fino a quando rimane nella dimensione ludica e non arriva a sostituire l’interazione reale, svuotandola di significato. Perché non bisognerebbe mai dimenticarsi di dedicare a se stessi e alle proprie relazioni interpersonali maggiori attenzione e meticolosità di quelle riservate alla “manutenzione della propria identità fittizia”, concedendosi il vezzo di transitare nella realtà virtuale il tempo necessario per sottrarsi ai doveri quotidiani, senza sostarvi più del dovuto e senza dimenticare di fare ritorno a “casa”.

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5 pensieri su “Sè Ideale e Vanità Virtuali

    • Salve Alessandro e benvenuto nel mio blog. Soffermarsi sulle “nuove dipendenze” avrebbe spostato completamente il focus da ciò di cui mi ero prefissata di parlare, ovvero il modo in cui le nuove tecnologie consentono di esibire Il Sè ideale, tanto caro ai padri della psicoanalisi, facendolo confluire nell’identità virtuale che si sceglie di cucirsi addosso. Un tema su cui i clinici sono obbligati ad interrogarsi visto che sempre più spesso entra a gamba tesa nel setting,clinico sconvolgendone gli assetti tradizionali. Occuparsi della dipendenza dai social network avrebbe richiesto una trattazione (neppure lontanamente esaustiva) a parte. Non escludo che scelga di occuparmene nelle prossime settimane. Grazie: le critiche costruttive sono sempre ben accette. Buon pomeriggio. Dott.ssa Annarita Arso

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      • Grazie dottoressa per aver soddisfatto la mia curiosità. Ho letto l’ultimo articolo e ho capito molte cose che non sapevo. Tornerò nel suo sito e la seguirò con interesse!!! Buon fine settimana

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