I Sotterranei dell’anima: l’Ombra e la Rabbia

Annarita Arso Psicologa Brindisi

Secondo le teorizzazioni Junghiane, l’Ombra è l’archetipo relativo alla parte oscura, rigettata e minacciosa del Sè, ovvero quella parte di ciascuno di noi in cui vengono relegati tutti gli aspetti della personalità che rifiutiamo o che consideriamo socialmente poco desiderabili: per dirla in altri termini, una sorta di deposito degli istinti incontrollabili. L’Ombra è ciò che non vorremmo essere, cioè la somma di tutte le qualità sgradevoli che vorremo nascondere, il lato inferiore e primitivo, l’ospite indesiderato dentro di noi, quel lato oscuro che il nostro Io ritiene inaccettabile. Per qualcuno l’Ombra di cui parlava Jung risiede nelle pagine delle proprie esistenze perbene, nei passi ovattati delle buone maniere, nel linguaggio cortese della buona educazione ricevuta. Sono coloro che preferiscono credersi integri, perfetti e perpetuare nell’inconsapevolezza, piuttosto che sentire il rumore degli ingranaggi che non combaciano e allenarsi a riconoscere le proprie proiezioni. L’odio per il diverso, l’ostilità verso ciò che non si conosce, la difesa a spada tratta del proprio castello dorato sono, il più delle volte, una manifestazione delle parti di se più temute, rimosse, rinnegate.

Come onorare la propria rabbia

Robert Bly, un poeta americano affascinato dalle teorie Junghiane e autore del libello di matrice psicologica “Il piccolo libro dell’Ombra“, scriveva che “appeso alle nostre spalle, ognuno di noi porta con se un invisibile sacco in cui ha imparato a mettere tutte le parti di se stesso non gradite ai propri genitori, per evitare di perdere il loro amore”. La mia esperienza professionale mi insegna che c”è chi da piccolo ha imparato così’ bene a fare questo esercizio che continua a farlo per tutta la vita, correndo il rischio che il peso del fardello diventi talmente insostenibile da restarne schiacciato; a tal proposito Bly ammoniva: “se abbiamo riempito molto il nostro sacco con le parti di noi che non amiamo, ci resta poca energia”.
Gran parte del “sacco” è occupato dalle funzioni e dagli atteggiamenti non sviluppati della personalità e dagli istinti incontrollabili: in questi “sotterranei dell’anima” (Jung) spesso la rabbia è la padrona di casa. Bly a tal proposito scriveva: “se abbiamo la rabbia dentro di noi e non le cuciamo un vestito adatto, se la teniamo chiusa nell’armadio oppure la lasciamo andare in giro nuda a urlare contro tutti quanti, vuol dire che non onoriamo la nostra rabbia“. Il verbo “onorare” appare a prima vista quasi poco adatto ad un istinto tra i più primordiali ed inferiori: ed invece è indiscutibile che la rabbia sia una tra le emozioni negative (insieme alla paura e alla tristezza), alla base di gran parte dei nostri comportamenti. E allora “onorarla” significa proprio accettare questo dato di fatto, smettere di negarla, affrontarla ed imparare a “gestirla”. Reprimerla, rende più complesso e laborioso il ruolo dell’Io, che diviene costretto ad utilizzare meccanismi difensivi sempre più disfunzionali per difendere la propria integrità psichica; chi reprime l’Ombra ha difficoltà ad entrare in contatto con la propria sfera emotiva più intima, a consapevolizzare i propri sentimenti e a comunicarli in maniera efficace.

L’Ombra e la rabbia

Se è vero che la rabbia non andrebbe repressa (poiché contribuisce in modo considerevole al peso del fardello presente sulle nostre spalle), secondo Bly non andrebbe neppure lasciata a briglie sciolte. Nel corso di un intervista in occasione della pubblicazione de “Il piccolo libro dell’Ombra”, alla domanda sull’opportunità di consentire ai bambini la libera espressione della propria rabbia, rispose: “quando nella scuola materna un bambino esprime rabbia e violenza e l’agisce, è come se l’impulso elettrico creasse nel cervello un percorso lungo il quale la rabbia scorrerà più facilmente la prossima volta. Ma un’esplosione di rabbia è spesso vissuta dal’Io come una sconfitta. Il compito dell’Io è quello di fare di noi degli esseri sociali. Se la rabbia del bambino innesca quella di un adulto, l’Io del bambino può venire danneggiato da quello che succede. E quando il bambino che ha ricevuto un’educazione permissiva avrà quaranta o cinquant’anni, esprimerà ancora la rabbia come faceva alla scuola materna, perché l’elettricità continua a percorrere lo stesso vecchio solco nel cervello. La persona non viene rafforzata, bensì umiliata da queste esplosioni di rabbia. E’ un po’ come se l’Io e l’Ombra giocassero fra loro una partita. Quando l’educatore permissivo interviene e dice al bambino di esprimere la rabbia è come dare all’Ombra quindici palle e alla struttura nessuna. La teoria permissiva sottovaluta la serietà di quella partita”. Condivido pienamente la posizione di Bly, ad eccezione della terminologia utilizzata: in questo passaggio lui in realtà fa riferimento all'”esplosione” della rabbia infantile, non alla sua sana “espressione”. La rabbia, come tutte le altre emozioni, andrebbe sempre espressa (non repressa o lasciata esplodere in modo incontrollabile). La sua sana espressione prevede la coscienza di tale emozione, la sua verbalizzazione e la capacità di porvi un limite (cosa posso fare per stare meglio? cosa mi servirebbe per non provare più quest’emozione negativa? cosa posso cambiare?): questo esercizio, come ampiamente descritto in un vecchio post, andrebbe insegnato sin dalle precocissime fasi dello sviluppo evolutivo. Riconoscere l’emozione del bambino promuove infatti la sua capacità di entrare in contatto con la sua sfera emotiva e rappresenta un’occasione di intimità tra genitori e figli, in grado di consolidarne il legame; bisognerebbe aiutarlo a nominare i diversi stati emotivi e a raccontarli senza paura di essere giudicato; l’atto stesso di dare un nome a ciò che si prova ha di per sé un effetto rasserenante sul sistema nervoso e lo aiuta ad uscire più in fretta dallo stato di turbamento; bisognerebbe infine aiutarlo ad avviare un processo di risoluzione del problema, analizzando tutte le alternative possibili.
Imparare a gestire la rabbia sin da bambini non solo rappresenta un considerevole contributo nella prevenzione dello sviluppo di disturbi della sfera affettiva per tutta l’età evolutiva e durante l’età adulta, ma, inquadrando la questione nuovamente in ottica psicoanalitica, alleggerisce l’Io da qualche incombenza di troppo e gli fornisce un buon assist decisivo per l’esito della partita.

Integrazione e Individuazione

Il limite, come insegnava lo psicoanalista svizzero, non risiede nel possedere l’Ombra, bensì nel non prenderne coscienza consentendole l’integrazione nell’Io. Jung sottolineava che l’Ombra non è un aspetto della personalità completamente negativo, ma possibile fonte di creatività se viene integrata nella coscienza e di sviluppo di parti arcaiche rimaste relegate nell’inconscio. E allora bisognerebbe trovare il coraggio di aprire il sacco, guardarci dentro, ripulirlo di ciò che mina alla base il proprio equilibrio, affinché quella parte di noi che l’educazione ci ha insegnato a rimuovere, a disconoscere, ad allontanare, possa evitare di esercitare il suo potere attraverso pericolosi giochi proiettivi. “Individuarsi” nell’accezione di Jung, oltre ad integrare l’Ombra, significa anche comprendere il valore unico e insostituibile della propria personalità e sottrarsi al dominio degli stereotipi collettivi.

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6 pensieri su “I Sotterranei dell’anima: l’Ombra e la Rabbia

  1. Io ho riempito il sacco per tutta l’infanzia: tabù, proibizioni e sesi di colpa da vendere. Poi ho subito un tradimento dopo cinque anni di matrimonio e una figlia e sono stata in terapia. Ho imparato a distinguere ciò che era mio da ciò che mi era stato trasmesso e mi influenzava negativamente. Ho svuotato il sacco e ho conquistato la leggerezza che meritavo. Elisa

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  4. Ho un’ombra decisamente molto ingOMBRAnte.
    Avere la consapevolezza del contenuto del sacco, però, non basta ad evitare certi atteggiamenti odiosi che da quel sacco rpvengono, e che, oltre a ferire gli altri, distruggono noi stessi.
    Bisogna lavorarci molto: purtroppo ho interrotto sempre i miei percorsi a metà, oppure non ho trovato il terapeuta giusto.
    Ora che ci penso, è possibile che sia stata l’Ombra a costringermi alla fuga.
    Già, ma perchè?
    Beh, è evidente che il lavoro che conduco ogni giorno su me stessa fino ad ora non ha dato molti frutti.
    Leggerò i suoi articoli con molta attenzione, dottoressa: sono chiari e completi.

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