La dinamica della Lamentela

Annarita Arso Psicologa Brindisi

La Lamentela come Atteggiamento

Ognuno di noi ha sperimentato il vissuto di impotenza a seguito di situazioni insoddisfacenti e frustranti o, per varie ragioni, immodificabili; una delle reazioni più comuni e comprensibili è quella di cedere alla tentazione di lamentarsi. La lamentela per così dire “sporadica” offre una momentanea valvola di sfogo, più o meno catartica, ad un vissuto negativo che genera disagio e malessere. Quando invece diventa una modalità costante e una reazione abituale alle circostanze esterne, rischia di innescare nella mente una serie di pensieri negativi capaci di intrappolarla in un complesso circolo vizioso che diviene difficile da bloccare perché si autoalimenta. L’unica via d’uscita, in questi casi, è rappresentata dall’accettazione del problema stesso (“se non posso modificare ciò che mi fa soffrire, posso decidere di assumere un atteggiamento funzionale a tollerare il senso di frustrazione che ne deriva”).
Quando ad esempio, si vive una relazione sentimentale insoddisfacente ma non si è indipendenti economicamente per interromperla oppure si è obbligati (per medesime ragioni economiche) a svolgere un lavoro poco gratificante o, ancora, ci si ritrova ad affrontare l’inaspettata e dolorosa malattia di una persona cara, è comprensibile (e per certi versi legittimo) sentire il bisogno di esprimere la propria rabbia e l’eventuale sentimento di ingiustizia attraverso la lamentela. Se lo si fa con l’intenzione di ricevere conforto e comprensione e ritrovare l’energia giusta per affrontare la situazione, non può che essere una valida alternativa ad un atteggiamento passivo e per certi versi improduttivo. Quando invece la lamentela è fine a se stessa, non fa che consolidare la propria interpretazione pessimistica degli eventi, svuotando le energie e bloccando le risorse personali.
Cambiare atteggiamento ed evitare di cadere nella trappola della lamentela significa scegliere, come si suol dire, di guardare la parte piena del bicchiere, imparando ad ACCETTARE la metà vuota ed evitando di lamentarsi del fatto che il bicchiere non sia colmo come ci piacerebbe che fosse. Questo atteggiamento consente, recuperando gli esempi di poco fa, di eludere il rischio di far pagare ai figli il prezzo della propria insoddisfazione coniugale, di essere orgogliosi di aver saputo adattare le proprie competenze in un settore diverso da quello per il quale abbiamo investito in formazione, di infondere coraggio nel familiare che sta vivendo un momento difficile e sostenerlo con tutta la nostra energia nel calvario della sua malattia. In questo senso, lo psicologo statunitense Wayne W. Dyer scrive che “non lamentarsi” equivale ad ACCETTARSI: ovvero, per interpretare il suo pensiero, potremmo dire che “non lamentarsi” equivale ad accettare i propri limiti (compresa l’impossibilità/incapacità di cambiare le cose) e a riconoscere e promuovere le risorse che consentono di tollerare ciò che non si può cambiare. Superfluo sottolineare, che le reazioni di impotenza, rimuginazione ossessiva e immobilità legate a situazioni estreme e oggettivamente immodificabili (mi riferisco ad esempio alla reazione al lutto!) prescindono, per ovvie ragioni, dall’oggetto di questo articolo.
Per quanto riguarda invece le situazioni poco gratificanti di ordinaria quotidianità, scegliere la via della lamentela, contribuisce solo a riempire la propria mente di tossine emotive, incrinando l’autostima e concentrando nevroticamente le proprie risorse solo su ciò che non funziona, piuttosto che sulle potenzialità delle situazioni contingenti. Lamentarsi di ciò che non è possibile modificare, utilizzando una metafora che mi auguro risulti visivamente efficace, equivale a dimenarsi nelle sabbie mobili. Quando Dyer ci ricorda che “Amare se stessi vuol dire ACCETTARSI in quanto persona degna di rispetto, perché così si è deciso. ACCETTARSI vuol dire altresì non lamentarsi. ACCETTARE significa non trovare da dire; la felicità significa non lamentarsi di quello per cui non c’è niente da fare”, ritengo che ci regali una preziosa esortazione ad imparare a non subire gli eventi e a non rinunciare a dirigere la nostra vita.

La Lamentela del Bambino Ferito

In alcuni casi la lamentela diviene una modalità costante e pervasiva di comportamento. Si tratta di soggetti che probabilmente sono rimasti intrappolati in vissuti emotivi disfunzionali correlati alle prime fasi dello sviluppo evolutivo; persone che portano nello zaino sulle proprie spalle una collezione di bisogni infantili rimasti inappagati e li presentano su un vassoio dorato agli altri, sperando che finalmente possano trovare soddisfacimento. E’ come se il bambino ferito che si nasconde dentro di loro, si presentasse, senza invito, nelle relazioni affettive più strette, riproponendo vecchi copioni in attesa di un finale diverso. Probabilmente le precoci relazioni di attaccamento hanno creato aspettative relazionali negative (“i miei bisogni non vengono soddisfatti”) e non hanno promosso la corretta espressione delle proprie emozioni (“inutile raccontare la mia ferita, tanto nessuno se ne occuperà”). Quel bambino bisognoso di comprensione, ascolto e carezze emotive, vive nell’attesa che qualcuno lo “salvi” dalla sua prigione: chi vive intrappolato nella ragnatela della lamentela, rischia di compromettere il buon esito delle relazioni affettive a causa delle pressanti richieste emotive e dell’incapacità di accudimento reciproco. In questi casi, spesso non è sufficiente un semplicistico cambiamento di atteggiamento, poiché le ragioni alla base della lamentela sono molto più profonde e complesse: rappresentano un’impalcatura mentale che non può essere demolita con una semplice esortazione a farlo. Solo attraverso un lavoro profondo su se stessi è possibile prendere contatto con le emozioni più profonde, placare il bambino esigente ed entrare in contatto con la parte adulta di Se.

La Lamentela come Strumento di Controllo

Ci sono poi quelli che usano la lamentela come uno strumento di controllo. In questi casi, la lamentela più che fastidio ed evitamento, come nel caso del “bambino ferito”, genera negli altri compassione, pena e senso di colpa. Ed è proprio strumentalizzando questi vissuti che chi fa del vittimismo la propria vocazione esercita il controllo sulla relazione: la lamentela ha lo scopo di apparire deboli agli occhi degli altri (del figlio, del coniuge, del collega…) sperando che l’altro si mostri disponibile a fare da confortante stampella emotiva. Chi si definisce sistematicamente vittima delle circostanze esterne, dichiarandosi impossibilitato a modificarle e negando qualunque contributo personale nella genesi di un conflitto relazionale, adotta un meccanismo difensivo disfunzionale atto a salvaguardare le proprie convinzioni (su se stesso, sugli altri, sul mondo) e a disconoscere il proprio ruolo in una dinamica relazionale fallimentare. Il risultato all’interno della relazione (amicale, amorosa ecc) può essere fortemente deleterio sia per se stessi che per il rapporto: esonerarsi da qualunque responsabilità, attribuire tutte le “colpe” all’altro, mostrarsi incapaci di mettersi in discussione, spesso si rivela solo una fallimentare strategia per salvaguardare nient’altro che l’equilibrio precario ed instabile della propria fragile autostima. Coloro che, a loro volta, si prestano a questo “gioco relazionale” compatendo le lagne rabbiose di chi non è realmente vittima, prendendo per buone le ragioni alla base delle loro lamentele, contribuiscono ad alimentare questo circolo vizioso che impedisce al vittimista di prendere coscienza della propria responsabilità e di ACCETTARE ciò che ostinatamente nega.
Il “Sensibile Salvatore” che rinforza le lagne vittimistiche esibite, non solo non promuove nel vittimista il necessario cambiamento delle sue disfunzionali modalità difensive (perché, per quanto possa risultare fastidiosa, di strategia di sopravvivenza psicologica trattasi), ma viene egli stesso “strumentalizzato” allo scopo di arricchire il copione di vittima incompresa.
La vittima di un sopruso reale necessita di aiuto e comprensione; il vittimista invece, necessita di essere invitato a smettere di farsi del male e di farlo agli altri, imparando a riconoscere e a interrompere l’inganno con cui tesse le proprie relazioni interpersonali. A chi è capace di riconoscere e svelare tale inganno alla base dei giochi vittimistici, non resta che allontanarsi dal vittimista che si ostina a voler barattare un rapporto autentico con uno manipolativo.

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5 pensieri su “La dinamica della Lamentela

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  2. Salve. Sono sposata da due anni con un uomo meraviglioso: le sembrerò cinica ma sarebbe stato perfetto se fosse stato orfano. Sua madre è la rappresentazione in carne ed ossa del vittimismo opportunistico. Usa i ricatti emotivi con lui e con suo fratello sin da quando sono venuti al mondo. Purtroppo per loro è normale e non riescono a vedere con lucidità la loro soggezione psicologica a questa donna manipolativa e inaffettiva. Appena è a conoscenza di un programma una gita una festa, puntualmente accusa un malore e fa saltare tutti i piani. Intavola una scenata di piagnistei che fa cascare i suoi due figli ai suoi piedi, gli annebbia la vista e gli manda il corto circuito il cervello. Mia cognata (sposata da dieci anni) sta seriamente pensando alla separazione; io resisto augurandomi che lui riesca a liberarsi dal controllo di questa madre ingombrante. Scusi lo sfogo.

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